Lettere che avevo intenzione di scrivere

09 novembre 2014

Le telecamere delle banche

Quando Davide uscì dall'ufficio erano le otto passate, il portiere aveva già iniziato il suo giro per spegnere le luci. Il viale bagnato di pioggia era ancora pieno di macchine, pendolari della circolare in coda per tornare a casa.

La notizia dell'incidente gli era arrivata nel pomeriggio scorrendo la cronaca locale su internet in una delle rare pause che si concedeva. Un bambino era stato investito mentre attraversava la strada in bicicletta, e l'autista non si era fermato per soccorrerlo. 
Camminò fino al punto in cui era successo, a poche decine di metri dal suo portone.
Si fermò sul marciapiede e riuscì a scorgere la chiazza scura del sangue sull'asfalto, contornato da un cerchio bianco disegnato da qualche poliziotto.
Poco indietro altri segni, e pezzi di fanale.
Più tardi a cena ne parlò con Susanna, "come avrà fatto quello lì a scappare in pieno giorno senza che nessuno prendesse la targa?".

Il giorno dopo, uscendo, guardò di nuovo i bambini giocare nel parchetto come se niente fosse.
Quei bambini crescevano con lo stesso fatalismo dei loro genitori in una giungla di palazzi vecchi e strade sporche.
Il cinese gli appoggiò un caffé davanti, e Davide si allungò a prendere lo zucchero, ripensandoci subito. Lo zucchero era nell'elenco dei divieti.
Un tizio alle macchinette metteva dentro meccanicamente una moneta dopo l'altra, il pacchetto di marlboro appoggiato sopra. "che cazzo di gente", pensò, pentendosi subito di averlo fatto, "è questo posto di merda che rende tutti intolleranti".
"Sai, esci di casa, e quando torni la trovi occupata e non riesci più ad entrare, e arrivederci e grazie".

Durante lo staff meeting del mattino vennero distribuiti i progetti per il trimestre successivo.
A Davide venne assegnato il più importante, la gara per la costruzione dell'impianto di rigassificazione. Poteva essere un'ottima opportunità per ottenere un aumento, anche se gli sarebbe costato un bel surplus di ore lavorative. 
Tornato alla scrivania con il plico sotto braccio, aprì il sito delle notizie e cliccò la cronaca locale.
Si parlava dei ritardi della nuova linea della metro, del rischio di esondazioni per le piogge in arrivo, un noto attore aveva pestato la moglie. 
Uno di quegli attori delle fiction che piacciono tanto alla madre di Susanna.
Anche sua nonna guardava quella roba, anche se non si chiamava ancora fiction. Il nonno usciva a fare una passeggiata, faceva il giro del quartiere fino al curvone e tornava indietro.

Davide si mise al lavoro. 
Iniziava sempre leggendo il briefing del progetto, ed annotava su un blocco i requisiti per partecipare alla gara. Li avrebbe spuntati uno alla volta nelle settimane successive.
"Davide, mi raccomando vogliamo il massimo, la casa madre punta tantissimo su questo progetto".
Il collega aveva piazzato sulla scrivania una specie di mini campo da golf da giocare con le matite, ogni tanto raccontava le sue scopate con la moglie.

Susanna, a cena, aveva risposto distrattamente, "di solito poi li beccano con le telecamere delle banche".
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07 febbraio 2013

Tre Cupitelle

C'é un punto in cui, per strade di periferia e borgate, Roma diventa Bagni di Tivoli.
Quando passo per Bagni di Tivoli penso mia mamma lì ci è cresciuta, e che le strade della borgata erano di terra, l'acqua corrente non c'era e le case erano di mattoni senza intonaco.
Lì  nonna era magra e aveva un negozio dove faceva i panini e vendeva bibite agli operai.
Ed ora che passo il mio tempo a preoccuparmi del funzionariato, dell'approvazione del mutuo, della disintossicazione dall'alcool, delle camicie in lavanderia, dei giorni che mi mancano alle ferie, per stare un po' bene non penso al futuro e al presente.
Per stare bene penso a me e Nadia nei pomeriggi d'Agosto.
Andavamo con le biciclette dalla via provinciale fino alla fontana delle Tre Cupitelle e poi ci buttavamo negli sterrati tra i campi.
Alle due del pomeriggio faceva un caldo che oggi non fa più, e c'erano le cicale assordanti, ed avevamo solo le canottiere addosso.
Ci dicevano di stare attenti ai venditori di organi. Io non avevo capito di che organi, e me li immaginavo arrivare su grandi auto nere come pianoforti a coda.
Ma più di tutto penso a quanto era bello sentire papà che cantava la domenica mattina, quando eravamo tutti assieme. Cantava sulla radio, azzurro il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me.
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12 gennaio 2013

I nove passi

[passo 1]

La mia prima volta agli alcolisti anonimi fu meno di un anno fa.
Venivo da un periodo abbastanza sobrio, finita l'estate, e mi sembrava di avere quasi tutto sotto controllo. Certo continuavo a soffrire di una terribile depressione e certi giorni un'orribile malinconia mi assaliva sin dal mattino, insieme alla sensazione di non avere neanche la forza di alzarmi dal letto. 
Mi facevano male le ossa, e l'idea di affrontare un'altra giornata mi metteva voglia di levarmi di mezzo, di bermi mezza bottiglia di ammoniaca.
Comunque tenevo botta, in un negozio di cinesi comprai il mio primo lettore di musica portatile, con delle cuffie bellissime che isolavano completamente dall'ambiente circostante. 
Al mattino, stivato nel 37 barrato, mi ascoltavo Schubert, specchiandomi nei volti tristi come il mio e le barbe incolte come la mia, e le camicie mal stirate come la mia.
- Ho incontrato Irene , mi disse mia madre a telefono una sera. - Era raggiante, mi ha detto che in primavera si sposa, di dirlo anche a te, di salutarti tanto.
- Sono contento mamma, grazie, ciao, stai bene saluta tutti.
Ripresi lì, con una delle mie sbronze da ko, quelle in meno di mezz'ora.

La vigilia di natale tornai a casa dal lavoro dopo pranzo, e Pedro non ce la faceva proprio più. 
Continuava a cagarsi addosso ed a vomitare, non beveva più, non mangiava più, camminava a stento.
Ero preparato a quel momento, cercai di rimanere lucido, fuori nevicava.
- Ora ci facciamo un bagnetto amico, ci rimettiamo un po' in sesto.
Così, bello profumato, col pelo nero lucido, lo presi in braccio ed era diventato così leggero, potevo sentire le sue ossa. Per proteggerlo dal freddo lo avvolsi in una coperta marrone come quella volta che da piccolino si era ferito coi vetri e mi aveva riempito di sangue i sedili della Renault 19.
- Sei bello amico mio, sei sempre bello.
Entrammo dal veterinario insieme, ed uscii da solo.

Febbraio era mite, ed il giorno della prima seduta zoppicavo vistosamente. Due giorni prima uscito da un bar sbronzo marcio ero caduto in un fosso in bicicletta. Una cosa comica a pensarci, ero lì a pancia in su, sommerso dal fango, con il cervello fulminato dal dolore che piangevo di rabbia e ridevo come un pazzo.
L'assistente sociale era molto gentile, Silvia, un'età non definibile tra i quaranta ed i sessanta.
Non mi chiese assolutamente niente.
- A volte chi viene qui non è perfettamente conscio della sua situazione, è cosciente di avere problemi ma non si ritiene un alcolista. Ha tentato invano di smettere di bere, ma non ha necessariamente toccato il fondo.Il percorso è lungo ed è fatto di piccoli passi, il primo è quello di riconoscere di non avere il controllo della propria vita. Inizia col porti un obiettivo piccolo, prova a rimandare di ventriquattr'ore il prossimo bicchiere.


Più facile a dirsi che a farsi. Uscito sul piazzale in periferia avevo una voglia matta di correre a casa e scolarmi una bottiglia.

A fianco al centro c'è un campo da calcio, ed alcuni ragazzi stavano facendo una partitella. Anche io avrei voluto giocare, ma non c'era mai tempo, lavoravo, mi ubriacavo, dormivo. 
Li guardai per un po', con i gomiti appoggiati al muretto esterno.
Mi sembrava un sogno, come avevo fatto a ridurmi così.

Poi iniziai le sedute di gruppo.
C'era un sacco di gente come me, uomini in giacca e cravatta, padri di famiglia, divorziati, donne sole. 
Gente perbene. Questa è una malattia per gente perbene.
Le sedute sono proprio come si vede nei film americani, si parla a turno ed ognuno racconta la propria storia. Ascoltai decine di aneddoti.
Una volta un tizio disse: "ho smesso di bere, però il difficile è continuare a non bere".
Quando parlavo io, qualcuno rideva anche, perché io sono bravo a raccontare le storie, anche se hanno un sapore triste. Mi faceva stare bene quando la gente sorrideva ai miei aneddoti.
Silvia era molto contenta del mio percorso, ed alle volte durante la settimana mi telefonava per sentire come stavo.
Continuavo a bere tanto, però avevo la sensazione di...
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09 gennaio 2013

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Certe volte io e Cinzia facevamo delle lunghe chiacchierate per fare il punto della situazione, dicevamo.
Ma di tanto in tanto, alla lunga, parlavamo anche di cose che con la situazione non avevano niente a che fare.
Un pomeriggio eravamo in soggiorno e lei mi ha detto: -quando ero incinta mi portavi in bagno le volte che stavo troppo male o quando ero troppo grossa per scendere dal letto. Allora mi ci portavi tu. Nessun altro farà mai una cosa del genere, nessuno potrà mai amarmi tanto e a quel modo. Qualsiasi cosa succeda, quello almeno ci resta. Ci siamo amati come nessun altro mai potrà amarsi.

Ci siamo guardati, forse ci siamo sfiorati le mani, non ricordo. 
Poi mi è venuta in mente la mezza pinta di vodka o gin o tequila che avevo nascosto sotto i cuscini del divano su cui eravamo seduti (oh, bei tempi!) e ho cominciato a sperare che presto si sarebbe alzata per fare qualcosa -andare in cucina, al bagno, fuori a ripulire il garage.
- forse potresti fare un caffé, le ho detto -un po' di caffé ci starebbe proprio bene.
- vuoi mangiare qualcosa? una minestrina magari.
- qualcosa si può anche mangiare, ma di sicuro una tazza di caffé me la farei.


E così lei è andata in cucina. Ho aspettato finché ho sentito che aveva aperto il rubinetto. Poi ho infilato la mano sotto i cuscini per prendere la bottiglia, l'ho strappata e ho bevuto.


