09 marzo 2012

Zinédine Zidane

Il semaforo è rosso per i pedoni, ed un papà tiene suo figlio per mano.
Il bambino ha una bellissima divisa del Milan e lucide scarpe, fresche del manto erboso di un freddo inizio di Marzo. Ieri sera sua maestà Leo Messi ha segnato cinque gol ai malcapitati del Bayern Leverkusen negli ottavi di finale della Coppa dei Campioni.
"Pensa", dice il padre al figlio, "che persino Gerd Muller, uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi, era riuscito a segnarne solamente quattro in una partita". 
Non si accorgono delle mie mani nere che stringono il manubrio della bicicletta, i piedi pronti a guizzare sui pedali non appena il semaforo diventerà verde.

Io mi ricordo, ed è un ricordo bellissimo, che lo sconosciuto Salenko, centravanti dell'Urss, aveva infilato cinque pappine al Camerun nel girone di qualificazione dei mondiali. Era riuscito a diventare capocannoniere di quel campionato insieme al figlio di Dio bulgaro.

Mi volto, e li guardo sparire lentamente, percorrendo a tutta velocità Via Unione Sovietica, beffardamente invasa di ristoranti cinesi.

Mi svesto della corazza e faccio la mia quotidiana analisi dei danni, prendendo nota della progressione della marciscenza. Sotto la barba folta la pelle del viso annerisce, così come le orecchie, le mani ed i piedi, che ormai appaiono come indistinguibili parti putride e moriture. 

Completamente nudo mi accuccio in posizione fetale sotto il getto bollente della doccia, mentre con la spazzola ferrata cerco di rimuovere un po' di squame dalla pelle. E' un'operazione insopportabilmente dolorosa ma necessaria per evitare di svegliarmi domattina coperto da un infame vello di croste.

Solo la pancia, orribilmente sproporzionata su un corpo prematuramente vecchio, appare tronfia e violacea.

I pochi medici che hanno voluto azzardare una diagnosi sostengono si tratti di una sindrome rarissima, che colpisce solamente pochi alcolisti al mondo. E' come una decomposizione prematura del corpo.
Morte dell'anima, la chiamo io. 
Se l'anima muore, il corpo non può sopravvivere.

Lavato e spazzolato, immerso nella mia reclusione blindata, posso finalmente attaccarmi ad una bottiglia di vino economico. Ogni sorso che butto giù, posso sentire il mio esofago rattrappirsi inesorabilmente, i miei reni spurgare, e le mie unghie cadere.
Sono solo le nove, sono completamente ubriaco, e decido di mettermi a letto.
Come ogni sera, prima di cadere nel consueto sonno granitico, non riposante, senza sogni, sfoglio l'album di fotografie.
Un garofano bianco per dirti che mai potrò trovare una persona come te.
Un iris giallo per la passione che tu scaturisci in me.
Un delfino blu simbolo della serenità tu sai darmi, del sole che vedo nei tuoi occhi e nel tuo sorriso.
Prima di spegnermi, riesco ancora a ridere amaramente di me stesso.
Vorrei ammazzarmi, ma ho la sensazione che questo sia comunque l'ultimo giorno della mia vita.

Dormo. Dormo. Dormo. 
Dormo per giorni interi, tengo il telefono cellulare spento, così che i miei datori di lavoro non possano chiamarmi e chiedermi "dove cazzo sei". Forse avranno già preparato la lettera di licenziamento, o pensato che io sia morto.
A volte ho la sensazione di essere sveglio, e mi accorgo di avere una febbre altissima.
Non riesco neppure a muovere un dito.
Il mio corpo spurga, le coperte sono nere come la mia anima morta.
Poi mi riaddormento come un sasso.

Dopo una settimana i miei genitori suonano al campanello. 
So che sono loro perché da mesi nessun altro più mi rivolge la parola.
Suonano e battono ripetutamente, e credo chiameranno i pompieri se non mi sbrigo a dare un segno di vita.
Raduno tutte le mie energie, mi alzo e mi avvicino alla porta senza aprirla.
"Sto bene, datemi solo qualche giorno per rimettermi in sesto".
La testa mi gira violentemente e pur sentendo lo stomaco in fiamme non ho il coraggio di avvicinarmi alle merendine, o al frigo pieno di bottiglie.

Passano altri giorni immobili, interminabili.
Finché un ignoto impulso elettrico riattiva nuovamente il mio cervello.
Mi alzo di scatto, con le gambe e la schiena terribilmente indolenzite. Mi volto verso il letto ed un conato di vomito mi assale, mi sono pisciato addosso per giorni, l'odore è insopportabile.
Dopo una doccia trovo la forza di guardarmi allo specchio per la prima volta dopo oltre dieci giorni.
E' tutto passato, non sto più marcendo, non ho più croste né putrescenze, la mia vecchia pelle giace senza vita sulle lenzuola e sul fondo della vasca da bagno.
La mia pelle sembra nuova e splendida, i miei occhi vivi.
E' mattino, fuori, una gran luce.

Oggi metterò un abito buono, passerò in ufficio a prendere le mie cose ed a salutare i colleghi.
Farò un giro di librerie a comprare qualche copia del mio primo libro, anche se non sarebbe necessario, dato il grande successo di vendite.
Con i soldi voglio comprare una casa isolata in montagna, o magari in Argentina. 
Ora che posso, ora che sono uno scrittore vero.
Finalmente non devo più sedermi ad una scrivania e rispondere al telefono, chiavare donne mediocri, condividere i miei pensieri con finti amici artistoidi, che compensano la loro assoluta mancanza di talento attraverso costose reflex o altrettanto costosi corsi di canto, abbruttirmi col vino scadente per dimenticare le giornate trascorse e l'aver perso l'unica persona che amo.
Potrò permettermi di non scrivere mai più uno di quei disgustosi messaggini sul cellulare.
Fare la spesa negli ipermercati.

Cammino tronfio, certo di essere un superuomo, figlio della metamorfosi da larva a farfalla.
Nel parco metto un piede sui resti di un piccione sfracellato, calpestato da innumerevoli biciclette.
Le sue interiora viscide hanno la stessa consistenza della mia pelle.
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29 febbraio 2012

La vera storia di Ivan Ivanovich III, paperonauta

Questa è la storia di Ivan Ivanovich III, il più famoso paperonauta di tutti i tempi.
Essere un paperonauta è un grande privilegio, ed allo stesso tempo un importante fardello. 
Perché, sin dalla nascita, ogni membro della stirpe dei paperonauti ha un sol, unico, obiettivo: lo spazio.

