Lettere che avevo intenzione di scrivere

09 marzo 2012

Zinédine Zidane

Il semaforo è rosso per i pedoni, ed un papà tiene suo figlio per mano.
Il bambino ha una bellissima divisa del Milan e lucide scarpe, fresche del manto erboso di un freddo inizio di Marzo. Ieri sera sua maestà Leo Messi ha segnato cinque gol ai malcapitati del Bayern Leverkusen negli ottavi di finale della Coppa dei Campioni.
"Pensa", dice il padre al figlio, "che persino Gerd Muller, uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi, era riuscito a segnarne solamente quattro in una partita". 
Non si accorgono delle mie mani nere che stringono il manubrio della bicicletta, i piedi pronti a guizzare sui pedali non appena il semaforo diventerà verde.

Io mi ricordo, ed è un ricordo bellissimo, che lo sconosciuto Salenko, centravanti dell'Urss, aveva infilato cinque pappine al Camerun nel girone di qualificazione dei mondiali. Era riuscito a diventare capocannoniere di quel campionato insieme al figlio di Dio bulgaro.

Mi volto, e li guardo sparire lentamente, percorrendo a tutta velocità Via Unione Sovietica, beffardamente invasa di ristoranti cinesi.

Mi svesto della corazza e faccio la mia quotidiana analisi dei danni, prendendo nota della progressione della marciscenza. Sotto la barba folta la pelle del viso annerisce, così come le orecchie, le mani ed i piedi, che ormai appaiono come indistinguibili parti putride e moriture. 

Completamente nudo mi accuccio in posizione fetale sotto il getto bollente della doccia, mentre con la spazzola ferrata cerco di rimuovere un po' di squame dalla pelle. E' un'operazione insopportabilmente dolorosa ma necessaria per evitare di svegliarmi domattina coperto da un infame vello di croste.

Solo la pancia, orribilmente sproporzionata su un corpo prematuramente vecchio, appare tronfia e violacea.

I pochi medici che hanno voluto azzardare una diagnosi sostengono si tratti di una sindrome rarissima, che colpisce solamente pochi alcolisti al mondo. E' come una decomposizione prematura del corpo.
Morte dell'anima, la chiamo io. 
Se l'anima muore, il corpo non può sopravvivere.

Lavato e spazzolato, immerso nella mia reclusione blindata, posso finalmente attaccarmi ad una bottiglia di vino economico. Ogni sorso che butto giù, posso sentire il mio esofago rattrappirsi inesorabilmente, i miei reni spurgare, e le mie unghie cadere.
Sono solo le nove, sono completamente ubriaco, e decido di mettermi a letto.
Come ogni sera, prima di cadere nel consueto sonno granitico, non riposante, senza sogni, sfoglio l'album di fotografie.
Un garofano bianco per dirti che mai potrò trovare una persona come te.
Un iris giallo per la passione che tu scaturisci in me.
Un delfino blu simbolo della serenità tu sai darmi, del sole che vedo nei tuoi occhi e nel tuo sorriso.
Prima di spegnermi, riesco ancora a ridere amaramente di me stesso.
Vorrei ammazzarmi, ma ho la sensazione che questo sia comunque l'ultimo giorno della mia vita.

Dormo. Dormo. Dormo. 
Dormo per giorni interi, tengo il telefono cellulare spento, così che i miei datori di lavoro non possano chiamarmi e chiedermi "dove cazzo sei". Forse avranno già preparato la lettera di licenziamento, o pensato che io sia morto.
A volte ho la sensazione di essere sveglio, e mi accorgo di avere una febbre altissima.
Non riesco neppure a muovere un dito.
Il mio corpo spurga, le coperte sono nere come la mia anima morta.
Poi mi riaddormento come un sasso.