Cose del genere non le ho mai raccontate alle riunioni degli AA. In quelle riunioni non dicevo un granché. "passavo" come dicono quando tocca a te e tu non dici niente tranne "stasera passo, grazie".
Però stavo ad ascoltare e scrollavo la testa e ridevo di complicità alle terribili storie che sentivo. Di solito andavo ubriaco a quelle prime riunioni. Si ha paura, e c'é bisogno di qualcosa di più che caffé istantaneo e biscottini.
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06 gennaio 2013

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Strana cosa il bere.
Se ci ripenso tutte le nostre decisioni più importanti sono state prese mentre bevevamo.
Anche quando discutevamo del fatto che dovevamo bere di meno ce ne stavamo al tavolo di cucina oppure ad un tavolo da picnic nel parco con davanti sei lattine di birra o una bottiglia di whiskey. Quando abbiamo deciso di trasferirci qui e accettare questo lavoro, abbandonare la nostra città, parenti, amici, ogni cosa, siamo stati su tutta la notte a bere e a parlare, soppesando i pro e i contro fino a ubriacarci.
Però all'epoca riuscivamo a gestirlo.
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02 dicembre 2012

vomitare sangue

L'alcol distrugge lentamente ma completamente è quello che mi disse uno la prima sera che Venni agli A.A. e quel tipo alla fine è diventato il mio sponsor.
Poi le crisi meno leggere, il DT durante i tentativi di smettere troppo velocemente, i primi incontri con insetti e roditori soggettivi, poi un'altra sbronza e altri insetti; poi forse la terribile scoperta di aver passato qualche limite, e i pugni-al-cielo, e i voti del tipo Giuro-su-Dio di mettermi di impegno e di rimediare a questa storia, smettere per sempre, poi forse qualche giorno di successo iniziale che hai passato con le mani strette a pugno, poi uno scivolone, poi ancora promesse, gli occhi sull'orologio, autodisciplina barocca, altri scivoloni nel sollievo dato dalla Sostanza dopo quasi due giorni di astinenza, terribili postumi di sbornia, sensi di colpa schiaccianti e disgusto per se stessi, superstrutture di ulteriori autodiscipline (per es. non prima delle nove del mattino, mai nelle sere in cui lavori, solo con la luna crescente, solo insieme a svedesi) che falliscono regolarmente.
Quando ero ubriaco volevo essere sobrio e quando ero sobrio volevo ubriacarmi.
Ho vissuto in quel modo per anni e vi dico che non è vivere, non è altro che una fottuta morte-in-vita.

Poi gli ultimatum vocazionali, l'impossibilità di trovare un lavoro, la rovina finanziaria, la pancreatite, i sensi di colpa opprimenti, vomitare sangue, la nevralgia cirrotica, l'incontinenza, la neuropatia, la nefrite, le depressioni più nere, il dolore bruciante, e la Sostanza che ti permette di vivere dei momenti di sollievo sempre più brevi; poi alla fine non trovi più sollievo da nessuna parte; alla fine è impossibile farsi così tanto da riuscire a capire come ti senti, a stare così; e ora odi la Sostanza, ma nonostante tutto non riesci a smettere di farti della Sostanza, scopri che vuoi smettere più di ogni altra cosa al mondo e non provi più nessun piacere a farlo e non puoi credere che ti sia mai piaciuto farlo eppure non ti puoi fermare lo stesso, è proprio come se ti stessi bevendo il cervello, come se ci fossero due te; e quando venderesti la mamma per smettere e ti accorgi che nonostante tutto non puoi smettere, allora l'ultimo velo della maschera allegra e festosa cala dal volto della tua amica di un tempo, la Sostanza, ora è mezzanotte e cadono tutte le maschere, e a un tratto vedi la Sostanza come veramente è, per la prima volta vedi il Disagio come realmente è, come è stato per tutto questo tempo, guardi nello specchio a mezzanotte e vedi cosa è che ti possiede, che è diventato te.
E' come essere dei morti viventi, non sembra neanche di essere vivi, alla fine non sei né morto né vivo,  l'idea di morire non è niente in confronto all'idea di vivere in questo modo per altri cinque o dieci anni e solo poi morire.
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29 novembre 2012

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest'uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.
Ci sono d'estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest'uomo, che giunge
per un viale d'inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c'è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.
Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s'incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c'è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest'uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.
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04 ottobre 2012

Allora cos'é l'amore

- sai ma', avrò avuto undici dodici anni e mi ricordo di aver avuto la sensazione che tu volessi andartene via.
Lei mi guarda, ed il muro della sua perenne severità crolla, dopo tanti anni.
Continuo - l'ho sempre saputo che non ce la facevi più, ma che restavi per tenerci uniti. Non dicevo niente perché facendo finta di niente tutto andava avanti uguale e voi eravate sempre lì. Sono cresciuta sapendo che non sei stata felice per la maggior parte della tua vita.
Osserviamo in silenzio Alberto che ci sorride, e mentre gli metto il borotalco gli si rizza il pisello e ci viene da ridere. - è proprio un ometto.
Io e Paolo abbiamo deciso di avere una bambina. Dovremo mettere la X sul sesso stavolta.
Con questo tipo di inseminazione artificiale vengono fuori principalmente maschi.
- poi papà aveva avuto il cancro e tu ti sei dedicata a lui tutto il tempo.
Andavamo avanti e indietro dall'ospedale per la chemioterapia.
Io credevo che la chemioterapia fosse una cosa complicatissima, fatta con macchinari sofisticati e pericolosi. Invece si trattava solo di flebo, decine di flebo. Lui usciva e stava benissimo, come se gli avessero iniettato il siero della vita eterna, invece dentro moriva.
- Voleva andare a caccia, ti ricordi ma'?
Mettiamo Alberto nella culla e ci sediamo sugli sgabelli in cucina.
E' tutto nuovo, la casa è nuova. Paolo ha ottenuto un posto da dirigente e quasi immediatamente grazie ai mutui agevolati per i dipendenti della Banca abbiamo comprato questo appartamento di centocinquanta metri quadri su due piani. E' troppo grande per noi, ci sono angoli bui in cui nessuno metterà mai piede.
Faccio mezzo bicchiere d'acqua a mo' di posacenere e dal primo cassetto tiro fuori il pacchetto mezzo pieno di Diana light. E' il nostro piccolo peccato da casalinghe disperate, la sigaretta della sera.
Lei è arrabbiata con me perché ha scoperto di Luca.
Ma io sono una buona madre e una buona moglie e diavolo questo è il prezzo che paghiamo, come si fa ad essere fedeli per una vita intera. Luca ha ventitre anni e non sa niente della vita, scopiamo e poi lo carezzo affettuosamente.
Voglio bene a Paolo, e gli sono grata di quello che fa per noi. Adoro aspettarlo la sera, scherzare con lui. Amo il nostro vocabolario familiare. Se questo non è amore allora cos'é l'amore.
- Dovresti darci un taglio, dice lei.
- Non sono affari tuoi.
- Sono sempre tua madre.
Sarà sempre mia madre. Come papà sarà sempre mio padre.
Ricordo l'immagine della porta del cimitero, un grande muro, alto, circondato di sterpaglie bruciate dal sole. La porta gotica con la grande croce al centro, le due piccole finestre sbarrate simmetriche, l'aria immobile nel pomeriggio di Agosto. Ci sono tombe singole e tombe in gruppo, nessuna aveva la terra smossa davanti.
Alcune avevano edera sulla pietra, altre foto in bianco e nero.
Papà quel giorno aveva solo calce intorno ad una lastra non incisa, in alto, sopra altre persone morte.
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03 ottobre 2012

Periferia nord

Sono andato a trovare mio zio, ho dormito lì, ed al mattino alle cinque sono ripartito.
Quando la strada è diventata insopportabilmente dritta, dopo un'ora circa, ho dovuto alzare il volume della radio per tenermi sveglio. Dopo un blackout del quale non conosco la durata, il rumore sordo dello specchietto che esplode e lo stridore della lamiera mi riportano ad una coscienza piena, terrificante. Il fianco destro della mia automobile sta rumorosamente aderendo con la parete di una galleria ad una velocità di centotrenta chilometri orari.
D'istinto cerco di rimettere la vettura in carreggiata, ma perdo il controllo ed inizio a girare. Non urlo, mi adopero per sopravvivere, aggrappandomi disperatamente allo sterzo ed ai freni, cercando di arrestare questa bomba impazzita che un tempo era la mia macchina.
Improvvisamente sono fermo, immobile, vivo, con stereo e motore acceso: a meno di un centinaio di metri un autotreno si dirige verso di me a tutta velocità sbandando vistosamente. 
Sono in mezzo alla carreggiata girato contromano. -ecco è finita, penso.
Il cuore pompa all'impazzata, un'inaspettata prontezza di riflessi mi fa pestare il piede sull'acceleratore, sgommo via letteralmente proprio all'ultimo, come in quei film americani in cui il protagonista rimane bloccato sulle rotaie mentre arriva un treno.

Dopo qualche minuto di risate isteriche riesco a fermarmi in una piazzola.
Scendo, respiro, quasi vomito. Ripenso al ponte subito fuori dalla galleria, al guardrail sfondato, al trafiletto di qualche inserto provinciale "trentenne precipita da ottanta metri", -stocazzo! penso.
Giro intorno alla macchina, un disastro.

Qualche giorno dopo il tipo dell'officina mi comunica freddamente -ti costa di più metterla a posto che comprarla nuova. 
Perdita totale costruttiva la chiamano.

Ad Ottobre riconsegno le chiavi dell'ennesimo appartamento, in attesa del trasferimento definitivo ad una filiale minore, che, finalmente, ho ottenuto dopo anni di stress metropolitano.
Le ultime notti nello spazio semivuoto sono dolorose, dominate dal senso di incompiutezza e di mancanza di legame profondo con qualunque luogo.
Con profonda gratitudine accetto la sistemazione provvisoria in periferia a casa di un collega, che mi cede volentieri il suo divano. Lui ha quarantadue anni, e vive perennemente braccato dagli avvocati della moglie, per questioni di alimenti non pagati.
In questa cavolo di città è tutto a termine.

Gioco forza mi ritrovo a fare il pendolare in treno.
Il metropolitano è sempre sovraccarico, ma in pochi giorni riesco a riconoscere i volti delle persone con le quali quotidianamente condivido il viaggio.
Mi affascina una signora che poggia sempre un fazzoletto sul sedile prima di accomodarsi.
E' una donna ben vestita, sui cinquanta, con il volto magro poco truccato, ed i capelli scuri raccolti.
Indossa sempre abiti da lavoro eleganti, ha gambe da ragazza e caviglie sottili. 
Alle volte mi ritrovo anche a fare fantasie su di lei.