Ivan Ivanovich III aveva poche lune quando suo padre, il generale Ivan Ivanovich II, glorioso e pluridecorato aviatore di guerra, lo prese con sé, distaccandolo dall'affetto della madre e dai giochi spensierati dei fratelli. 
In una notte stellata e freddissima alle porte della città nuova, il severo padre, che mai concedeva gesti d'affetto,  pose con ferma gentilezza l'ala sul piccolo, sollevandogli il becco in direzione dell'infinito blu.
"Quello, figlio mio, sarà la tua casa. Ci guarderai da lassù, e noi tutti, io, tua madre, i tuoi fratelli, ed il mondo intero, saremo orgogliosi di te".

Da quella notte la vita di Ivan Ivanovich III fu diversa da quella di tutti gli altri piccoli. 
Negli anni che seguirono, non vi furono giochi, né affetto materno, né comodi giacigli, ma solo duro e rigido addestramento sotto la guida dell'inflessibile padre. 

Con il passare di molte lune, il giovane paperonauta si fece sempre più bello e forte, ed in lui crebbe l'ardore ed il desiderio di conquistare la galassia, e di posare su ogni pianeta la bandiera rossa dell'impero dei Paperi.
Alle volte alzava il superbo becco verso i pianeti, e chiudendo gli occhi poteva immaginarsi volteggiare leggero e libero dall'impacciatezza palmata dei suoi simili.
Altre volte, invece, sentiva il peso della grande responsabilità di essere membro di così nobile stirpe, e cercava conforto nel padre, unico suo contatto umano, il quale, sprezzante, derideva tali momenti di pusillanime debolezza.
"Ricordati sempre chi sei." Gli diceva. "Un paperonauta aspira solamente all'infinito spazio".
Egli stesso aveva a lungo sognato di diventare un esploratore galattico, ma la lunga guerra papericida aveva irreparabilmente impedito quel desiderio.

Ciò nonostante Ivan Ivanovich II fu un temuto pilota di guerra.
Il suo triplano scompariva tra le nuvole, per poi riapparire fulmineo ed implacabile sulla coda degli inermi piccioni nemici. 
Ma in un assoltato giorno d'estate, quando la guerra era ormai sul finire, l'impavido asso fu inaspettatamente abbattuto da un gabbiano, che, mortalmente ferito in battaglia, decise di gettarsi coraggiosamente in rotta di collisione per compiere l'estremo sacrificio. 
Ivan Ivanovich II riuscì a sopravvivere a quell'incidente, ma perse un occhio.
Pur ricevendo innumerevoli medaglie al valore, da quel giorno non poté volare mai più.

Era il mese Nebbioso, e tutta la città sembrava avvolta da una surreale patina di silenzio e raccoglimento.
Il giovane paperonauta la guardava da lontano, recluso ormai da lungo tempo nella base paperonautica in attesa della partenza. Era tranquillo e determinato, ma sentiva il dolore per il distacco da tutti i suoi cari, che avrebbe rivisto solo dopo un tempo interminabile.
Quando fu il momento indossò la tuta ed il casco, ricevette il saluto degli ufficiali, ed il generale-padre lo accompagnò fino al boccaporto dell'astronave. Prima di chiudere il portello gli consegnò una busta e gli disse: "figlio mio, aprila solo dopo che avrai superato la seconda luna. Sono molto orgoglioso di te".
Ascoltando il conto alla rovescia, Ivan Ivanovich III si sentì profondamente fiero di essere stato all'altezza delle aspettative del suo predecessore, il più grande asso dell'aria di tutti i tempi.
Dopo pochi minuti, il razzo scomparve nel cielo, lanciato a mille nodi verso l'ignoto, dove nessun papero aveva osato prima d'allora.

Superata la seconda luna, Ivan aprì la busta. Era un dispaccio del fratellino minore, Bobol, vecchio di diverse lune: "Fratello mio, nostra madre è in letto di morte e vorrebbe averti al suo fianco, un'ultima volta, per dirti quanto ti ama. Ti aspettiamo con ansia.".
Il paperonauta si sentì svenire, e una rabbia cieca lo travolse: suo padre aveva trattenuto il messaggio per non distrarlo dalla missione, l'unica cosa alla quale si fosse mai interessato, privandolo così dell'ultima occasione di stringere a sé le dolci piume della sua amata mamma, e di esserle vicino in quel terribile momento.
Sentendosi perso corse all'oblò di poppa e guardò in basso: il pianeta era ormai un indistinguibile puntino nell'infinito.

Ivan Ivanovich III cullò ed accrebbe quel rancore giorno dopo giorno come una ferita impossibile da cicatrizzare, maledicendo la sua nobile origine, e giurando a sé stesso che non avrebbe mai perdonato il generale padre per quel meschino atto di egoismo.

Passarono molti anni ed il paperonauta, consumato da quel dolore, stanco ed invecchiato, tornò finalmente al suo pianeta, dopo aver tracciato la mappa galattica dell'intero universo. 
Venne accolto con grandi feste ed onori a Papersibirsk, dove le autorità inaugurarono la grande statua che lo ritraeva giovane e forte, lo sguardo fiero, ed il casco da cosmonauta stretto sotto l'ala.

Tornò a casa. Ad attenderlo era rimasto il solo fratello più giovane, con la sua famiglia, che nel tempo era diventata prospera e numerosa.
I due si guardarono con tristezza, consci che nulla avrebbe potuto restituire loro il tempo perduto.
Bobol, che nella vita non aveva mai sollevato le zampe palmate dal suolo natio, lo abbracciò come se non fosse mai stato lontano.
"Nostro padre, per tutta la vita", disse solamente, "ogni sera usciva sul terrazzo a scrutare il cielo per ore, cercandoti tra le stelle, con gli occhi gonfi di lacrime".