Dopo una settimana i miei genitori suonano al campanello. 
So che sono loro perché da mesi nessun altro più mi rivolge la parola.
Suonano e battono ripetutamente, e credo chiameranno i pompieri se non mi sbrigo a dare un segno di vita.
Raduno tutte le mie energie, mi alzo e mi avvicino alla porta senza aprirla.
"Sto bene, datemi solo qualche giorno per rimettermi in sesto".
La testa mi gira violentemente e pur sentendo lo stomaco in fiamme non ho il coraggio di avvicinarmi alle merendine, o al frigo pieno di bottiglie.

Passano altri giorni immobili, interminabili.
Finché un ignoto impulso elettrico riattiva nuovamente il mio cervello.
Mi alzo di scatto, con le gambe e la schiena terribilmente indolenzite. Mi volto verso il letto ed un conato di vomito mi assale, mi sono pisciato addosso per giorni, l'odore è insopportabile.
Dopo una doccia trovo la forza di guardarmi allo specchio per la prima volta dopo oltre dieci giorni.
E' tutto passato, non sto più marcendo, non ho più croste né putrescenze, la mia vecchia pelle giace senza vita sulle lenzuola e sul fondo della vasca da bagno.
La mia pelle sembra nuova e splendida, i miei occhi vivi.
E' mattino, fuori, una gran luce.

Oggi metterò un abito buono, passerò in ufficio a prendere le mie cose ed a salutare i colleghi.
Farò un giro di librerie a comprare qualche copia del mio primo libro, anche se non sarebbe necessario, dato il grande successo di vendite.
Con i soldi voglio comprare una casa isolata in montagna, o magari in Argentina. 
Ora che posso, ora che sono uno scrittore vero.
Finalmente non devo più sedermi ad una scrivania e rispondere al telefono, chiavare donne mediocri, condividere i miei pensieri con finti amici artistoidi, che compensano la loro assoluta mancanza di talento attraverso costose reflex o altrettanto costosi corsi di canto, abbruttirmi col vino scadente per dimenticare le giornate trascorse e l'aver perso l'unica persona che amo.
Potrò permettermi di non scrivere mai più uno di quei disgustosi messaggini sul cellulare.
Fare la spesa negli ipermercati.

Cammino tronfio, certo di essere un superuomo, figlio della metamorfosi da larva a farfalla.
Nel parco metto un piede sui resti di un piccione sfracellato, calpestato da innumerevoli biciclette.
Le sue interiora viscide hanno la stessa consistenza della mia pelle.
.

29 febbraio 2012

La vera storia di Ivan Ivanovich III, paperonauta

Questa è la storia di Ivan Ivanovich III, il più famoso paperonauta di tutti i tempi.
Essere un paperonauta è un grande privilegio, ed allo stesso tempo un importante fardello. 
Perché, sin dalla nascita, ogni membro della stirpe dei paperonauti ha un sol, unico, obiettivo: lo spazio.

Ivan Ivanovich III aveva poche lune quando suo padre, il generale Ivan Ivanovich II, glorioso e pluridecorato aviatore di guerra, lo prese con sé, distaccandolo dall'affetto della madre e dai giochi spensierati dei fratelli. 
In una notte stellata e freddissima alle porte della città nuova, il severo padre, che mai concedeva gesti d'affetto,  pose con ferma gentilezza l'ala sul piccolo, sollevandogli il becco in direzione dell'infinito blu.
"Quello, figlio mio, sarà la tua casa. Ci guarderai da lassù, e noi tutti, io, tua madre, i tuoi fratelli, ed il mondo intero, saremo orgogliosi di te".

Da quella notte la vita di Ivan Ivanovich III fu diversa da quella di tutti gli altri piccoli. 
Negli anni che seguirono, non vi furono giochi, né affetto materno, né comodi giacigli, ma solo duro e rigido addestramento sotto la guida dell'inflessibile padre. 