Sul treno serale invece incontro sempre un tipo simpatico, che come me si occupa di controllo di gestione.
Di più, direi che è un maniaco del controllo di gestione: ha una collezione di file excell sul suo portatile talmente strutturati da farmi quasi paura.
Giacomo, così si chiama, ha appena comprato un appartamento con la fidanzata, che è incinta.
La palazzina è di nuova costruzione, e parte del complesso non è ancora finita.
- dovresti fare un salto a dare un'occhiata, ci sono ottime occasioni. Mi dice.
Anche se sono in procinto di trasferirmi, una sera dopo il lavoro vado con lui a vedere le costruzioni. Riesco a dissimulare il mio orrore, manifestando persino un interesse per un possibile acquisto, memorizzando sul cellulare il numero del costruttore scritto a grandi cifre su un cartellone.
- proverò a sentire cosa hanno per me dai
- magari! sarebbe bello avere qualcuno di conosciuto nei paraggi, sai per una birra, per sfuggire ogni tanto dalla signora! Sai cosa intendo no. E mi fa l'occhiolino.
Mi incammino verso il mio "divano" attraverso un'umida nebbiolina che scende.
Al diavolo, penso. Forse ha ragione lui. Cerca di mettere radici, anche se in un posto di merda. Ama quello che fa. (si cazzo il controllo di gestione!) Questo mio snobismo stronzo da perenne straniero non mi fa bene.
Citofono all'interno del mio collega, e mi rammarico riguardo la sega che non potrò tirarmi pensando alle caviglie della cinquantenne sul treno.

Qualche settimana dopo, l'ufficio del personale mi convoca per formalizzare il mio trasferimento a decorrere dal lunedì successivo. La prospettiva del cambiamento mi entusiasma, e torno alla mia scrivania con un sorriso ebete stampato sulla faccia. Faccio pollice su alla collega che risponde con una smorfia.
Quella sera porto a cena fuori il mio ospite divorziato. Pago io, per sdebitarmi dell'ospitalità e perché lui è perennemente nelle canne.
- Beato te che te ne vai, hai fatto la cosa giusta.
- Non so mica, le prospettive di carriera lì sono minime, ma almeno mi levo da questo inferno di periferia nord.
- Ti sembrerà una stronzata, ma nelle giornate di sole senza questa nebbia di merda, questo posto fa ancora più schifo, eppure nel profondo lo amo.
- Sarà, dico io.

Mentre lui guida verso casa mi chiama mia zia sul cellulare; da quando ho distrutto la macchina non sono più riuscito ad andare da loro.
- Dicono che non lo operano, che l'aorta potrebbe esplodere da un momento all'altro, che l'operazione è troppo pericolosa per uno nelle sue condizioni. 
- Mi spiace zia.
- Non resta che aspettare ora.
- Aggiornami, salutamelo, appena posso vengo lì.
Guardo la strada, ed il mio collega che smanetta con l'autoradio.
Perdita totale costruttiva, penso.
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06 settembre 2012

Due convenevoli e via

Eravamo io e Lorena, io guidavo ed ero triste, lei dormiva con la testa appoggiata al finestrino.

Avevo conosciuto Lorena quattordici mesi prima grazie ad un mio amico fotografo, specializzato in ritratti. Una sera ero a casa sua ad ascoltare qualche disco -aveva una bella confezione di vinili-.
-ti faccio vedere qualche foto, mi dice, e raccoglie un paio di quaderni da una vecchia scrivania in legno, una di quelle con tanti piccoli cassetti.
Erano belle foto, un susseguirsi di persone intente a fare altro, nessuna di loro guardava direttamente l'obiettivo. -sei bravo, gli dico. -riesci a cogliere le espressioni spontanee. -già, è difficile, perché la gente quando sa di essere fotografata assume quasi sempre un'espressione innaturale.
Poi, scorrendo le foto un po' troppo velocemente, un'immagine mi colpisce e mi fermo ad osservarla, mentre dallo stereo riconosco nitidamente l'attacco strumentale di Long as i can see the light, attraverso il quale si fa spazio la voce potente di John Fogerty.
Davanti ai miei occhi c'é una ragazza, seduta in un giardino, con rampicanti alle spalle. Fuma distrattamente una sigaretta e sul tavolo c'é un dolce alle fragole che ha lasciato a metà.
Ha un volto particolare, un neo sulla guancia sinistra, il naso carino e un po' a punta. Ha due giganteschi occhi azzurri ed una chioma spettinata di capelli rossi. E' un po' in carne, ed ha un bellissimo seno prosperoso che si intuisce solamente attraverso una  maglietta scura con le maniche corte e trasparenti, che contrasta con il chiarore della sua pelle. La foto ha così tanti colori e lei sembra così intensamente bella e particolare, da lasciarmi senza parole. -chi è questa ragazza? chiedo. E' bellissima. E la foto è bellissima. -Puoi tenerla, mi fa piacere. Lei si chiama Lorena, ed è una fotografa niente male. -abita qui? -attualmente si, ma passa lunghi periodi a Berlino, dove credo abbia un fidanzato o qualcosa del genere.
- Lorena eh? Cavolo, è stupenda. Ripeto, come in trance.

Qualche sera dopo lui fece in modo di farci incontrare, per una cenetta a casa sua. Parlammo parecchio a tavola, e passeggiando verso casa. Credo di essermene innamorato immediatamente come un adolescente. Dopo pochi giorni stavamo praticamente insieme, e lei non menzionò mai alcun fidanzato berlinese.
Nei pomeriggi liberi la accompagnavo in giro per la città a cercare scorci da fotografare, adorava immortalare le strade di periferia ed i vagoni graffitati, e raccontare dei posti in cui era stata e le persone che aveva conosciuto. Io non avevo girato molto, quindi stavo essenzialmente ad ascoltare.
Lorena è certamente la donna più luminosa che abbia mai incontrato in vita mia, nonostante le foto che scattava fossero così tetre. Forse in quel modo scaricava il suo lato oscuro.

A quel tempo vivevamo nel mio appartamentino vicino al mercato ortofrutticolo. Tappezzavamo la casa di foto nostre, in cui lei faceva sempre boccacce da bambina scema, mentre io provavo a fare la faccia seria.
Una domenica vennero a pranzo da noi due nostri amici, Alex e sua moglie Claudia. Io e Alex avevamo frequentato la facoltà di medicina insieme, ma lui era diventato un buon chirurgo, ed aveva trascorso anche un periodo in un ospedale da campo in Africa. Tornato qui si era piazzato bene, ed aveva sposato Claudia, più giovane di lui di qualche anno. Lei studiava lingue all'università, parecchio fuori corso. Una tipa un po' radical chic, ma abbastanza simpatica a piccole dosi.
- Ti ricordi quando dovevamo andare in Francia per praticare con cadaveri veri? dice lui.
- Dai che metto in tavola, non iniziare con le storie dei tuoi tagliuzzamenti di corpi umani, ribatto io sorridendo mentre verso a tutti un bicchiere di vino.
- E voi due? fa Claudia. Siete in pieno idillio eh?
Lorena mi stringe il polso e risponde -guardaci!
- Pensate di sposarvi anche voi? Siete una bellissima coppia. Poi tu caro mio inizi ad avere una certa stempiatura, dovresti pensare di mettere la testa a posto. Non fartela scappare!
Porto in tavola la pentola di pasta e faccio porzioni abbondanti.
- Tu ti ricorderai, prima di andare in Africa stavo con quella tipa anoressica. Si sarebbe fatta un piattone come questo e poi sarebbe corsa in bagno. All'inizio non mi ero assolutamente accorto che fosse anoressica, era bravissima a mascherarsi. Era un po' strana, certo, ma non potevo immaginare. E si che sono medico.
- Mi ricordo, Giulia. Era carina, ma strana forte. Però c'eri andato parecchio sotto con lei.
- Già, avevo perso la testa per lei. Vi racconto questa, del modo strano in cui l'ho scoperta. Non ve l'ho mai raccontato. Per il suo compleanno eravamo usciti a cena in un ristorantino niente male, anche abbastanza costoso. Dopo aver finito il secondo lei si alza e va in bagno, io resto lì a finire il vino. Ad un certo punto le squilla il cellulare nella borsa, ed allora io allungo la mano per prenderlo. Infilo la mano nella borsa appoggiata alla sua sedia e frugo dentro senza guardare. Sotto le dita sento una materia dalla consistenza molle e umida. Cerco di capire, e scopro che la borsa era piena di fazzoletti di carta pieni di cibo masticato e sputato. Parecchi. Non vi dico, mi si gela il sangue. Ma immediatamente capisco la fissazione di avere sempre con sé i fazzoletti di carta, l'appetito vorace, l'odore vagamente acido del suo alito in certe occasioni. Masticava il cibo, ed abilmente lo sputava nei fazzoletti. E poi andava a completare l'opera in bagno. Sono terribilmente scosso, ma quando torna a tavola cerco di far finta di niente. Era stato come infilare la testa nell'oscurità dell'anima di una persona.
Verso altro vino, Lorena e Claudia ascoltano con attenzione. Lorena mi stringe di nuovo il polso ed io inconsciamente mi avvicino a lei, per annullare ogni distanza tra noi.
- Da quel momento in poi le cose sono andate a rotoli. Tentavo in ogni modo di ostacolare i suoi comportamenti senza dirle mai che sapevo, e questo era causa di orribili litigi e giorni neri. Io ero innamorato di lei, ma questo mostro era troppo grande per entrambi. Quando ebbi l'opportunità di partire, presi la decisione più vigliacca e andai via. Ma non passa giorno -e Claudia lo sa- senza che io senta il senso di colpa per questo. Ho abbandonato a se stessa la donna che amavo, per vigliaccheria.
- E lei ora come sta? L'hai più vista? Domanda Lorena, un po' scossa.
- Non so come stia, non so più niente di lei. Quando ci incontriamo scambiamo giusto due convenevoli e via. Ora è tutta un'altra vita, sono felice e sereno, ed innamorato di mia moglie.
Guarda Claudia, le fa l'occhiolino, e lei gli risponde con un sorriso tirato.

Più tardi, rimasti soli, io e Lorena siamo usciti sul terrazzo a fumare.
Il pomeriggio era stato piacevole, ma la storia di Alex ci aveva reso un po' pensierosi.
Faceva buio abbastanza presto, ed alle quattro del pomeriggio la luce era già fioca. Il mercato ortofrutticolo era chiuso, e l'isolato al tramonto appariva come disabitato. Solo qualche gatto esplorava le pattumiere piene di avanzi dei pranzi domenicali.
Il freddo era pungente, e strinsi a me Lorena -Si può dire di amare tanto una persona e poi abbandonarla così, per paura? Mi chiede.
Non rispondo, perché avrei dovuto rispondere una banalità. Ma dentro di me pensavo che si, è possibile amare profondamente qualcuno, ed abbandonarlo. Tutto può accadere in fondo, anche questo. Di amare e perdere, di non saper definire l'amore, di pentirsi delle scelte.
- Ti amo io, lo sai? Le sussurro, stringendola.