Il più grande dei dolori pervase il paperonauta.
Per tutto quel tempo aveva coltivato un rancore cieco verso il generale inflessibile ed egoista, concentrato solamente sulla realizzazione di quel sogno che, a suo tempo, gli era sfuggito.
Capì improvvisamente che un padre, è a sua volta un semplice papero come tutti gli altri.
Ed anche se lo si immagina infallibile, se si fa di tutto per poter essere alla sua altezza, anche un padre può sbagliare, distrarsi dal suo ruolo di guida e di esempio.
Ma non per questo ama di meno i propri figli.

Ivan Ivanovich III uscì all'aria aperta, stupito dalla pressione che le sue zampe esercitavano sul suolo bagnato di pioggia, e dalla leggerezza liberatoria del perdono.
Guardò in alto, ed agitò un'ala in segno di saluto in direzione della galassia, luminosa come mai.
Quando muoiono, i paperi, diventano polvere di stelle.
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07 febbraio 2012

Polvere

Quel pomeriggio la terra sotto i miei piedi mi sembrava solo quello che era.

Era un bel giorno di Maggio del 1993, ed avevamo avuto il permesso dai nostri genitori di portare fuori quel cagnolino schizzato di Tobias a fare una lunga passeggiata lungo il fiume.
La nonna di Daniel aveva preparato per noi uno zainetto pieno di cose da mangiare, c'erano panini con mortadella e formaggio, yoyo al cioccolato, mandarini e bottigliette di coca cola e sprite.
Oltre a noi c'erano le due cuginette di Daniel, Lia e Carmen.
Lia e Carmen si somigliavano moltissimo, con dei bei riccioli lunghi. 
Spesso le confondevo, perché le vedevo molto di rado, venivano al mare solo per pochi weekend.
Non ricordo da che città venissero, ma ricordo perfettamente che abitavano in Via Chopin. Non so perché questo particolare mi sia rimasto impresso dopo tutti questi anni.

Io ero il più grande della spedizione, ma Daniel, più piccolo di me di due anni, era il vero leader di tutti i nostri giochi. Era spericolato, e sempre pieno di idee, mi soverchiava in tutto.
Le cuginette stravedevano per lui.
Io gli stavo dietro, perché da piccolo sono sempre stato un po' timido e pauroso.

Si partiva dal mare, e, passando sotto un vecchio ponticello, si poteva percorrere per parecchi chilometri il fiumiciattolo su un sentiero abbastanza agevole, fino ad un prato dove la gente portava i cani a giocare.
Tobias era uno di quei cagnolini un po' insulsi, che abbaiava a chiunque con quel suo aspetto ridicolo.
Daniel lanciava una pallina da tennis e quello correva velocissimo a recuperarla, buttandosi tra le erbacce e nell'acqua bassa del torrente. Poi, tutto infangato correva a strusciarsi contro di noi, imbrattandoci.
Il sole era piacevole, ed io, dodicenne con gli occhialoni, ascoltavo estasiato Lia (o Carmen?), la più piccola delle due, che avrà avuto dieci anni, raccontarmi che quella era la prima volta che usciva da sola.

Forse mi ero innamorato. La sera, a letto, nelle settimane seguenti, provavo ad impostare i sogni prima di addormentarmi, in maniera tale da ripercorrerli e viverli nel sonno. Io ero il principe John, e Lia era la principessa Elizabeth, di questo sono sicuro, ma non ricordo più come proseguisse la storia.

Quel giorno al pratone non c'era nessuno.
Daniel mise subito i piedi in acqua, camminando agile tra i sassi viscidi, fino a raggiungere la cascatella.
Avrei voluto anche io, ma la sola idea di bagnarmi il pollice di un piede mi faceva pensare agli sberloni che mia mamma sicuramente mi avrebbe rifilato, se fossi tornato a casa con i jeans bagnati.
Mia mamma era una di quelle che ti infila sempre la mano nella schiena per vedere se sei sudato.

Mettemmo giù i teli per il picnic. Le ragazze prepararono tutto con grande entusiasmo, incredule di poter trasformare le centinaia di thé e biscottini coi bambolotti in un vero picnic da adulti.
Eravamo liberi, per la prima volta nella nostra vita senza il controllo a vista dei genitori.

Mangiammo i panini e gli yoyo, ed ognuno di noi raccontò storie mai vissute. 
Per farmi bello, raccontai la mia storia d'amore inventata nella vacanza dell'estate prima, all'isola di Stromboli. Anche questo lo ricordo bene, chissà perché.

Poi facemmo un po' di tiri a fresbee, uno di quelli molli con le facce da mostro, che non andava mai nella direzione desiderata. Tobias lo intercettava sempre.

Sulla via del rientro, io e Daniel progettammo giochi e avventure.
In vista del ponticello decidemmo di fare "a chi arriva primo" fin lì.

Pronti! Via! 
Ma dopo pochi metri Tobias mi agguantò una gamba, mordendo con ferocia l'orlo dei jeans.
E non c'era modo di staccarlo. 
Loro ridevano, ma io ero terrorizzato da quel cagnetto coi denti appuntiti che mi lacerava i pantaloni.
L'unica soluzione fu togliermi i jeans, rimasi in mutande. 
Daniel, Lia e Carmen, si sbellicavano dalle risate ed io ero rosso di rabbia e di vergogna.
Il più grande, preso in giro, umiliato.
Daniel con un'abile mossa riuscì a distrarre Tobias ed a liberare i miei poveri pantaloni.
Me li ri-infilai di corsa, e ricordo perfettamente la sensazione di non riuscire a trattenere il pianto. Ma non potevo piangere. Eppure loro si accorgevano che stavo piagnucolando.
"Piangi?".

Quel giorno di sole del 1993 la terra mi sembrava solamente quello che era.

A questo pensavo in una calda mattina d'autunno di quindici anni dopo.
Accompagnando impotente gli ultimi metri di Daniel, in un silenzio irreale interrotto solo da lievi soffi di vento tra gli alberi.
Ai giochi, alle corse, ai sogni, ai bisticci davanti al commodore 64.
Al nulla che lo aspettava, alla pura e semplice terra.
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20 gennaio 2012

Le città parlano

C'é un paio di scarpe che mi piacciono moltissimo in un negozio di piazza Unione Sovietica.
Sono marrone scuro, lucide, lacci sottili, senza ghirigori.
La prima volta che le ho viste costavano duecentodieci euro. Poi sono calate a centocinquanta, ed ora alla fine dei saldi sono scese a centodieci, ed ho proprio deciso di comprarle.
Mi emoziono sempre quando devo spiegare cosa voglio ad una commessa.
Indico le scarpe con la mano tremante, e le parole come ogni volta mi si ricacciano in gola.
"Testa di moro", dice lei. Ed io approvo, mentre lei mi passa il calzascarpe e me le fa provare.
Non posso credere di averle ai piedi, sono davvero scarpe magnifiche.
Estraggo la mia carta di credito, nuova, fiammante, pago, ed esco felice dal negozio con le preziose "testa di moro" riempite di carta appallottolata ed inguainate in un elegante sacchetto di tela.