Con il passare di molte lune, il giovane paperonauta si fece sempre più bello e forte, ed in lui crebbe l'ardore ed il desiderio di conquistare la galassia, e di posare su ogni pianeta la bandiera rossa dell'impero dei Paperi.
Alle volte alzava il superbo becco verso i pianeti, e chiudendo gli occhi poteva immaginarsi volteggiare leggero e libero dall'impacciatezza palmata dei suoi simili.
Altre volte, invece, sentiva il peso della grande responsabilità di essere membro di così nobile stirpe, e cercava conforto nel padre, unico suo contatto umano, il quale, sprezzante, derideva tali momenti di pusillanime debolezza.
"Ricordati sempre chi sei." Gli diceva. "Un paperonauta aspira solamente all'infinito spazio".
Egli stesso aveva a lungo sognato di diventare un esploratore galattico, ma la lunga guerra papericida aveva irreparabilmente impedito quel desiderio.

Ciò nonostante Ivan Ivanovich II fu un temuto pilota di guerra.
Il suo triplano scompariva tra le nuvole, per poi riapparire fulmineo ed implacabile sulla coda degli inermi piccioni nemici. 
Ma in un assoltato giorno d'estate, quando la guerra era ormai sul finire, l'impavido asso fu inaspettatamente abbattuto da un gabbiano, che, mortalmente ferito in battaglia, decise di gettarsi coraggiosamente in rotta di collisione per compiere l'estremo sacrificio. 
Ivan Ivanovich II riuscì a sopravvivere a quell'incidente, ma perse un occhio.
Pur ricevendo innumerevoli medaglie al valore, da quel giorno non poté volare mai più.

Era il mese Nebbioso, e tutta la città sembrava avvolta da una surreale patina di silenzio e raccoglimento.
Il giovane paperonauta la guardava da lontano, recluso ormai da lungo tempo nella base paperonautica in attesa della partenza. Era tranquillo e determinato, ma sentiva il dolore per il distacco da tutti i suoi cari, che avrebbe rivisto solo dopo un tempo interminabile.
Quando fu il momento indossò la tuta ed il casco, ricevette il saluto degli ufficiali, ed il generale-padre lo accompagnò fino al boccaporto dell'astronave. Prima di chiudere il portello gli consegnò una busta e gli disse: "figlio mio, aprila solo dopo che avrai superato la seconda luna. Sono molto orgoglioso di te".
Ascoltando il conto alla rovescia, Ivan Ivanovich III si sentì profondamente fiero di essere stato all'altezza delle aspettative del suo predecessore, il più grande asso dell'aria di tutti i tempi.
Dopo pochi minuti, il razzo scomparve nel cielo, lanciato a mille nodi verso l'ignoto, dove nessun papero aveva osato prima d'allora.

Superata la seconda luna, Ivan aprì la busta. Era un dispaccio del fratellino minore, Bobol, vecchio di diverse lune: "Fratello mio, nostra madre è in letto di morte e vorrebbe averti al suo fianco, un'ultima volta, per dirti quanto ti ama. Ti aspettiamo con ansia.".
Il paperonauta si sentì svenire, e una rabbia cieca lo travolse: suo padre aveva trattenuto il messaggio per non distrarlo dalla missione, l'unica cosa alla quale si fosse mai interessato, privandolo così dell'ultima occasione di stringere a sé le dolci piume della sua amata mamma, e di esserle vicino in quel terribile momento.
Sentendosi perso corse all'oblò di poppa e guardò in basso: il pianeta era ormai un indistinguibile puntino nell'infinito.

Ivan Ivanovich III cullò ed accrebbe quel rancore giorno dopo giorno come una ferita impossibile da cicatrizzare, maledicendo la sua nobile origine, e giurando a sé stesso che non avrebbe mai perdonato il generale padre per quel meschino atto di egoismo.

Passarono molti anni ed il paperonauta, consumato da quel dolore, stanco ed invecchiato, tornò finalmente al suo pianeta, dopo aver tracciato la mappa galattica dell'intero universo. 
Venne accolto con grandi feste ed onori a Papersibirsk, dove le autorità inaugurarono la grande statua che lo ritraeva giovane e forte, lo sguardo fiero, ed il casco da cosmonauta stretto sotto l'ala.