Qualche tempo dopo Lorena vinse quel premio fotografico, e la borsa di studio per il master a Berlino. Proprio a Berlino, pensavo con ansia. Mi ritornò in mente quel fantomatico fidanzato, evocato guardando per la prima volta il suo volto dolce, la torta di fragole lasciata a metà, e i rampicanti.
L'accompagnai in macchina, partimmo di notte. Al confine lei dormiva serenamente, con la testa appoggiata al finestrino, ed io rimuginavo. Misi su Long as I can see the light, la canzone più adatta a quel momento.
E mentre John Fogerty preparava la borsa per il lungo viaggio, io pensavo che avrei perso Lorena proprio quel giorno, che non avremmo sopportato la distanza. Che avrei amato di nuovo, e che lei avrebbe amato di nuovo. Amare è una cosa semplicissima, una questione di convinzione, di mettere via un'altra scatola da scarpe stivata di scontrini, biglietti d'auguri, e fotografie.
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04 settembre 2012

I visitatori fuori, per favore

L'estate era quasi finita, e noi non ce la passavamo per niente bene.
Trascorrevo i miei pomeriggi liberi in ospedale a far compagnia a mio fratello. Lui per la maggior parte del tempo dormiva, e quando era sveglio era perennemente appannato dai medicinali.
Leggevo distrattamente riviste, appollaiato su una di quelle vecchie sedie da scuola, abituato all'odore sgradevole di disinfettante e corpi umani mal lavati. Il vecchio con cui mio fratello condivideva la stanza tossiva in continuazione, ma non sembrava stare particolarmente male. Spesso se ne andava in giro per i reparti, chiacchierando di calcio con gli infermieri. Chissà cosa aveva e da quanto tempo era lì, con me non parlava.
Ogni sera mia cognata faceva capolino nella stanza, lo sguardo stanco. Parlavamo del più e del meno, e degli aggiornamenti generici del medico. "Risponde bene alla terapia".
I medici e gli infermieri non sono esseri umani.
Raramente ho visto le due figlie. Quando chiedevo di loro a Rebecca, più per parlare di qualcosa che per un vero interesse, erano a nuoto, a ginnastica ritmica, agli scout.
Forse era meglio così, evitare loro di assistere al lento disgregarsi del padre.
Ogni tanto lui apriva gli occhi e chiacchierava un po'.
Aveva ancora lo sguardo intenso e la sagacia di un tempo. Il fratello bello, in gamba, vincente.
Il fatto che io potessi entrare ed uscire a piacimento da quella stanza, non mi rendeva migliore di lui.

In quel periodo stavo cercando a fatica di smettere di bere.
Bere è la cosa più bella e facile del mondo quando sei depresso. Il vino è sugli scaffali dei supermercati, non servono buchi in vena o incontrare gente poco raccomandabile in vicoli bui.
La condizione dell'alcolizzato è strana, mantenendo un certo rigore è assolutamente possibile conservare una parvenza di normalità. La regola aurea è bere al mattino solamente lo stretto necessario per tirare avanti fino a pranzo, uno due bicchierini di qualcosa di forte, e mangiare un uovo sodo. Due pinte di birra massimo a pranzo, tre il venerdì, ubriacarsi a lavoro non va bene. Più o meno intorno alle sei, quando iniziano a tremare le mani, e si è aggrediti dal panico, uscire di corsa e sbronzarsi. Dormire.
Avevo deciso di darci un taglio perché il mio fegato sembrava dover esplodere da un momento all'altro. Sentivo un dolore tale da piegarmi in due, pentendomi di essere vivo. Persino pisciare era diventato terribilmente doloroso.
Sapevo perfettamente come vanno queste cose. Sapevo che tutti gli alcolizzati provano a smettere di bere ciclicamente, si prendono una sonora ultima sbronza, fanno un paio di giorni puliti in preda all'entusiasmo, e poi si attaccano alla bottiglia. Più o meno facevo così anche io, ma almeno ero riuscito a limitare le ubriacature da ko. Le mie ubriacature da ko erano tremende, mi chiudevo in casa e bevevo fino allo svenimento, in circa mezz'ora.
Il fatto di limitarle era già qualcosa.

Quell'anno avevo finalmente un lavoro e una casa.
Un mio vecchio compagno di classe, e recente compagno di bevute, mi aveva trovato un posto alle Ferrovie Est, di cui era un funzionario.
Le Ferrovie Est sono una società privata che gestisce un centinaio di chilometri di rotaie tra la città e l'hinterland, servendo principalmente la moltitudine di pendolari che dai paesi dormitorio si muovono quotidianamente verso il centro finanziario e ritorno.
Ero stato assunto come addetto alla composizione dei treni. In sostanza facevo parte di una squadra che fisicamente assemblava i convogli sui binari morti. Il materiale rotabile delle Ferrovie Est mi affascinava, vecchi vagoni dismessi delle ferrovie nazionali, riverniciati di verde e bianco, e risistemati alla buona all'interno.
Il lavoro era poco impegnativo e ben pagato. Si trascorreva la maggior parte del tempo nella garitta degli operatori a guardare la tv e a bere.
Il mio vecchio amico inoltre mi aveva trovato un piccolo appartamento vicino alla stazione.
Si trattava di un monolocale in una vecchia palazzina di ringhiera, molto carino, con il caminetto. La casa era sua, ma me l'affittava a prezzo politico, con il tacito accordo di cederglielo ogni qual volta ne avesse avuto bisogno per scopare, in media una, due volte la settimana.
Lui era sposato ma aveva spesso avventure con giovani donne, forse a pagamento, non so. Mi chiamava con un po' di anticipo, io sistemavo il letto, toglievo le cicche di sigaretta e le bottiglie vuote, e me ne andavo in qualche pub a sbriciolarmi.

Non me la passavo benissimo, ma neanche così male in effetti.
C'era anche questa cosa dei racconti, scrivevo e pubblicavo parecchi racconti sulle riviste. Non avevo tirato su un centesimo scrivendo, però la cosa mi dava parecchia soddisfazione. Dopo un po' di racconti pubblicati  una casa editrice si era fatta avanti e mi aveva affibbiato una editor, alla quale periodicamente inviavo i miei scritti. Non l'ho mai vista di persona ma era una bravissima persona.
Dolcemente tagliava, cuciva, consigliava, riscriveva, rendeva tutti i miei spigoli letterari più morbidi.
Mesi prima del ricovero di mio fratello mi aveva anche procurato un invito per un seminario di scrittura creativa, al quale sono andato ed ho preso parecchi appunti. Alla fine c'era un piccolo rinfresco, durante il quale mi sono ritrovato a chiacchierare con un altro scrittore in erba come me.
Mi dice con una saccenza un po' fastidiosa, "Per scrivere romanzi di successo, servono grandi idee e grandi storie, il quotidiano non funziona.". Forse aveva anche ragione, da un punto di vista hemingwaiano. In fondo è vero che Per chi suona la campana è il più grande romanzo di tutti i tempi.
Ma io all'epoca ero un convinto ed umile seguace di Raymond Carver.
Dopo il seminario telefonai alla mia editor per raccontarle tutto, e lei mi suggerì di buttare giù qualcosa tenendo presente gli appunti. Le dissi anche che la mia ragazza mi aveva lasciato, e lei mi consigliò di buttare giù qualcosa anche a riguardo.
Era più o meno maggio.
Mi aveva lasciato credo per motivi futili, non perché bevevo, il che sarebbe stato anche plausibile.
C'era questo quarantenne divorziato che la corteggiava un po'.
Il tizio era uno senza arte né parte che vestiva da fricchettone, con i pantaloni larghi di lino, i sandali, l'aria vacua da artistoide depresso.
Lei se n'era invaghita e mi aveva mollato di punto in bianco.
La cosa mi aveva fatto girare le scatole, soprattutto perché aveva avuto anche il coraggio di dirmi che lo trovava interessante.
Il tipo se l'era chiavata un paio di volte e poi era sparito con scuse imbarazzanti.
Lei si era rifatta viva per vederci, ma mi ero messo in testa di fargliela pagare.
D'altronde non avevo neanche il problema del sesso, perché ad un certo stadio dell'alcolismo si ha pochissimo desiderio.

Poi arrivò l'estate, io ero rimasto da solo, ed i dottori dopo i primi esami infausti avevano consigliato il ricovero immediato di mio fratello.
Da anni non si vedeva una stagione così insopportabilmente calda.
Facevo sei giorni di turno e due di riposo, e coglievo l'occasione per andare un po' al mare, in una spiaggetta non troppo affollata sotto il ponte della ferrovia. Mi facevo un bagno, e poi leggevo. Una volta però c'era anche la mia ex ad una trentina di metri con il suo nuovo fidanzato, un altro ancora. Non mi avevano visto ed io li ho spiati per un po'. Giocavano a carte sul telo da mare e si sbaciucchiavano di quando in quando. Lui era parecchio più bello di me, con un bel fisico asciutto, ed anche lei sembrava un'altra. Così da quel giorno cambiai spiaggia.
Un'altra volta ero sul bagnasciuga a godermi le onde e poco lontano c'erano due coppie. Trincerato dietro al libro ascoltavo i discorsi. Non avrebbero mai ammesso che tra loro era in corso una gara a chi stava meglio. A chi faceva più figli. A chi comprava la macchina più costosa, la casa vacanze, il gommone. Mi fecero un po' pena però, perché il modo in cui aspiravano nervosamente le loro sigarette lasciava trasparire una realtà diametralmente opposta di frustrazioni quotidiane.
Nel frattempo tentavo di scrivere i miei primi grandi racconti, e non le solite storie di quotidiano dolore. Avevo buttato giù un paio di epopee di guerra, una roba fantascientifica da brividi freddi, ed anche qualche polpettone d'amore. Lì per lì mi sembrarono roba discreta, ma dopo un po' di macerazione sulla scrivania, si rivelarono schifezze. Mandai un messaggio alla mia editor, dicendole "riesco a scrivere bene solo cose che conosco. Riesco a scrivere solo di ubriacature da ko. Mi sa che non ne uscirà un grande romanzo".