Mi ha fatto un gran bene trasferirmi qui, anche se la mamma non voleva. E' sempre stata molto protettiva nei miei confronti, ma questo lavoro era un occasione d'oro per me. 

La città è bella, e grande, e mi perdo continuamente.
Qui non è come a casa: le strade sono gigantesche, il freddo è più freddo, rigido, fermo. 
Non come quel vento di mare che fa cascare le orecchie. 
Io e papà pescavamo, anche quando c'era vento, lui mi faceva mettere la calotta e gli stivali di gomma, e mi sentivo bene.
Papà sarebbe orgoglioso di me, se sapesse quanto sono bravo al lavoro.
Ho una grande scrivania, ed un computer portatile molto moderno. Ho un biglietto da visita di una importante Compagnia, ed il mio titolo è altisonante: "Attuario Junior".
La Compagnia ha un palazzo tutto suo nel centro della città, con enormi corridoi ed un sacco di dipendenti indaffarati. Le porte sono arancioni, e tutti i piani sono colorati in maniera diversa, e ci si dà tutti del tu, anche con i super capi.
L'attuario è un lavoro misterioso e per questo mi piace. In pratica grazie alla mia bravura con la matematica interpreto gli eventi del mondo e li trasformo in statistiche, che poi la Compagnia utilizza per decidere quanto farsi pagare dai suoi clienti.
E' un po' come predire il futuro.

Ogni giorno faccio lunghe passeggiate.
Penso ad una parola, ad esempio "Amore" o "Solitudine", e percorro le strade ed i vicoli seguendo la forma delle lettere.
Ogni parola genera un suo itinerario, la cui ultima lettera deve ricondurmi inevitabilmente a casa.
Se mi poteste seguire dall'altro vedreste giganti parole comporsi con i miei passi.
E' un bel modo di esplorare la città. 
Ripeto gli itinerari che mi piacciono di più: ad esempio "Mistero", o quello divertente "ZigZag".
Durante il cammino guardo le vetrine, e soprattutto le ragazze. 
Qui ci sono ragazze bellissime, ben vestite, con i loro stivali ed i loro cappellini. A volte mi fermo e cerco di darmi un'aria interessante, oppure provo ad incrociare lo sguardo con una di loro che mi colpisce particolarmente: ma è proprio quello il momento in cui il mio tic diventa più forte ed incontrollabile.
Al lavoro nessuno me lo fa pesare, ma per strada o sulla metropolitana la gente tende a guardarmi con diffidenza, e questo mi dispiace moltissimo.
Non posso farci niente: la dottoressa dice che devo imparare a convivere con i miei tic. Ma lei non sa cosa vuol dire avere un tic ventiquattr'ore su ventiquattro.
Mi piacerebbe molto avere una ragazza, bella come la dottoressa.
Non ho mai avuto una ragazza.

Il mio amico Marco mi dice che non mi perdo molto, che le ragazze creano solo problemi.
Lui ha avuto delle ragazze ed ogni tanto mi racconta che era innamorato di una in particolare che però non lo ama più, ed anzi, non si ricorda neanche più di lui.
Marco lavora alla Compagnia da qualche anno, ma ho paura che non durerà molto: alcuni giorni arriva in ufficio tutto trasandato e che puzza di alcool.
Sta quasi tutto il tempo da solo a disintegrarsi con il vino a parte quando ci sono le partite di calcio. Lui ama le partite di calcio di tutte le squadre, e quando c'è la Champions League io vado da lui e passiamo la serata sul suo divano a goderci le partite. 
La mia squadra preferita è il Barcellona, che anche a lui piace, ma ci gode quando perde perché sono troppo forti. 
Il mio calciatore preferito è Leo Messi, mentre il suo è Zvonimir Boban, che però non gioca più.

Ogni tanto usciamo anche, lui invita alcune colleghe carine e mi porta con loro a fare l'aperitivo, che è una sorta di enorme buffet pazzesco, dove non puoi non ingozzarti.
Mi piacerebbe anche essere brillante come lui, le ragazze lo ascoltano e scherzano e fanno le oche.
Però poi una delle volte che eravamo sul divano a vedere le partite, aveva bevuto un sacco ed ha detto che avrebbe voglia di uccidersi, ed allora da quel giorno ho una gran paura che Marco si uccida, perché in effetti rimarrei solo, e poi perché lui, in fondo, è un brav'uomo e mi fa un po' pena.

Questo è l'inizio della storia: mi trovo qui, in una città nuova, per la prima volta da solo.
E' come un grande mare: cammino e scrivo storie con i miei passi sui marciapiedi.
Mia mamma al paese è preoccupata. Ma in fondo è felice per me, perché a scuola, al liceo, all'università, io ero sempre scartato, sempre diverso, sempre solo, per i miei tic, per la mia malattia, e per la mia bravura con i numeri.
Ed io non sono cattivo, e non sono neanche vendicativo.
Ma ho perso sempre, ed ora voglio che arrivi il momento in cui, anche io, qualche volta vinco.
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23 dicembre 2011

Addio alle armi

Non c'è niente di più soave e malinconico al mondo del suono di un violino.
La voce dello strumento è come il canto di una sirena, mi ipnotizza e mi riporta a casa, al caldo, con Valentina. Chiudo gli occhi, e posso sentire le sue mani passare dolcemente tra i miei capelli, ed il profumo inconfondibile della sua pelle.

