25 dicembre 2009

La città dei caterpillar

Vic Chesnutt si è suicidato stanotte, venticinque dicembre duemilanove.
Del Natale restano malconci avanzi di luculliani banchetti, così come dei rapporti le immagini di decadenti scopate sui sedili delle macchine.
Mi sento sporco e malandato: faccio finta di non sentire, di non capire.
A spuntarla sono sempre le persone facili, che non hanno dubbi mai.
Ma la poesia muore sempre.
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16 dicembre 2009

Cosmonauta Gagarin non voltarti indietro

Non mi sono mai sentito così solo.
Un tempo credevo di aver sperimentato la forma più estrema di solitudine a migliaia di chilometri dal suolo.

Ho lavorato sodo per distaccarmi completamente da un universo che non mi apparteneva più in nessun modo. Probabilmente le mie radici hanno smesso autonomamente di abbeverarsi da una terra che non forniva più nutrimento, ma quotidiane e letali dosi di sonnolento veleno.

Oggi no, sono vigile, ho la mia vita in pugno.
In alcuni momenti ho la percezione del mio sangue.

L’inverno è molto lungo, le giornate finiscono improvvisamente, e la notte divora il mondo nonostante il quadrante dell’orologio indichi chiaramente che dovrebbe essere pomeriggio.
E’ sempre buio, e il vento incessante e ghiacciato rende insensato ogni movimento privo di una destinazione soddisfacente. Nessun posto dove andare, ma nessun posto dove stare bene.

La festività si avvicina, e con essa il presagio di un male ineluttabile.
I movimenti febbrili delle persone acuiscono la sensazione che il giorno successivo alla baldoria, doverosa come i quindici minuti d’odio, la stanchezza delle membra vincerà.
Tutti si accatasteranno in disordinati mucchi di ossa e grasso e qualche dio ingeneroso getterà semplicemente un cerino sperando che cotanto sfacelo celi ancora delle anime.

Fa un freddo schifoso, me ne sto rannicchiato a letto ad ascoltare qualcosa di indefinito che sbatte e cigola fuori, in strada. E’ un rumore che concilia i pensieri ed accompagna piacevolmente verso il consueto sonno senza sogni. O forse i sogni arrivano, ma la loro materia così impalpabile non può non disintegrarsi al mattino davanti alla regolarità monolitica e nauseante della sveglia del telefono cellulare.

Sarebbe bello venisse la neve. Ma arriverà solo una pioggia tagliente e distratta. Ci difenderemo coi nostri ombrelli, coi baveri dei cappotti, e potremo sentirci sollevati di non dover incrociare sguardi.
E se anche neve fosse, presto diventerebbe fango.

Miglia e miglia più in alto i rottami della mia esistenza, della mia gioventù, percorrono un’orbita concentrica. Un giorno, presto o tardi, incontreranno l’atmosfera, e nel tempo utile forse solamente per un “oh” di due giovani innamorati, si dissolveranno.
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13 dicembre 2009

Cinque variazioni sul tema dell'adolescenza

Per strada, davanti al portone, scena tipica da romanzo sfigato da trentenni italiani mal presi.

Dentro la festa prosegue, la musica dancehall -e tu sai quanto io odi il reggae-. Fumo di sigarette, una marea di alcolici ma non troppa gente sbronza.
Le ragazze ballano, ragazze in tiro tra i ventotto e i trentacinque. Ce n'é una particolarmente carina, ha i capelli nerissimi e una minigonna di jeans. Ho chiacchierato un po' con lei sul divano: è single, ha trentatre anni. Nel mio personale film porno avremmo potuto bere un po' di vino e trasferirci a casa mia.

Io che non so mai stare fermo con le mani gioco nervosamente con la tua colorata collana etnica.
Tu piangi, ti stringi a me, asciugo i tuoi occhi azzurri, e mi perdo, come se i tuoi occhi fossero un terribile incidente stradale.
Poi scappi dentro, e mi lasci davanti alla porta come un beota e le parole a mezz'asta.
E non puoi neanche immaginare che freddo fa qua fuori.

Quel ragazzo era simpatico. Ma ad un certo punto è scomparso, è scappato via. Un buon segno, un cattivo segno.
Gli ho lasciato il numero di cellulare, chissà.

Luogo diverso, seduto ad un bar con gli amici che parlano di calcio un altro si annoia. Pensa a quante cose sono andate storte, agli otto anni di rapporto finiti in polvere, come un pugno di sabbia che cola via.
Non resta niente.
Tutti i progetti, che prima sembravano così concreti, ora fanno sorridere amaramente.
E poi per cosa? La ricerca dell'indipendenza? Dei flirt? Delle emozioni sopite? Ora ha tutto ciò, e rimpiange le domeniche mattina.

La casa è vuota.
Non è facile abituarsi a questo silenzio, quando per anni è stato tutto un turbinare di voci, bambini, feste di compleanno, pulizie da fare, costumi di carnevale, poi jeans da rattoppare e musica ad alto volume.
Resta solo il vecchio cane, che da anni ormai dorme con la testa sul cuscino.

Tu rientri, e senti che la falla si sta allargando.
Sei così stanca.

Giudice io?
Guido piano e rimpiango le sigarette.
Come sempre ascolto i Mogwai a cannone.
Parola d'ordine spegnere il cellulare: ogni volta che scrivo un messaggio faccio la figura del coglione.
Ventinove anni, non più quindici, cazzo.
Pensare alle cose serie, fare tabula rasa, comportarmi da adulto.
Poi l'esplosione di Mogwai fear Satan! mi riporta alla strada.

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