A Luglio inoltrato iniziai a soffrire i terribili dolori al fegato, e solo la malattia di mio fratello mi faceva stare meglio. Era come se gli stessi succhiando la linfa vitale da quella sedia di merda leggendo riviste scientifiche.
Dopo il lavoro andavo al supermercato cercando di stare alla larga dallo scaffale degli alcolici, e compravo essenzialmente solo pane confezionato, insalata già lavata, pomodori datterini, e cartoni d'acqua naturale.
Bevevo tantissima acqua cercando disperatamente di ripulire i miei organi marci.
Di tanto in tanto però uscivo la sera con qualche amico e mi ubriacavo ferocemente. -Meglio in compagnia che da solo, lo consideravo un passo avanti.
Rebecca era sempre più preoccupata, ma diceva alle bambine che papà sarebbe tornato a casa, e loro si fidavano.
Era troppo presto per metterle davanti alla monolitica consapevolezza della morte, che depenna a caso le persone e gli affetti uno dopo l'altro. Dovevano godere il più possibile quell'innocenza ingenua fatta di punti di riferimento immutabili, per la quale nulla di brutto può accadere, e tutto si risolve sempre per il meglio.
Capivo Rebecca, ed ero tormentato dai sensi di colpa della mia condizione di egoistica impotenza.
A volte fantasticavo di prendere il posto di mio fratello, di farmi carico delle bambine e di Rebecca in sua assenza.

Agosto fu un monotono susseguirsi di giorni uguali, senza alcun apparente sviluppo.
Il caldo sensazionale smorzava le nostre poche energie.
Una notte il mio vecchio amico mi chiamò e pensai di dover liberare il campo per una serata. Invece aveva lasciato la moglie ed aveva bisogno dell'appartamento. Potevo rimanere per un po', finché non avessi trovato un'altra sistemazione. Non era facile a quel prezzo, se non parecchio in periferia.
Consultavo quotidianamente gli annunci immobiliari, ed ero terrorizzato dall'idea di finire in un tugurio. Sarebbe stata la mazzata finale alle mie ambizioni di uscire dal buco nero in cui mi ero ficcato.
In casa faceva caldissimo, e ci toccava dormire insieme sul divano letto. Tenevamo il ventilatore al massimo, tentando di smuovere l'aria. Non si potevano aprire le finestre a causa dell'afa e delle zanzare.
Alle volte però stare in compagnia non era male, avevamo in comune la passione per i film di guerra, ed entrambi cercavamo di stare il più possibile alla larga dalla bottiglia.
Lui guadagnava bene, e faceva una spesa di livello superiore. Pesce spada, bresaola, gelati. Faceva una pasta con le sarde di prim'ordine.
Passammo la sera di ferragosto a guardare La Sottile Linea Rossa, con un fantastico deumidificatore nuovo  fiammante e rinfrescare la stanza.
Mi sentivo un po' meglio, ma mio fratello nonostante il moderato ottimismo dei medici non usciva dall'ospedale, e giorno dopo giorno era sempre più annebbiato. Parallelamente Rebecca sembrava invecchiare innaturalmente, e non c'era più nulla in lei che ricordasse la splendida trentacinquenne di qualche mese prima.

Una sera un'infermiera grassa ci chiese con scortesia di uscire dalla stanza per fare le iniezioni. Spingendo il suo carrellino, aveva detto senza alcuna emozione "i visitatori fuori per favore".
Nel corridoio Rebecca mi trapassò con uno sguardo pieno di rabbia, con le vene del collo gonfie.

Il trentuno Agosto, dopo tre mesi di siccità, il cielo riversò su di noi una pioggia torrenziale.
Dopo qualche giorno mio fratello era morto.
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18 luglio 2012

Come ho giocato papà?


E' il momento. 
Appoggio la borsa sulla panca, appendo la giacca al pomello.
Lentamente slaccio la camicia, sfilo i pantaloni ed i calzini.
Non mi guardo allo specchio, non rifletterebbe ancora ciò che mi aspetto di vedere.
Indosso i pantaloncini, la maglietta lucida, i calzettoni rossi, li fisso stretti alle gambe con il nastro e li tiro giù fino alle caviglie.
Mi siedo, apro la cerniera inferiore del borsone ed un odore forte di grasso mi riempie le narici.
Le vecchie Kaiser sono ai miei piedi, nere, lucide, aderenti come guanti.
Così bardato, lo specchio in tutta onestà mi restituisce l'io di un tempo, il formidabile terzino dei campi della provincia.
Mi piego sulle ginocchia e le sento indolenzite.

Oh, se ci avesse pensato, la prima sera che fece le scale a un gradino per volta! 
Non gli venne il più lontano dubbio che quella sera fosse molto triste per lui, che su quei gradini, in quell’ora precisa, terminasse la sua giovinezza.

Faccio un paio di saltelli e sono nel corridoio.
Riscopro pieno di gioia il trac-trac-trac inconfondibile e familiare degli scarpini sul pavimento.
Mi scaldo un po' con gli altri, faccio i vecchi esercizi, e gli scatti brevi, mai calciare a freddo.

Un tempo si entrava in campo in due file, l'arbitro in testa, i capitani, i portieri e tutti gli altri. 
Ci si radunava al centro ed al fischio si salutava il pubblico.
Mi volto verso le piccole gradinate deserte sperando di vedere mio padre, che era lì ogni sabato pomeriggio della stagione.
Io sgroppavo come una furia, e poi alla fine, quando uscivo con la borsa in spalla e i capelli bagnati lui mi aspettava fuori dallo spogliatoio, ed io sempre gli chiedevo "Come ho giocato papà?".
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03 giugno 2012

Una cosa piccola, ma buona (parte prima)

Quel Venerdì pomeriggio andò in auto al centro commerciale.
Aveva visto su internet che c'era un negozio specializzato in trenini, ed era proprio quello che stava cercando.
Parcheggiò la macchina nella rimessa sotterranea, fregandosene beatamente del divieto d'accesso per le macchine alimentate a GPL, ed individuò dopo un paio di giri a vuoto una macchina che usciva.
Quel giorno il centro commerciale era molto affollato a causa dell'apertura di un nuovo magazzino destinato all'elettronica. Da alcune settimane circolavano per la Città volantini che pubblicizzavano l'apertura, in occasione della quale alcuni prodotti sarebbero stati venduti sottocosto.
La gente si era messa in coda davanti all'entrata parecchie ore prima dell'apertura ufficiale.
Con indifferenza Daniel attraversò la piazza centrale del Centro Commerciale, fendendo una folla festante e rumorosa di umani, televisori al plasma, impianti hi fi, e forni a microonde.
Il negozio di giocattoli apparteneva ad una catena in franchising, con enormi scaffali colmi di merce e commessi giovani ed indolenti.
All'entrata intravide una coppia di ragazzini litigare davanti ad una consolle in prova con un solo pad. Quello più piccolo voleva giocare, ma il più grande non cedeva il comando, facendo scudo col corpo.
Gli succedeva lo stesso con Sebastiano tanti anni prima.
Dal momento in cui si infilava la cassetta nel Commodore, Sebastiano teneva in pugno il magnifico joystick verde, lasciando a Daniel solo il godimento di ammirare l'astuto Paper Boy o il coraggioso bombarolo Bomb Jack in azione. Bei tempi quelli. Pensò con tristezza. Erano passati solo pochi mesi dal funerale di Sebastiano, morto per overdose in casa dei suoi genitori a ventisei anni.

Individuò la sezione trenini, ce n'erano di ogni tipo. Dai favolosi modellini Lima, a quelli di plasticaccia senza arte né parte, a quelli interamente di legno. Rapito da tanta abbondanza, Daniel soppesò la perfetta imitazione di una storica locomotiva diesel in esercizio sulle ferrovie tedesche negli anni sessanta.
Il prezzo era da capogiro, e lui non era certo lì per quello.
Una commessa intuì il suo stato di indecisione e pensò maledestramente di intervenire: -Posso aiutarla?
Daniel la osservò: la tipica commessa dei negozi in franchising, che avrebbe potuto vendere con la stessa indifferenza e scortesia pesce fresco, orologi svizzeri, o mine antiuomo. Non aveva certo l'aria di un'esperta di modellismo ferroviario, tutt'altro, aveva l'aria di quelle ragazze già un po' troppo avanti nell'età per essere lì, deluse dalla vita e dagli uomini, commesse per diritto di nascita.
-Avete la Fleischmann ERT589 delle ferrovie SBB?
Lei lo guardò con disprezzo, lasciando trasparire tutto l'odio che provava per quei supponenti segaioli del modellismo ferroviario. Rifletté un po' sulla richiesta, scomparve dietro lo scaffale e tornò da lui in pochi secondi, trionfante: -Eccola qui, dettagliatissima, edizione limitata con cofanetto in legno. Prezzo 400 euro, un mito assoluto.
E suca stronzo, aggiunse nella sua testa.
Colpito e affondato, Daniel tornò in sé.
-Bellissimo modello, davvero bellissimo. Ci penso un attimo. In realtà sarei qui per il trenino Thomas, quello dei cartoni animati, ce l'avete?
-E' per suo figlio?
-No
-E' per un bambino? chiese lei maliziosamente, tradendo un po' di sarcasmo.
-Si e no, è per mio cugino, oggi è il suo compleanno.
Valerio, cugino di Daniel, aveva ventotto anni ed era ritardato, nel corpo di un adulto il cervello si era fermato ai quattro, cinque anni. Aveva una passione per i cartoni animati, ed in particolare per le avventure del trenino Thomas.
Quella sera i genitori avevano organizzato una festicciola tra parenti per il suo compleanno.
-Comunque si tratta di un giocattolo che dovrebbe essere nello scaffale "bambini".
-Benissimo, e ce l'avete?
-Si e no in effetti.
-Ce l'avete o no? Daniel intuì il gioco al massacro della commessa ed iniziò a spazientirsi. Perdeva la pazienza abbastanza facilmente.
-Di solito si, ma attualmente no, li abbiamo finiti, è un giocattolo molto richiesto. Dovrebbe arrivare una nuova fornitura la prossima settimana, vuole ordinarlo?
-No grazie, mi serve oggi. 
Aveva solo perso tempo, e non sapeva proprio dove trovare un altro negozio di giocattoli nelle vicinanze.
Era un bel problema, da mesi aveva promesso a Valerio che gli avrebbe regalato quel diavolo di trenino Thomas.
Uscì dal negozio indeciso sul da farsi.
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31 maggio 2012

Avremmo potuto spostare le montagne

Oggi davanti alla Stazione Centrale mi sono perdutamente innamorato di una violinista, aveva sulla spalla il tatuaggio di un uccello, i capelli arruffati e una canottiera lisa.
Al suo fianco c'era una sua amica cicciottella che cantava sulla melodia, ed a volte incrociavano le voci.
Saranno americane ho pensato.
Qua è bello perché la gente si ferma ad ascoltare chi suona, ed allora io mi sono fermato un po' in disparte, perché così vestito attirerei solo l'attenzione in negativo. Che poi a pensarci, pur apparendo ordinato, io sono decisamente più malmesso di lei, e non certo per l'abito di lino stropicciato o per la barba mal rasata.
Mi piace un sacco quando cantano insieme, sembrano azzittire il trambusto delle ferrovie, dei mendicanti, dei venditori di libri marocchini che ti stringono sempre la mano, dei bancari di fretta, delle donne taccate in tailleur, dei tassisti a caccia di clienti, dei tramvieri con le loro sigarette, degli schermi pubblicitari a rotazione sulle banchine, della voce computerizzata che si scusa per il disturbo, del rollio frusciante delle scale mobili, delle suonerie personalizzate dei telefoni cellulari.
Nonostante le mie ultime fidanzate vorrebbero accendermi una sigaretta con un lanciafiamme ed osservarmi compiaciute morire in mezzo ad atroci dolori ed ustrioni irreparabili mentre la mia pelle si stacca e si fonde con i vestiti, sono un uomo profondamente romantico e mi trattengo lì a guardarla rapito ed innamorato.
Ascolto il suo violino con lo stesso rapimento di un marinaio attirato dal canto di una sirena verso gli scogli, e mi dimentico persino che sono le sette passate e non ho ancora iniziato a bere, e che le mie mani tremano già da un po'.