Siamo fermi qui da un paio di giorni, accampati come bestie, in attesa di ordini dai piani alti. Fa molto freddo, ed il tempo sembra andare al rallentatore. I nostri gesti sono robotici e ripetitivi.
Mersault non fa altro che smontare e rimontare la carabina, e tenere puliti gli stivali dal nevischio fangoso. Ma è un'impresa impossibile, gli bastano pochi passi per affondare di nuovo fino alle caviglie. Sono molto preoccupato per lui, non riesco più a distrarlo in alcun modo. So bene che l'unico modo per rimanere umani in questo massacro è tenersi su, pensare ad altro, ridere.

Un tempo alla sera, ci radunavamo intorno al fuoco, e Mersault raccontava a tutti noi le sue bellissime storie. Inventava storie davvero avvincenti, che spesso ci facevano sospirare.
A volte i personaggi erano così ben descritti da sembrare veri, non semplici fantasmi di storie mai scritte. Per tutto il giorno, durante le interminabili marce, preparava quei racconti.
Poi venne l'inverno, e l'assalto al paese, il giorno che ci tesero l'imboscata. 
Molti di noi morirono, e Mersault smise di raccontare.
Forse, pensammo, il nostro amico non era pronto ad accettare tanta realtà.

I miei stivali, invece, sono un disastro. E la barba punge.
Ma non ho acqua calda, e nessuna intenzione di radermi a secco con questi rasoi arrugginiti.
Vorrei tanto capire da dove proviene questo violino. Il misterioso suonatore sta percorrendo un magnifico adagio di Tomaso Albinoni, non credo si tratti di un violinista di strada.
Mi aggiro per le vie silenziose, ed in certi momenti mi sembra di essere molto vicino alla musica, ma mi sbaglio, perché di nuovo appare lontanissima.
Mersault avrebbe detto che si tratta di uno spirito condannato a vagare nelle tenebre, e che, una sola notte all'anno, nella ricorrenza della morte della sua amata, gli animi sensibili possano sentirne in lontananza il lamento. 
Un lamento che -dicono- appare come il suono di un violino.

La neve inizia a cadere più forte, e cala il silenzio.
I miei passi scompaiono poco dopo essersi impressi. 
Mersault si sarebbe sbagliato, forse il fantasma sono proprio io.

Il mattino seguente ci svegliamo in un mondo completamente bianco.
Il sottoufficiale dallo sguardo stanco ci comunica l'ordine del giorno, che prevede un lungo spostamento a piedi fino alla provincia, teatro nei giorni precedenti di scontri feroci, ed ora ripulita quasi definitivamente dalla prima linea.
Cedo alla tentazione di guardare il mio riflesso in un vetro. 
Non devo farlo, davanti a me c'è un vecchio. 
La mia gioventù è svanita per sempre.
Mi passo la mano sul volto: quel ragazzo che quattro anni prima era pieno di energia, di entusiasmo, non c'è più. Oggi tornerò nella mia città dopo tanto tempo, sapendo che nessuna cosa è rimasta come l'ho lasciata, soprattutto dentro di me.
Mersault mi osserva, assorto. Percepisce il mio dolore e mi indica con la mano rossa e dolente un punto sulle montagne davanti a noi, dove un rivolo d'acqua scorre attraverso il fango ed il ghiaccio.
Una calma inattesa mi pervade, imbraccio la carabina e mi metto lentamente in marcia insieme agli altri.

E' notte, e la mia città è deserta.
La prima linea si è spostata di alcune decine di chilometri verso il mare.
Nessuna traccia dei violenti scontri, dei subdoli cecchini, e della morte agli angoli delle strade.
Semplicemente un luogo assopito e privo di vita.
Tutti dormono ed io sfrutto il mio turno di ronda per vagabondare per strade che conosco a menadito, alla ricerca dei miei luoghi.
Passeggio lentamente incrociando solo poche anime, e nel profondo del cuore spero di incontrare la donna che amo, come in un romanzo. 
Ma la verità è che non mi riconoscerebbe, perché io non sono più io, e lei chissà dov'è, con chi, e quanto è cambiata in questa eternità.
Arrivo quasi inconsciamente sotto casa sua, e guardo la finestra buia.
Resto lì, paralizzato, per un tempo lunghissimo, indeciso sul da farsi. 
Una parte di me vorrebbe lanciare un sassolino contro il vetro, per destarla dal suo sonno leggero.
L'altra parte invece torna alla visione dello specchio, all'uomo anziano e spettrale, sfinito, diverso.
"Forse non abita più qui", mi dico. Ma so che non è così, ne sento la presenza.
Ed esserle così vicino mi strazia il cuore.

Il risveglio è pessimo. Un colpo di coda del nemico ha messo tutti in allerta.
Sono di certo gli ultimi giorni di guerra, ma la morte è ancora in agguato, ogni giorno cammina al nostro fianco e colpisce casualmente, senza un ordine preciso.
Dobbiamo ripiegare velocemente, ed a passo spedito percorriamo le strade della città a ritroso.
Molti anni fa, camminavo su questo acciottolato con lo zaino in spalla, ugualmente svelto, diretto a tutta velocità verso un futuro radioso.
I suoni della guerra alle nostre spalle si fanno sempre più vicini e minacciosi.

Di nuovo al punto di partenza, seconda linea.
Ci hanno detto che potremmo essere chiamati a supportare il contrattacco entro pochi giorni.
E' necessario che il fucile sia in ordine, pronto all'uso, e mi ritrovo quasi maniacalmente a pulire la canna, a controllare il caricatore, a lubrificare le parti meccaniche.
Mi racconto del ritorno a casa. 
Di Valentina che mi riconosce, e che passeggia insieme a me, ed io la faccio ridere con l'allegria di un tempo.
Invento di un giorno in cui mi permetterà di giocare con il suo ombelico.
Non voglio proprio morire, questo lo so.
E non voglio neppure che i miei amici muoiano.
Li osservo: uomini sfiniti e demotivati, ed in loro percepisco la perfezione.
Osservo Mersault, serenamente addormentato, nel suo leggero russare.

E sebbene tutto sembri irrimediabilmente perso, la gioventù, l'amore, mi guardo intorno, e resto fulminato dalla luce che pervade ogni cosa.
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11 dicembre 2011

Šostakovič

Prova a rannicchiarsi per proteggersi dai calci, ma quelli arrivano, implacabili.
Colpiscono con furia, e lui sente scricchiolare ossa che neppure immaginava di avere.
Schiaccia il volto a terra in una maschera di dolore e lacrime.
Nello stanzino, gli aguzzini gli ricordano che il corpo umano è fragile, malleabile.