Tornò a casa. Ad attenderlo era rimasto il solo fratello più giovane, con la sua famiglia, che nel tempo era diventata prospera e numerosa.
I due si guardarono con tristezza, consci che nulla avrebbe potuto restituire loro il tempo perduto.
Bobol, che nella vita non aveva mai sollevato le zampe palmate dal suolo natio, lo abbracciò come se non fosse mai stato lontano.
"Nostro padre, per tutta la vita", disse solamente, "ogni sera usciva sul terrazzo a scrutare il cielo per ore, cercandoti tra le stelle, con gli occhi gonfi di lacrime".

Il più grande dei dolori pervase il paperonauta.
Per tutto quel tempo aveva coltivato un rancore cieco verso il generale inflessibile ed egoista, concentrato solamente sulla realizzazione di quel sogno che, a suo tempo, gli era sfuggito.
Capì improvvisamente che un padre, è a sua volta un semplice papero come tutti gli altri.
Ed anche se lo si immagina infallibile, se si fa di tutto per poter essere alla sua altezza, anche un padre può sbagliare, distrarsi dal suo ruolo di guida e di esempio.
Ma non per questo ama di meno i propri figli.

Ivan Ivanovich III uscì all'aria aperta, stupito dalla pressione che le sue zampe esercitavano sul suolo bagnato di pioggia, e dalla leggerezza liberatoria del perdono.
Guardò in alto, ed agitò un'ala in segno di saluto in direzione della galassia, luminosa come mai.
Quando muoiono, i paperi, diventano polvere di stelle.
.

25 febbraio 2012

I bootleg dei Radiohead

I bootleg dei concerti un tempo erano merce ambitissima. 
C'era un mio amico che aveva collezionato non so quante decine di bootleg dei Pearl Jam, e tra l'altro aveva seguito tutti i loro concerti in Italia, registrandoli con uno di quegli affari con le cassettine.
Sono cose che fai in un periodo della vita in cui ti è concesso passare i pomeriggi con il walkman nelle orecchie a sentire e risentire la stessa canzone.
Ho avuto questa sindrome per poche canzoni, sai la sindrome del "finisce il pezzo, rew, risenti, rew, risenti". Una volta fu Losing my religion, un'altra fu Creep, poi non ne ricordo più. 

Ho collezionato anche io dei bootleg, e me li sentivo sulla Renaul Clio (bellissima, grigio canna di fucile).
Le versioni live dei pezzi mi piacevano di più, nonostante fossero sporche e si sentiva la gente del pubblico parlare.
Avevo fatto una cassetta per la macchina con il meglio dei bootleg a mia disposizione.
Da qualche parte devo avercela ancora, ma non ho più un mangiacassette.
Dentro c'era una versione di Fake Plastic Trees pazzesca. Nel momento in cui entra la chitarra elettrica e Thom urla "she looks like the real thing" sbraitavo con lui, mentre il pubblico ci applaudiva alla grande.
Ora mi sa che nessuno ascolta più i bootleg.
Neanche io, anzi mi infastidirebbe la scarsa qualità sonora della registrazione amatoriale.

L'altra sera è venuto a trovarmi un mio amico a Milano.
Prima di andare a dormire abbiamo bevuto un po' di amaro, e gli ho raccontato qualche storia da adolescente, come quella volta che avevo corteggiato una ragazza per anno.
Alla fine ero riuscito ad uscirci insieme, ma dopo sole tre settimane l'avevo beccata mentre faceva la doccia con un altro ad una festa. Che roba.
Era lì che guidavo sbronzo urlando "i'm a creeep, i'm a weeeirdoo" a squarciagola. 
Lo scooter, senza casco.
All'epoca mica c'era l'obbligo. 
Avrei dovuto metterlo lo stesso perché ero ancora minorenne, ma era da sfigati.

Mi domando perché nessuno ha buone storie da raccontare.
Sarà per questo che ormai sto sempre da solo.
.