Un sacco di gente butta monete nella custodia del violino, aperta a terra. 
Loro due sorridono gioiosamente a tutti, mentre le voci si rincorrono in una versione tutta stramba di Suzanne di Leonard Cohen che nessun essere vivente al mondo aveva mai sentito prima in forma così sublime.
Io però i soldi non glieli butto, perché mi sembra offensivo.
Certo, scemo, sono li apposta.
Forse vengono dallo stato più piccolo degli Stati Uniti, dove ci sono un sacco di laghi enormi, e neve venti mesi l'anno, oppure sole bollente e selvaggio dodici ore a notte.
La mia amata si chiama probabilmente Charlotte come il posto, o Lisa come la sua canottiera.
Forse dovrei parlarle perché domani potrebbero lasciare la Piccola Città e trasferirsi in qualche altra Stazione più popolata e meno rumorosa di questa. Dovrei parlarle proprio ora che finisce la canzone e saluta tutti e ringrazia e mette un panno sulle corde e chiacchiera con la sua amica rotondetta.

LisaCharlotte è come un registratore piazzato su un albero, o una telecamera sulla barriera corallina, invade luoghi dove non dovrebbe essere ma li pervade di luce. Non propriamente come me.

Con lei non voglio neanche fare l'amore, lì per lì, ma poi si, magari dopo si.

Dentro di me qualcosa fischietta. E' l'amore! Penso. Ma è solo la fischiettante suoneria del mio cellulare, e mamma lampeggia sul display. Mamma! Si, ho lavorato, tutto bene, ora vado a cena, stasera a letto presto, hai letto il giornale, guarderò un film o la partita con gli amici.
Forse Charlotte mi ha visto estrarre il cellulare, arrossire, imboscarmi per mettermi a parlare.
Meglio battere in ritirata per oggi.

Spero proprio di incontrarla anche domani, nello stesso posto.
Domani le parlerò, magari sparerò una frase ad effetto che ho tutta la notte per preparare.
Ma poi se non dovessi vederla sarò triste perché forse insieme avremmo potuto spostare le montagne.
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30 maggio 2012

L'amore non ha età

Mauro ed Alessia sedettero, aspettando che il giorno passasse lentamente.
La tv accesa, mentre le loro memorie svanivano.
Dovevo essere impazzito, ne avevo bisogno, non so cosa mi passasse in testa.
Questo è quello che ottieni, rispose lei con voce asetticca. Hai perso tutti.
Tu me li hai messi contro, provò a ribattere, ma non aveva poi molto senso a quel punto.
Me ne vado a dormire. E rimase solo nel salotto, con le immagini ed i volti che scorrevano sullo schermo.

Le parole di Alessia gli rimbombavano nella testa questo è quello che ottieni.
Mauro cercò il telecomando sul divano e, non trovandolo, si guardò intorno smarrito.
Il salotto gli parve una teca di dolore lancinante ed incorniciato, in ogni angolo, su ogni mobile.
Se avesse trovato le parole adatte riguardo il trascorrere del tempo, il costo delle scelte fatte e delle strade non percorse, della gioventù che sfugge troppo velocemente, degli affetti che si allontanano. Ebbene se avesse trovato quelle parole avrebbe senz'altro serenamente emesso una sentenza di condanna nei confronti dell'esistenza, tanto più spietata quanto più se ne intravede la fine.

Alessia aveva abbandonato quel luogo da tempo.
Aveva smesso di aprire le lettere, di collezionare i punti al supermercato, di leggere le riviste, di parlare a cena. Si limitava a sciabattare mestamente per casa. O forse lui non era semplicemente più in grado di vedere neppure una briciola della splendida dignità della donna che da sempre lo aveva accompagnato, e che ancora, nonostante tutto, divideva senza fiatare quel polveroso letto.

Spense finalmente la tv e guardò l'orologio sul display del decoder, le undici e dieci.
Pensò che a quell'ora Manuel quasi di certo era ancora sveglio, a duemila chilometri di distanza, da solo a guardare un film, oppure insieme a quella famosa ragazza sconosciuta della quale un giorno durante una breve telefonata con sua madre aveva semplicemente dichiarato Sono due anni che la amo, quella donna sarà la madre dei miei figli anche se ancora lei non se ne convince, ma insisterò fino a che cederà.

Spense la luce e si avviò verso la stanza da letto, come ogni sera da quarant'anni.
Nel buio poteva sentire il leggero russare di Alessia.
Si addormentava profondamente in pochi minuti.
Pensò che non è vero quello che tutti dicono, che l'amore non ha età.
L'amore non ha età, dicono tutti.
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29 maggio 2012

Mentre eserciti di carta attraversavano la frontiera

Mentre eserciti di carta attraversavano la frontiera, noi stavamo in silenzio a scrutare l'orizzonte.
Sotto una pioggia sferzante avevamo deciso che nulla di brutto sarebbe accaduto se avessimo tenuto gli occhi aperti tutto il tempo, a turno. Se li avessimo tenuti aperti i fantasmi della notte non sarebbero apparsi.

Un tempo amavo giocare con le spade finte che mio cugino Dimitri forgiava con il legname avanzato dal vicino di casa, un valente falegname socialista. Era il gioco più bello del mondo combattere draghi e mettere in salvo donzelle immaginarie dalle bruciacchiature delle creature dell'ade a cavallo dei nostri destrieri a due ruote e catena e pedali.
Ma io ero solo lo scudiero, perché Dimitri era sempre il valoroso cavaliere che in uno slancio di impeto e d'ira riusciva a trafiggere il drago nel punto debole, facendolo stramazzare al suolo in mezzo a nuvole di zolfo.
Andava bene così però, perché essere parte dei giochi dei grandi era bene, fosse anche solo per reggere lo scudo, la spada nella fodera, ed i tramezzini nella bisaccia.
Altre volte avevamo le Colt.
Le sorelle costruivano le tende, ed era un mondo fantastico.
Uscivamo, e fuori c'era il deserto, i cactus, ed i Sioux. 
Qualcuno sarebbe morto di certo in quei giorni, nel deserto, un indiano, un fuorilegge.

Si era fatto tardi e decisi di tornare al fuoristrada. Per distrarmi dalla noia del lungo cammino provavo a ricostruire nella mia mente quei giorni perduti con Nadia e Dimitri.
A furia di camminare da solo sarei diventato un santone, non fosse stato per il fucile e la cartucciera.
Attraversando un boschetto intravidi un ronzante banchetto di mosche accanirsi sul corpo dilaniato di una lunga biscia nera. Scacciai gli insetti ed osservai da vicino la carcassa del disgustoso animale, che sebbene innocuo, ingenerava in me sempre un certo terrore.
Una volta, seduto su una pietra a fumare una sigaretta, un serpentello aveva risalito la mia gamba scivolando su a velocità folle. Ricordo l'insano orrore che mi aveva colto, e la corsa urlando come uno sciamannato con il cuore impazzito.
Sentii un rumore di rami spezzati al di là dei cespugli, nel boschetto.
Imbracciai e puntai e feci fuoco.
Silenzio.
Attraversai le sterpaglie ed eccolo lì, un uomo a terra con le mani sulla pancia, la mandibola serrata dal dolore. Respirava, era vivo ma pieno di pallettoni in pancia, non un bello spettacolo.
Non osai alzargli la camicia mimetica per dare un'occhiata.
Cazzo amico, cazzo! Che casino cazzo! Ora ti porto in ospedale benedettoiddio.
Mi guardò con un misto di odio e gratitudine.
Io lo avevo steso, ma d'altronde ero anche l'unico che poteva salvarlo.
Perché i cinghiali hanno la crosta dura e non vanno giù con un solo pallettone mal piazzato. Ma un uomo no, ci resta secco se impallinato da una decina di metri.
Mi ero proprio cacciato in un bel casino e lo sapevo, e per un attimo fui tentato di mollarlo lì e darmela a gambe. Fortunatamente i miei residui di umanità presero il sopravvento, ed a fatica lo sollevai sulle gambe e lo aiutai a trascinarsi fuori di lì.

Pezzo di stronzo, hai sparato senza guardare, mi hai quasi fatto fuori.
Il tizio cominciò pian piano a rianimarsi, ma ero terribilmente preoccupato perché perdeva una marea di sangue. Forse non si rendeva conto che rischiava di lasciarci le penne, lì, in quel bosco di merda.
Scusami cazzo, non so davvero cosa mi sia passato per la testa, avevo visto un fagiano poco prima.
Non avevo visto alcun fagiano, ma non sapevo proprio a che cazzo stavo pensando.
A Dimitri, a Nadia, alle tende, alle Colt, alle spade di legno, ai draghi.

Camminammo a passo lentissimo, e dopo poco più di un'ora mi sentii sfinito e frustrato.
Il tizio perdeva colorito, ed a tratti non riusciva a camminare, sveniva, si riprendeva.
Crollai anche io, deciso a riposarmi almeno qualche minuto.
Ehi amico non mollarmi dai, che per colpa tua finisco in galera. Se sopravvivi giuro che non sparerò mai più un colpo in vita mia. Ti regalo una cassa di Amaro del Capo. Ti pago la migliore squillo della Lituania.
Sorrisi, ma lui no.
Forse, dopotutto non morirà. Pensai. Se sopravvivi sarò il tuo miglior amico, giuro, giuro.
Gli buttai mezza borraccia d'acqua in faccia e si riprese come da un incubo, stralunato.
Ripartimmo.