Saranno almeno due ore che sono sveglio.
Posso iniziare a bere senza sentirmi in colpa.

Deduce che fuori ci sia la neve attraverso il pallore lunare della stanza.

Mi piace la neve.
Ma la neve è il segnale che devo muovermi.

L'unica cosa al mondo che gli interessa è Camilla.
Quando sorride, attraverso gli occhi belli, dietro la chioma selvaggia di riccioli biondi, la sua anima si scioglie. Lei è la sua casa, la sua redenzione, ma vederla è sempre più difficile.

E poi non voglio quando puzzo di vino. Sempre.

E' da molto tempo che pianifica il furto: sa bene che non ci sono altre soluzioni, che comunque non avrebbe trovato abbastanza soldi in tempo.
Il piano è molto semplice: entrare, prelevare, uscire. Senza divagazioni, senza alzare la testa, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. 

Cazzo, non ci si improvvisa così a quarant'anni.
Gli zingari iniziano ad otto nove anni, sono lesti, invisibili.

Lui, invece, ha l'impressione di avere un neon in testa.
Un cartellone pubblicitario del tipo "ehi, gente! guardate qui che schifo fa quest'uomo".
Comunque, la decisione era presa.

Camilla amore mio.
A Gennaio io mi dissolverò come cenere. 
Ma voglio che tu possa sorridere una volta per merito mio.
In fondo io sono già sparito, io non esisto.
Si esiste solo se si è importanti per qualcuno.
Ma per tutto il viaggio, mi basterà quel tuo sorriso.
Portarlo con me nel gorgo.

Fa la doccia.
E' come se migliaia di spilli ghiacciati gli perforassero il corpo e si sente immediatamente più vigile, pronto all'azione. Beve solo alcuni bicchieri per bloccare i tremori e concentrarsi sull'azione.

La città brulica di attività. 
I negozi sono immensi alveari schizofrenici.
Le ragazze per strada hanno la gonna, le gambe colorate, e dei begli stivali. 
Vanno a passo svelto cariche di buste, felici nei loro cappotti.

Entra nel grande negozio e finge di interessarsi alle cose come un comune avventore; soppesa oggetti, poi passa oltre.  
Infine, con un po' di impazienza, passa all'azione.
Il gesto è ordinario, fino alla barriera fisica ed immaginaria tra il lecito e l'illecito.

La oltrepassa.
Una voce: "signore, scusi".
Fa finta di niente.
Ancora quella voce: "signore, prego, di qui!".
Aumenta il passo, che in pochi metri diventa corsa.

E' fatta. Ce l'ho fatta.
Un raro entusiasmo gli monta dentro.

Qualcosa si frappone: un ostacolo invisibile che lo solleva da terra scaraventandolo violentemente al suolo, privo di respiro.

E' così che cadiamo.

In mezzo agli occhi increduli e disgustati dei passanti, due uomini vestiti con eleganza dozzinale, dicono "portiamolo nello stanzino".

E' così che cadiamo.

Il suo volto si riga di lacrime
mentre gli viene strappato via dalle mani il giocattolo più bello
mentre nel grande magazzino risuona una suite jazz di Šostakovič, 
e l'universo abbruttito e nero si ripiega su stesso.
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30 novembre 2011

Espiazione

Avrebbe potuto camminare in eterno.
Mentre camminava non pensava alla morte, e si dimenticava di respirare: per una volta, inspirava ed espirava inconsciamente.

Di norma sentiva il cuore battere all'impazzata, sopraffatto da un'ansia perenne. 
Soprattutto quando sapeva di dover incontrare persone, per quell'inevitabile necessità di non seppellirsi nella propria tomba di solitudine, apparendo ogni tanto sorridente al mondo, come uno splendido fantasma rasato di fresco e profumato di acqua di colonia.
Ma anche nell'accoglienza del silenzio casalingo, non poteva non pensare alla fragilità del suo corpo, delle sue gambe e delle sue braccia. 
Essere ossessionati dalla morte è una condanna in vita.

Pioveva.
Il pensiero di mettersi al riparo lo sfiorò, ma solo per un attimo: era necessario prestare massima attenzione ai passi, poiché il terreno diventava fangoso molto velocemente, e la strada era ancora lunga.
Sapeva che sarebbe tornato a casa zuppo, e che Giulia lo attendeva con i bambini.
Si guardò le mani e con orrore notò che apparivano cosparse di profondi tagli inesistenti, le linee della vita, una ferita per ogni volta che aveva allungato uno schiaffo ad uno di loro, abbruttito dalla cecità violenta dell'alcool.

Giulia mangiava e vomitava. 
Quando lui ottusamente ostacolava i suoi propositi, lei gli diceva, colma di rabbia e di dolore: tu bastardo non puoi capire cosa si prova. Il dolore mostruoso, il tuo corpo che deve assolutamente liberarsi, al punto da non riuscire a trattenere neanche uno spillo di quello che ha dentro.
E più lei vomitava, più lui si abbruttiva, imprigionandosi volontariamente nell'angusto stanzino colmo di libri, nel quale la montagna di bottiglie vuote si univa all'odore rancido del male che aveva impregnato le pareti.
Entrambi facevano orribili sogni inconfessabili: membra sconvolte dalle lamiere, e corpi ancora coscienti trafitti nell'ultimo spasmo di vita, intenti a chiedere perdono.

La pioggia si era fatta più forte.
Sentì il bisogno del vino rosso scorrergli nella gola, raschiargli l'anima ed il dolore.
Si voltò, e vide i suoi passi impressi nel fango. 
Ma il fango, invece di appesantire il suo ritmo, gli diede vigore. 
La pioggia e gli alberi gli narravano il tempo immobile che lui non avrebbe mai potuto condividere, quel trascorrere così lento da apparire eterno.


Voltatosi nuovamente percepì quanta strada aveva percorso, e per l'ennesima volta notò la profondità dei suoi passi sul terreno. Avrebbe potuto ripercorrerli uno per uno, spurgando le tossine del male, tentando di liberarsi dai demoni che aveva collezionato ed accolto.