07 febbraio 2012

Polvere

Quel pomeriggio la terra sotto i miei piedi mi sembrava solo quello che era.

Era un bel giorno di Maggio del 1993, ed avevamo avuto il permesso dai nostri genitori di portare fuori quel cagnolino schizzato di Tobias a fare una lunga passeggiata lungo il fiume.
La nonna di Daniel aveva preparato per noi uno zainetto pieno di cose da mangiare, c'erano panini con mortadella e formaggio, yoyo al cioccolato, mandarini e bottigliette di coca cola e sprite.
Oltre a noi c'erano le due cuginette di Daniel, Lia e Carmen.
Lia e Carmen si somigliavano moltissimo, con dei bei riccioli lunghi. 
Spesso le confondevo, perché le vedevo molto di rado, venivano al mare solo per pochi weekend.
Non ricordo da che città venissero, ma ricordo perfettamente che abitavano in Via Chopin. Non so perché questo particolare mi sia rimasto impresso dopo tutti questi anni.

Io ero il più grande della spedizione, ma Daniel, più piccolo di me di due anni, era il vero leader di tutti i nostri giochi. Era spericolato, e sempre pieno di idee, mi soverchiava in tutto.
Le cuginette stravedevano per lui.
Io gli stavo dietro, perché da piccolo sono sempre stato un po' timido e pauroso.

Si partiva dal mare, e, passando sotto un vecchio ponticello, si poteva percorrere per parecchi chilometri il fiumiciattolo su un sentiero abbastanza agevole, fino ad un prato dove la gente portava i cani a giocare.
Tobias era uno di quei cagnolini un po' insulsi, che abbaiava a chiunque con quel suo aspetto ridicolo.
Daniel lanciava una pallina da tennis e quello correva velocissimo a recuperarla, buttandosi tra le erbacce e nell'acqua bassa del torrente. Poi, tutto infangato correva a strusciarsi contro di noi, imbrattandoci.
Il sole era piacevole, ed io, dodicenne con gli occhialoni, ascoltavo estasiato Lia (o Carmen?), la più piccola delle due, che avrà avuto dieci anni, raccontarmi che quella era la prima volta che usciva da sola.

Forse mi ero innamorato. La sera, a letto, nelle settimane seguenti, provavo ad impostare i sogni prima di addormentarmi, in maniera tale da ripercorrerli e viverli nel sonno. Io ero il principe John, e Lia era la principessa Elizabeth, di questo sono sicuro, ma non ricordo più come proseguisse la storia.

Quel giorno al pratone non c'era nessuno.
Daniel mise subito i piedi in acqua, camminando agile tra i sassi viscidi, fino a raggiungere la cascatella.
Avrei voluto anche io, ma la sola idea di bagnarmi il pollice di un piede mi faceva pensare agli sberloni che mia mamma sicuramente mi avrebbe rifilato, se fossi tornato a casa con i jeans bagnati.
Mia mamma era una di quelle che ti infila sempre la mano nella schiena per vedere se sei sudato.

Mettemmo giù i teli per il picnic. Le ragazze prepararono tutto con grande entusiasmo, incredule di poter trasformare le centinaia di thé e biscottini coi bambolotti in un vero picnic da adulti.
Eravamo liberi, per la prima volta nella nostra vita senza il controllo a vista dei genitori.

Mangiammo i panini e gli yoyo, ed ognuno di noi raccontò storie mai vissute. 
Per farmi bello, raccontai la mia storia d'amore inventata nella vacanza dell'estate prima, all'isola di Stromboli. Anche questo lo ricordo bene, chissà perché.

Poi facemmo un po' di tiri a fresbee, uno di quelli molli con le facce da mostro, che non andava mai nella direzione desiderata. Tobias lo intercettava sempre.

Sulla via del rientro, io e Daniel progettammo giochi e avventure.
In vista del ponticello decidemmo di fare "a chi arriva primo" fin lì.