La luce diminuì rapidamente e poi sparì del tutto, ed in lontananza intravidi la periferia della Grande Città.
Le fiamme dell'acciaieria illuminavano la sera dall'alto delle ciminiere.
Mancava poco, e mi sentii sollevato.
Normalmente odiavo la visione delle ciminiere, la fine del bosco e l'inizio della civiltà.
Ma quella sera, osservando il ballo eterno del gassoso fuoco blu, un raro entusiasmo mi montò dentro.
Il tizio camminava ancora, bianco come un lenzuolo, seriamente intenzionato a non lasciare questa terra. Aveva scorza senz'altro, e mi dispiacque avergli bucherellato le interiora scambiandolo per un pennuto. Doveva aver perso un po' la brocca, perché iniziò sommessamente a canticchiare una vecchia canzone, che mi fece tremare le gambe.
Lo guardai con stupore, e vidi che aveva il volto di mio padre, anzi ERA lui.
Cantava quella canzone quando era di buon umore, un'immagine vivida nei miei occhi..
Ma mio padre era morto.
Ricordo il momento in cui decisi di odiarlo per i suoi troppi sbagli: Basta papà, ora è troppo, basta così. Mi limitai semplicemente a dire.
Eppure odiare un padre è impossibile, ed ogni giorno che trascorrevo senza rivolgergli uno sguardo o una parola pregavo Dio perché non morisse. Non avrei potuto accettare di perderlo per l'eternità senza avergli detto almeno una volta quanto lo amavo.
Fu proprio così che andò.
Il tizio smise improvvisamente di canticchiare e sbiascicò qualche parola, tipo la strada
Zozzi, infangati, insanguinati e sfiniti, salimmo sul fuoristrada e lui si lasciò andare allo svenimento, conscio di aver superato il braccio di ferro con la morte.
Accesi il motore e pensai all'ospedale più vicino, poi partii a tavoletta.

Avevo quasi ucciso e poi salvato uno sconosciuto.
Ma non ero riuscito a salvare mio padre.
Sul lunotto le fiammelle blu riflettevano una strana danza.
Pensai a me e Nadia stretti stretti durante i temporali, intenti a tenere gli occhi spalancati per contrastare l'arrivo dei fantasmi della notte. Alle lunghe e coraggiose esplorazioni nei campi deserti, gli occhi puntati all'orizzonte, mentre giganteschi eserciti di carta attraversavano la frontiera.
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25 maggio 2012

Possa null'altro che felicità bussare alla tua porta

Portami in qualche posto carino, disse lei salendo in macchina.
Manuel aveva conosciuto Lucie pochi giorni prima, in pausa caffé. Lucie aveva appena iniziato uno stage di sei mesi postuniversitario, e, spaesata, si aggirava per la prima volta nel mondo del lavoro, degli uffici, delle gerarchie. Manuel prese un 42 dalla macchinetta e con la chiavetta, della quale lei non beneficiava, le offrì un caramelloso ginseng.

Per lui il periodo di déplacement era quasi terminato, ed a breve sarebbe rientrato in Italia all'ordinaria amministrazione. 
Io non sono come quegli stronzetti viziatelli che possono andarsene a fare l'erasmus cazzeggiando beatamente per un anno in qualche città spagnola, io all'università ho dovuto cagare sangue da studente lavoratore. Lo scientifico eh? Ma conosce il latino? Quel merdoso professore al secondo esame. Ficcateli in culo i brocardi, bastardo.

Lucie sorrideva nonostante la pioggia battente, ed immediatamente allungò le gambe come una ragazzina ed inizò a smanettare con l'autoradio, skippando una traccia dopo l'altra. Il disco era Come on Die Young, ed anche mettendo avanti all'infinito da lì non si sarebbe scappati per nulla al mondo.
Manuel d'altronde non aveva portato una gran collezione di dischi per quel lungo soggiorno, giusto i Mogwai, Nick Drake, qualcosa dei Radiohead. In un negozio di dischi ai Docks aveva comprato per pochi euro una raccolta di Tim Buckley.
Trovare un posto carino in una giornata ottobrina così macabra non sarebbe stato facile.
Manuel imboccò quasi senza pensarci il ponte di Normandia, e, nonostante le secchiate d'acqua sollevate dalle bisarche a passo d'uomo, non si poteva restare indifferenti allo spettacolo del fiume che diventa mare in uno scontro perenne tra acqua dolce ed acqua salata.
Ti sei mai chiesto come facciano i pesci a capire quando finisce il mare ed inizia il fiume e viceversa?
No, non se lo era mai chiesto.
Sai non credo ci sia un confine così netto, forse ci sono punti in cui il mare è un po' meno salato ed il fiume un po' più salato.
Ma non ne era certo per niente.

Quando parcheggiò ad Honfleur era già quasi buio, sebbene non fosse passata neppure mezz'ora dal momento in cui avevano timbrato il cartellino in uscita, salutando Bertrand, l'usciere di colore.
Girò intorno alla macchina con l'ombrello aperto, cavallerescamente, e si infilarono in un bistrò.
Lucie era dannatamente carina, anche se all'apparenza un po' stupida, ma forse era solo la giovane età.
Il suo abitino nero e le forme un po' generose mettevano Manuel in uno stato di esaltazione.
Lucie insistette per ordinare le lumache.
Devi succhiarle così dal guscio, in un colpo solo.
Ma è disgustoso, ecouerant!
Bevvero Chablis e Manuel un doppio Calvados che lo aiutava ad essere molto più sciolto di lingua, nel suo francese figlio dell'esperienza, e di modi.

Il ristorante La Petite Brocante era uno dei più conosciuti di Honfleur, e ad un tavolo poco distante erano seduti quattro colleghi decisamente abbevazzati, che avevano immediatamente individuato la coppietta atipica a lume di candela: l'ospite italiano e la giovane stagista puttanella.
Manuel si sentì gli occhi puntati addosso tutta la sera, immaginandosi il pettegolezzo del mattino successivo in sala relax. I rapporti di quel tipo non erano particolarmente benvenuti in azienda.
Poco male, pensò. Poco male, che cazzo me ne frega.
Al ritorno lo attendeva la sua noiosissima fidanzata.
E i sabato pomeriggio all'Ikea.

Uscirono a braccetto, fuori aveva smesso di piovere ed un vento ghiacciato sferzava il lungomare.
Passeggiarono un po', e Manuel le infilò la lingua in bocca e lei l'accolse con morbidità.
Non essendoci nessuno in giro Lucie gli infilò la mano nei pantaloni iniziando a tirargli una sega.
Lei aveva un sapore di buono.
Lui aveva il sapore del sigaro a causa della bruciacchiante dose di Calvados.
Hai capito la puttanella, neanche il tempo di limonare un po' e ce l'ha già in mano.
Come quella vacca che mi sbattevo ai tempi. Neanche il tempo di salire in macchina sotto casa e stava già spompinando, era un'idrovora.

Lucie non era particolarmente attratta da Manuel, ma era stato gentile, ed un lavoretto se lo meritava.
In quei giorni di merda, in quella città di merda, in quell'open space di merda, dove nessuna delle colleghe se la cagava neanche di striscio, perché era giovane e carina e formosa, dove i colleghi la guardavano come dei bavosi del cazzo. Almeno Manuel l'aveva fatta ridere, l'aveva portata fuori.
Certo, al suo rientro a Nancy non avrebbe detto niente al suo fidanzato.
Quel pallone gonfiato pezzo di merda naziskin.
Manuel le venne in mano, e si sporcarono entrambi.
Avrebbe avuto voglia di alzarle il vestitino, tirarle giù le calze e le mutandine e prenderla da dietro, ma forse era un po' troppo per un lungomare. Pensa se i colleghi fossero passati di lì.
E poi così eccitato e senza preservativo rischio veramente di fare un casino.
Tornarono indietro pieni di allegria, facendosi scherzetti, prendendosi in giro.
Manuel si sentì improvvisamente un po' innamorato di Lucie, della sua vitalità sorridente.
Una sensazione adolescenziale e rara per lui, e fu piacevolmente stupito da come le cose possano cambiare improvvisamente, di come si possa passare dal vuoto al pieno, dall'atmosfera allo spazio, dal fiume al mare.
La strinse a sé, lei ridacchiò, e lui le schioccò un bacio, tenero, affettuoso: giusto nel caso in cui non ci vedessimo mai più.

Appena salirono in macchina ricominciò a piovere a dirotto.
Lucie era stanca, e dopo pochi chilometri si addormentò.
Manuel vide sbucare la mercedes troppo tardi, quando ormai non c'era più nulla da fare per evitare l'impatto. Sembrava surreale essere centrati in pieno da un mostro nero lanciato a tutta velocità sotto la pioggia. Vide solamente per un attimo Lucie voltarsi verso di lui, incapace di comprendere quel momento, passando in un istante dall'acqua dolce del sogno, all'acqua salata della vita.
Manuel non percepì alcun dolore, non gridò, quando il lato guida venne polverizzato dal muso pesante dell'auto tedesca, sparando la berlina francese a diverse decine di metri di distanza.
Sentì solo stridore di metallo fragoroso ed assordante accartocciarsi orribilmente su di lui.
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22 maggio 2012

Lo scellerato patto di Raffaele Allovio

Raffaele Allovio accartocciò il documento contabile e si alzò repentinamente dalla scrivania, rovesciando la sedia a terra, che cadde fragorosamente scheggiandosi.
Il rumore rimbombò in tutta la villa, deserta.
Non c'era più niente da fare: l'indomani Raffaele avrebbe dovuto annunciare agli operai che la fabbrica avrebbe chiuso i battenti per sempre.