Ma davanti a lui apparivano nitide le prime luci della città, avvolta nel silenzio del temporale.
Non vedeva il palazzo, ma poteva immaginare il volto esile di Giulia, i suoi capelli dolenti, la sua pelle tesa ed ingiallita.

Decise che avrebbe camminato in eterno.
Decise che li amava più di ogni altra cosa al mondo.
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21 novembre 2011

L'Enfer des Enfers


Quando il mare infuria, cioè sempre, c'è da impazzire.
Le onde sbattono contro le pareti del faro, facendolo tremare come fosse una baracca di fango, e non un possente manufatto umano, tirato su col sangue da braccia forti e impavide.
Quando un'onda particolarmente forte si abbatte ho la sensazione che quello sia il mio ultimo respiro, lo trattengo e, pur avendo imparato a domare il terrore, resto paralizzato per attimi eterni.

Prego molto Dio ad alta voce, ora che sono solo. 
A volte ho la sensazione che sia l'Onnipotente stesso a parlarmi, a rimproverarmi per l'accidia.
Prima che mia moglie decidesse definitivamente di partire con il traghetto mensile dei viveri, ho avuto più volte il desiderio incontrollabile di ucciderla. Ricordo una notte, reso folle dalla sirena antinebbia, di aver impugnato un coltellaccio con la ferma intenzione di scendere da basso e sgozzarla, come se fosse stata lei a gridare e non quel dannato altoparlante in cima al faro.
Sono contento che se ne sia andata.
Adesso ascolto il Signore che mi parla, e lo contemplo, ammirando la grandezza del Suo disegno.Nessuno può avere la percezione reale della Sua furia, quanto me, un misero custode di un faro del mare del nord.

Nei giorni di bonaccia faccio lavoretti di manutenzione, e la sera esco in cima alla torre, ad osservare i magnifici bastimenti incrociare, salvi -anche- grazie alla mia luce.
Ogni bellissima nave che doppia questo capo infernale mi dona un po' di redenzione, mi aiuta a scontare su questo scoglio un po' della mia turpitudine.

Spesso per giorni non mi è concesso uscire, perché in questo tratto di mare, in cui confluiscono tutti i venti e le correnti del mondo, i frangenti riescono ad arrivare fin oltre la cima del faro. 

Per sopravvivere a questa inevitabile noia ho iniziato a scrivere un libro che non finirò mai, perché non ha una vera e propria trama. Racconta la storia di uno scrittore che immagina me, e narra giorno per giorno le mie attività, come un diario in terza persona, o una biografia. 
Lo scrittore non può e non vuole uscire di casa perché è terrorizzato, e si sente al sicuro solamente nella sua stanza, senza mai incontrare nessuno. Vive da recluso, come un eremita, ricevendo una volta a settimana un'anziana donna delle pulizie che gli porta del cibo, lava i pochi panni, e rimuove svogliatamente un po' della polvere che -oramai- ha trionfato in quell'ambiente chiuso e malsano.
L'unico momento di evasione da una vita da scarafaggio che gli è concesso è quello in cui può descrivere la libertà di un uomo recluso in un faro sperduto. 
Io. 
A mio modo prigioniero nella più infernale e solitaria delle carceri.

Eppure tra me e lui esiste una differenza fondamentale: il fascio di luce che emana pochi metri sopra di me.
Una luce bianca così potente, da essere visibile a decine di miglia di distanza.
Una volta ogni dieci secondi, come un occhio che si apre e si chiude, incredulo.
E se il mondo dovesse spegnersi improvvisamente, in tutto l'universo si potrebbe vedere, per anni, questa luce accendersi e spegnersi con drammatica regolarità. 
Finché il gasolio dura, come una stella morente.

Siamo quindi legati a doppio filo, io e lo scrittore.
Lui vive solo grazie alle mie pagine, ed è libero solamente grazie alla luce sulla quale veglio costantemente, ed io d'altra parte perderei il senno se lui non esistesse, a riempire le mie giornate, scandite solo dal regolare rombo del mare in tempesta, e dal suono ammorbante della mostruosa sirena antinebbia.

La nostra amicizia è il dono più gradito che potessi ricevere in questa esistenza.
Quando un'onda particolarmente forte rovescia il mio bicchiere di liquore, io rido, ed anche lo scrittore ride, immaginando e descrivendo la scena -comica, grottesca- di un uomo che solleva il bicchiere rovesciato, ed in tutta fretta prova a sfruttare l'istante di pace della risacca.

Tutto questo non durerà in eterno, anche se lo vorrei. 
Perché so che questo è l'unico luogo al mondo dove io possa guadagnarmi il perdono, ed ascoltare la voce furente di Dio, che mi parla tutto il tempo.
Qualche giorno fa, all'ultimo approvvigionamento, il comandante mi ha portato la notizia che entro un mese dovrò rientrare sulla terraferma: il faro verrà automatizzato.

Non mi troveranno.
Proprio in questo istante sento la voce dell'Onnipotente pronunciare il mio nome rombando.
Domattina è giorno di pulizie in casa dello scrittore.
L'anziana signora percorrerà l'angusto corridoio come di consueto, e troverà solo la polvere, a coprire come un sudario gli oggetti della stanza, in un luogo senza vita, senza tempo.
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10 novembre 2011

Verrà la morte, e avrà i tuoi occhi

Il trombettista sta seduto con una coperta sulle gambe.
Fa un freddo terribile, e lui col naso rosso accenna tre note così lunghe e malinconiche da farmi pensare ad una nevicata su un camposanto.

Intorno alle undici iniziano a tremarmi vistosamente le mani. 
Batto le dita nervosamente sulla tastiera, i messaggi email continuano ad arrivare uno dopo l'altro ma non riesco a concentrarmi. 
Soffoco: è il segnale che devo bere, che se non bevo mi butto dalla finestra.
Tiro fino alle dodici, esco borbottando, e mi infilo nel bar della metro. 
Mi sparo la prima birra media aspettando l'insalata, la tracanno avidamente, come un assetato giunto all'oasi.
Questa mi calma un po'.
Poi, mangiando, ne bevo un'altra.
Così torno in ufficio, e posso dedicarmi nuovamente al lavoro, senza che nessuno si accorga di nulla. 
Avranno anch'essi i loro mostri, penso, volgendo lo sguardo oltre le finestre. 
Il trombettista non è più lì. 
Lo spazio è vuoto.