Pronti! Via! 
Ma dopo pochi metri Tobias mi agguantò una gamba, mordendo con ferocia l'orlo dei jeans.
E non c'era modo di staccarlo. 
Loro ridevano, ma io ero terrorizzato da quel cagnetto coi denti appuntiti che mi lacerava i pantaloni.
L'unica soluzione fu togliermi i jeans, rimasi in mutande. 
Daniel, Lia e Carmen, si sbellicavano dalle risate ed io ero rosso di rabbia e di vergogna.
Il più grande, preso in giro, umiliato.
Daniel con un'abile mossa riuscì a distrarre Tobias ed a liberare i miei poveri pantaloni.
Me li ri-infilai di corsa, e ricordo perfettamente la sensazione di non riuscire a trattenere il pianto. Ma non potevo piangere. Eppure loro si accorgevano che stavo piagnucolando.
"Piangi?".

Quel giorno di sole del 1993 la terra mi sembrava solamente quello che era.

A questo pensavo in una calda mattina d'autunno di quindici anni dopo.
Accompagnando impotente gli ultimi metri di Daniel, in un silenzio irreale interrotto solo da lievi soffi di vento tra gli alberi.
Ai giochi, alle corse, ai sogni, ai bisticci davanti al commodore 64.
Al nulla che lo aspettava, alla pura e semplice terra.
.

20 gennaio 2012

Le città parlano

C'é un paio di scarpe che mi piacciono moltissimo in un negozio di piazza Unione Sovietica.
Sono marrone scuro, lucide, lacci sottili, senza ghirigori.
La prima volta che le ho viste costavano duecentodieci euro. Poi sono calate a centocinquanta, ed ora alla fine dei saldi sono scese a centodieci, ed ho proprio deciso di comprarle.
Mi emoziono sempre quando devo spiegare cosa voglio ad una commessa.
Indico le scarpe con la mano tremante, e le parole come ogni volta mi si ricacciano in gola.
"Testa di moro", dice lei. Ed io approvo, mentre lei mi passa il calzascarpe e me le fa provare.
Non posso credere di averle ai piedi, sono davvero scarpe magnifiche.
Estraggo la mia carta di credito, nuova, fiammante, pago, ed esco felice dal negozio con le preziose "testa di moro" riempite di carta appallottolata ed inguainate in un elegante sacchetto di tela.

Mi ha fatto un gran bene trasferirmi qui, anche se la mamma non voleva. E' sempre stata molto protettiva nei miei confronti, ma questo lavoro era un occasione d'oro per me. 

La città è bella, e grande, e mi perdo continuamente.
Qui non è come a casa: le strade sono gigantesche, il freddo è più freddo, rigido, fermo. 
Non come quel vento di mare che fa cascare le orecchie. 
Io e papà pescavamo, anche quando c'era vento, lui mi faceva mettere la calotta e gli stivali di gomma, e mi sentivo bene.
Papà sarebbe orgoglioso di me, se sapesse quanto sono bravo al lavoro.
Ho una grande scrivania, ed un computer portatile molto moderno. Ho un biglietto da visita di una importante Compagnia, ed il mio titolo è altisonante: "Attuario Junior".
La Compagnia ha un palazzo tutto suo nel centro della città, con enormi corridoi ed un sacco di dipendenti indaffarati. Le porte sono arancioni, e tutti i piani sono colorati in maniera diversa, e ci si dà tutti del tu, anche con i super capi.
L'attuario è un lavoro misterioso e per questo mi piace. In pratica grazie alla mia bravura con la matematica interpreto gli eventi del mondo e li trasformo in statistiche, che poi la Compagnia utilizza per decidere quanto farsi pagare dai suoi clienti.
E' un po' come predire il futuro.