Suo padre, Gabriele Allovio, aveva avviato l'attività esattamente quarantacinque anni prima, sull'onda del glorioso boom edilizio che aveva segnato i favolosi anni sessanta.
La gente abbandonava le campagne per recarsi in città, e servivano case, moltissime case, per accogliere tutti.
E per fare le case servivano i mattoni.
Grazie a questa intuizione Gabriele, allora ventenne, in pochi anni era diventato ricchissimo, al punto tale da venir soprannominato "Il Principe del Mattone".
All'epoca era un semplice giovane muratore di umili origini, un po' rozzo e privo di istruzione, ma dotato di abilità e determinazione mirabili.
Aveva iniziato l'attività con un paio di operai e formidabile abnegazione, dividendosi tra le sfiancanti ore all'altoforno e la ricerca costante di palazzinari da rifornire.
In breve il commercio era diventato così fiorente da permettergli di assumere moltissimi operai a basso costo, e di abbandonare il forno per dedicarsi al lusso ed agli eccessi che da sempre aveva sognato.
Durante una sfarzosa vacanza a Cipro conobbe l'attrice francese Marie Perrau, sul set di un colossal in costume del grande regista Alberto Brandeburgo.
Il Principe del Mattone se ne innamorò perdutamente, e decise: questa donna sarà mia.
Marie, bellissima e sofisticata, si accingeva ad una sfolgorante carriera cinematografica.
Musa ed amante di Brandeburgo, in un primo momento non degnò neppure di uno sguardo il rozzo Gabriele Allovio. Ma lui, con la determinazione che contraddistingue l'uomo di campagna, si recò sul set ogni giorno per tre settimane portando in dono alla giovane attrice immensi mazzi di rose, magnifici cadeau di brillanti, cioccolatini del cacao più esotico e sfavillante dell'universo.
La bella Marie, un po' per tenerezza per quell'omaccione rozzo, un po' per vanità, e soprattutto per dare soddisfazione ai numerosi paparazzi che la seguivano perennemente, finì per cedere alle lusinghe di Gabriele.
Dalla breve e chiacchierata storia d'amore tra l'imprenditore italiano e l'attrice Marie Perrau nacque il primogenito Raffaele Allovio.

Sin dalla giovane età Raffaele mostrò di aver ereditato maggiormente i geni artistici e un po' mondani della madre, piuttosto che il carattere pragmatico e determinato del potente padre.
Frequentava i salotti bene della città, e soprattutto i foschi locali notturni dove si intratteneva in continue avventure amorose, tra fiumi di champagne e disco music.
Alla fine dei favolosi anni ottanta, il giovanissimo Raffaele era uno dei più famosi casanova della borghesia industriale, e spesso compariva nelle riviste scandalistiche da casalinga, immortalato al fianco della misteriosa amante di turno.
Era certo che quella vita agiata sarebbe durata in eterno, grazie all'infinita ricchezza che suo padre, "Il Principe del Mattone" continuava ad accumulare anno dopo anno.

Passò il tempo, ed un giorno Gabriele Allovio, ormai sessantenne, visibilmente dimagrito e stanco, convocò il figlio nel suo gigantesco studio, al primo piano della grande villa.
Figlio mio, il tempo dei giochi è finito. Mi è stato diagnosticato un male incurabile e quel maledetto medico mi ha dato si e no un paio di settimane di vita. Da domani, dirigerai tu lo stabilimento.
Raffaele ebbe la sensazione che un pugno invisibile lo avesse appena centrato in pieno stomaco: sentì mancare il fiato. Ma non aveva alternative, e, con riluttanza, accettò senza fiatare l'incarico. 
Sebbene in fin di vita, suo padre non era una persona alla quale era concesso rispondere con un rifiuto.

Il mattino dopo, di buon ora, indossato un abito di sartoria, salì sulla Maserati, e si recò per la prima volta allo stabilimento in qualità di direttore.
Non fu facile all'inizio, gli amici reclamavano la sua presenza nei fumosi dancing della città, le donne interessate lo stuzzicavano con scherzetti e provocazioni.
Ma Raffaele maturò, assistette il padre negli ultimi giorni, ed imparò pian piano a dirigere l'azienda, facendosi accettare e stimare dagli operai, dapprima diffidenti nei suoi confronti.
Questi, nel tempo, impararono ad apprezzarne la bonarietà, rispetto al carattere burbero del suo temuto predecessore.
E, pur se non con lo sfarzo dei favolosi anni sessanta, la fabbrica di mattoni continuò la sua attività.
Ma un giorno nella grande città tutti smisero di costruire case.
Le altissime gru che da sempre avevano fatto parte del paesaggio come animali preistorici e spaventosi vennero smantellate.
La gente, stanca del caos e dell'inquinamento, decise di tornare alle campagne.
Nessuno voleva più i mattoni di Raffaele Allovio.
E per continuare a pagare i dipendenti fu costretto a ricorrere a numerosi prestiti e cambiali.
Ipotecò anche la grande villa e il suo sfarzoso giardino.
Svendette la sua collezione di automobili.

Marcus Zoenberg Sachs III, avido direttore della Banca Popolare dei Tre Cantoni, accolse Raffaele con un sorriso inquietante e demoniaco.
Carissimo Allovio, lei è nostro stimato cliente da moltissimi anni, e prima di lei suo padre. E' per questo consolidato rapporto che abbiamo deciso di concederle un termine più ampio per il rientro del finaziamento. Sono felice di comunicarle che ha ancora una settimana a partire da ieri.
Trascorsi sette giorni la banca spedì una comunicazione a Raffaele: il tempo era scaduto. 
L'istituto avrebbe preso in consegna tutti i beni, chiuso lo stabilimento ed utilizzato il terreno per costruire un Centro Commerciale o una Chiesa. 
Ironia della sorte, sarebbero serviti i mattoni di Raffaele.

Sollevò la sedia ferendosi le mani a causa delle schegge di legno.
Raffaele pianse, non per la ferita, ma per l'umiliazione, e per il dispiacere di dover abbandonare alla loro sorte i suoi affezionati operai. 
Decise di ubriacarsi come non faceva da anni, dai tempi delle lunghe serate nei night e nelle discoteche.
Bevve almeno una bottiglia di grappa, e mezza di vino rosso.

Poi, per smaltire la sbronza, a notte fonda, uscì per strada.
La grande città era deserta e silenziosa, come in un film.
Camminò per qualche chilometro, finché, stanco e ubriaco, si sedette ad una fermata del trenta barrato.
Un uomo anziano e dal volto amichevole lo avvicinò.
Tu hai bisogno del mio aiuto mio caro.
E tu chi diavolo sei? 
Sono proprio io, il più grande degli strozzini, il supremo usuraio.
E cosa diavolo vuoi da me? Ormai è troppo tardi, la banca mi ha tolto tutto.
Io posso salvarti, posso salvare la fabbrica e gli operai. Ma ogni anno, in questo stesso giorno, mi pagherai una rata del tuo debito, finché vivrai.
E come potrò pagarti?
L'anziano rassicurante avvicinò le labbra all'orecchio di Raffaele, e sussurrò i termini del contratto.
Raffaele, disperato e un po' scettico, accettò senza riserve.

E fu così che Raffaele Allovio vendette l'anima al diavolo per salvare il suo stabilimento.

Il mattino successivo, nonostante il mal di testa fulminante, Raffaele riuscì a sentire il trillo del suo telefono cellulare.
Rispose, biascicando.
Dall'altra parte della cornetta c'era l'imprenditore e senatore a vita Tettanzio Magnasordi, il quale gli richiedeva la più mastodontica commessa di mattoni della storia, necessaria per la costruzione della Nuova Grande Città, un visionario progetto finalizzato a richiamare la gente dalle campagne.
Decine di altissimi condomini a cubicoli, tutti identici, avrebbero costellato il suolo circostante lo stabilimento.
Raffaele Allovio, incredulo, esultò e pianse di gioia, correndo per tutta la villa, ormai disadorna dei mobili pignorati.
Finché un fugace ricordo della sera precedente lo fulminò. 
E' successo davvero? Oppure ho sognato tutto?

Corse alla fabbrica.
Gli operai lo accolsero sbracciando con disperazione.
Un addetto del turno di notte era inciampato e caduto nella fornace insieme all'impasto per i mattoni.
L'addetto, un ventenne assunto da poco, era stato polverizzato all'istante dalle fiamme ad oltre quattromila gradi, e le sue ceneri ora giacevano in una partita di splendidi mattoni rossi, lasciati lì, ad essiccare.
Avrebbero fatto parte della prima palazzina della Nuova Grande Città.
Raffaele Allovio decise che si trattava di un tragico caso, di un fatale incidente che nelle industrie accadono spesso, anche quando si adottano tutte le misure di sicurezza possibili.
Ciò che contava era aver salvato l'attività, ed il lavoro dei suoi fidati operai... tranne uno.
Ma segretamente temeva di non aver solamente sognato il vecchio rassicurante.

Nei mesi vorticosi che succedettero quella fatidica notte, l'attività andò avanti in maniera serrata.
Ogni giorno diversi camion delle ditte di costruzione venivano a caricare i mattoni, ed in breve la sagoma della prima palazzina iniziò a stagliarsi inquietante nel cielo, come uno scheletro.
In meno di un anno Tettanzio Magnasordi con il suo seguito di preti e politici venne ad inaugurare il condominio, e consegnò personalmente le chiavi del primo appartamento ad una delle famiglie di ritorno dalla campagna.
Il visionario progetto del Senatore stava realizzandosi sotto gli occhi di tutti.

Le cose andavano a gonfie vele, e Raffaele Allovio dimenticò quello che era accaduto, ed il suo debito.
Finché, esattamente un anno dopo, un altro operaio cadde nella fornace.
Ci furono numerosi indagini delle autorità, ma gli ispettori del ministero, opportunamente foraggiati dal Senatore, non rilevarono alcuna irregolarità.
Un tragico incidente, un fatale caso, fu detto.
Regolarmente, anno dopo anno, la fatalità si ripeté.
Le palazzine aumentavano, e gli operai di Raffaele Allovio diminuivano.
Ma Raffaele sapeva che quello era il prezzo da pagare per garantire ai suoi operai un futuro per loro e per le loro famiglie. Nonostante i terribili sensi di colpa, proseguì l'attività, e rispettò il suo patto.

Dopo un tempo lunghissimo la Nuova Grande Città fu completata.
I discendenti degli operai dello stabilimento vi risiedevano.
Il luogo brulicava di vita, di amori, di commerciò, di felicità e di infelicità.
Dove prima non c'era che terra incolta, adesso si consumava il miracolo della società.
Raffaele Allovio, ormai molto vecchio, salì sul tetto del capannone: lo stabilimento era deserto.
Tutti gli operai erano andati in pensione, ed era rimasto solo lui a completare le ultime commesse.
L'indomani sarebbero state posati gli ultimi mattoni, ed inaugurato l'edificio più grande ed alto della città, alla presenza di Tettanzio Magnasordi Jr, e del suo seguito di grassi preti e politici.

Raffaele guardò la città, che come in una notte di tanti anni prima appariva deserta e silenziosa.
Le sagome dei palazzi si stagliavano sul cielo stellato come gigantesche lapidi.
Ognuno di essi era costruito con le ceneri di un amico.
La Nuova Grande Città era un gigantesco cimitero.
Raffaele Allovio trattenne il fiato, e per un attimo gli parve di sentire le voci dei suoi operai, innocenti sacrificati alla bestia, al dio denaro.
Sorrise loro, domandò perdono.
Sarò con voi, amici miei.
Ma forse era solo il vento tra i palazzi, nel momento in cui Raffaele Allovio si lasciava cadere nella fornace, nelle fiamme eterne.
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