Tiro avanti fino alle sei, svolgo il mio compito egregiamente, poi pedalo fino al supermercato.
Compro due o tre cose inutili e passo dieci minuti buoni nel corridoio degli alcolici.
Prendo un paio di bottiglie dirigendomi verso la cassa automatica, perché mi vergogno dello sguardo accusatorio delle cassiere.
Poi, finalmente, posso chiudermi in casa, ed attaccarmi avidamente alla bottiglia.
Spesso non ceno neanche.
Dopo un'ora ho finito la bottiglia, e, raggiunto l'appannamento di cui ho bisogno, mi butto a letto, sfatto, distrutto. 
Guardo distrattamente la tv, non vedo niente.

Da sempre sono preda di un'orribile malinconia, talmente profonda ed irreversibile da avermi costretto, negli anni, a nasconderla -come una brace che cova sotto la cenere- dietro un'apparente solidità, spensieratezza, e voglia di vivere.
E' un esercizio di difficoltà estrema, che posso sopportare solamente grazie al mio vizio di bere.

Attraverso i vetri offuscati della mia mente, inerme, vestito, vivo sogni appannati che scorrono sul soffitto.
In uno ci sono io. Al tempo in cui pensavo di poter salvare gli altri. Cammino sicuro e lancio dardi di verità per indicare il cammino alle pecorelle smarrite.
In un altro, c'è il tuo volto, tu che finalmente, sorridendomi teneramente, vieni a salvarmi.
Tutto fluttua sospeso nel frattempo, anche quell'unica remota possibilità di felicità che mi resta, come se nell'aria risuonasse un notturno di Chopin.

Ed è quel preciso istante in cui sono solo, abbandonato alla mia debolezza, che percepisco le possibilità diminuire, la vita accorciarsi, e la morte farsi sempre più vicina.
Questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. 
Cara Speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

28 luglio 2011

Mezzogiorno di fuoco

Ero lì seduto che pensavo ai cazzi miei con il numerino in mano.
La ragazza di fronte a me avrà ventidue anni ma ha le labbra rosse e lucide, sembra una troia. Pure la vecchia lì a fianco la guarda male, penserà ai suoi tempi forse, o forse è solo invidiosa.
Vorrei avere uno di quei giornali che trovi nelle metropolitane per occupare la lunga attesa.
Teoricamente potrei alzarmi uscire, e poi tornare dopo diverse ore, salvo poi scoprire di aver perso il turno per quarantacinque millesimi di secondo.

Poi entra un tizio che sembra John Wayne, cammina deciso fino ad uno che neanche se ne accorge a due metri da me, e gli scarica due colpi di pistola in pancia, forse tre. Questo come un pupazzo si affloscia senza dire niente.
Rimaniamo tutti in silenzio per qualche istante, paralizzati. La troietta squittisce di paura come un topo di merda, e per un attimo mi intenerisce, poi la guardo di nuovo con disgusto.
La faccenda è seria, John Wayne ha una pistola e si avvia verso l'uscita con una certa disinvoltura, esce e sparisce.

Mi aspettavo più panico, invece niente, quello viene fuori dopo qualche secondo dall'uscita del sicario. Qualche vecchio probabilmente si sarà pisciato addosso perché si sente puzza.
Il tipo colpito tira gli ultimi o forse è già crepato, scomposto come un pupazzo rotto.

Con tutte le telecamere qua dentro non puoi neanche fare che te ne vai prima che arrivino gli sbirri per evitarti le menate, quelli poi ti vengono a cercare. Mi vedo la scena, il maresciallo e il direttore guardando il filmino: "conosce quel coglione con la camicia color frocio che si alza e se ne va?".

Per attimi che sembrano eterni nessuno si avvicina al morto, e comunque nessuno ha la minima intenzione di toccarlo. Metti che ha l'aids. Tanto se ti sparano da un centimetro col cazzo che vivi.
Viene lasciato lì a sbarbattare sangue sul pavimento, ma non tanto a dire il vero, pensavo molto di più.

Mi allontano di qualche metro, i miei muscoli si rilassano e a questo punto aspetto.
Forse non vedo l'ora di dire "era alto ma basso, incazzato o bianco o nero". Potrei anche dirgli, "cazzo somigliava proprio a John Wayne".
Forte però.
Un buon diversivo, non dovrò neanche giustificare l'assenza in ufficio.
Chissà che numero aveva quello nella coda.
Non ho le sigarette.
Ho voglia di scopare.
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17 dicembre 2010

Carne e grasso che muore

Ero schiacciato sul 17 e ad un certo punto inizio a sentire puzza, come di quei formaggi odorosi che dimentichi nel portaformaggi in frigo per settimane.
La gente si apre a capannello con il volto scandalizzato e disgustato. Non sento le voci perché in quel momento ho le cuffie ed ascolto i Godspeed You! Black Emperor a volume molto alto.
Cerco di capire da dove proviene, ed in un istante individuo uno che con un asciugamano o una sciarpa prova maldestramente a pulirsi il culo attraverso i pantaloni.
Il tizio si è cagato addosso, e piange, il volto deformato dalla vergogna, e prova a dire delle parole incomprensibili ma si vede che è down.
L'autobus si ferma, l'autista fa scendere tutti, le persone come automi obbediscono.
Io ed altri tre tizi restiamo lì impietriti a guardare la scena, indecisi, poi scendiamo pure noi.
Restano su solo il mongoloide e l'autista.
Sotto i miei piedi c'é una lercia banchina di cemento di Corso Europa, un vento che gela le orecchie e fa cascare le mani.
Non so che fare, guardo il cellulare nervosamente, guardo l'ora, lo rimetto in tasca, lo ritiro fuori sblocco i tasti e lo rimetto in tasca di nuovo. Ho nelle narici l'odore di marcio, lo sento in bocca.
Rivedo la scena, ed ho una fitta di dolore così forte che scoppierei a piangere.
Mi vergogno profondamente di provare pena.
Il dolore di quella visione mi fa pensare alla morte.
i disegni e i progetti sono la smorfia di umiliazione di un essere umano che si caga addosso su un pullman affollato.
Penso alla morte ed a quanto siamo solamente carne e grasso che muore.
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