Ogni giorno faccio lunghe passeggiate.
Penso ad una parola, ad esempio "Amore" o "Solitudine", e percorro le strade ed i vicoli seguendo la forma delle lettere.
Ogni parola genera un suo itinerario, la cui ultima lettera deve ricondurmi inevitabilmente a casa.
Se mi poteste seguire dall'altro vedreste giganti parole comporsi con i miei passi.
E' un bel modo di esplorare la città. 
Ripeto gli itinerari che mi piacciono di più: ad esempio "Mistero", o quello divertente "ZigZag".
Durante il cammino guardo le vetrine, e soprattutto le ragazze. 
Qui ci sono ragazze bellissime, ben vestite, con i loro stivali ed i loro cappellini. A volte mi fermo e cerco di darmi un'aria interessante, oppure provo ad incrociare lo sguardo con una di loro che mi colpisce particolarmente: ma è proprio quello il momento in cui il mio tic diventa più forte ed incontrollabile.
Al lavoro nessuno me lo fa pesare, ma per strada o sulla metropolitana la gente tende a guardarmi con diffidenza, e questo mi dispiace moltissimo.
Non posso farci niente: la dottoressa dice che devo imparare a convivere con i miei tic. Ma lei non sa cosa vuol dire avere un tic ventiquattr'ore su ventiquattro.
Mi piacerebbe molto avere una ragazza, bella come la dottoressa.
Non ho mai avuto una ragazza.

Il mio amico Marco mi dice che non mi perdo molto, che le ragazze creano solo problemi.
Lui ha avuto delle ragazze ed ogni tanto mi racconta che era innamorato di una in particolare che però non lo ama più, ed anzi, non si ricorda neanche più di lui.
Marco lavora alla Compagnia da qualche anno, ma ho paura che non durerà molto: alcuni giorni arriva in ufficio tutto trasandato e che puzza di alcool.
Sta quasi tutto il tempo da solo a disintegrarsi con il vino a parte quando ci sono le partite di calcio. Lui ama le partite di calcio di tutte le squadre, e quando c'è la Champions League io vado da lui e passiamo la serata sul suo divano a goderci le partite. 
La mia squadra preferita è il Barcellona, che anche a lui piace, ma ci gode quando perde perché sono troppo forti. 
Il mio calciatore preferito è Leo Messi, mentre il suo è Zvonimir Boban, che però non gioca più.

Ogni tanto usciamo anche, lui invita alcune colleghe carine e mi porta con loro a fare l'aperitivo, che è una sorta di enorme buffet pazzesco, dove non puoi non ingozzarti.
Mi piacerebbe anche essere brillante come lui, le ragazze lo ascoltano e scherzano e fanno le oche.
Però poi una delle volte che eravamo sul divano a vedere le partite, aveva bevuto un sacco ed ha detto che avrebbe voglia di uccidersi, ed allora da quel giorno ho una gran paura che Marco si uccida, perché in effetti rimarrei solo, e poi perché lui, in fondo, è un brav'uomo e mi fa un po' pena.

Questo è l'inizio della storia: mi trovo qui, in una città nuova, per la prima volta da solo.
E' come un grande mare: cammino e scrivo storie con i miei passi sui marciapiedi.
Mia mamma al paese è preoccupata. Ma in fondo è felice per me, perché a scuola, al liceo, all'università, io ero sempre scartato, sempre diverso, sempre solo, per i miei tic, per la mia malattia, e per la mia bravura con i numeri.
Ed io non sono cattivo, e non sono neanche vendicativo.
Ma ho perso sempre, ed ora voglio che arrivi il momento in cui, anche io, qualche volta vinco.
.

08 gennaio 2012

Un'epifania

Intorno al 2005 andavo matto per i Tortoise, e per tutta quella scena lì. 
Poi il mio coinquilino mi passò un disco che i Tortoise avevano fatto con Will Holdam ed allora iniziai ad ascoltare anche Will Holdam. In quel disco c'era una cover di un pezzo di Elton John, e fu così che scoprii che mi piaceva anche Elton John. Ecco "sono gay", pensai.
Dopo una breve autoanalisi condita con abbondante materiale pornografico mi convinsi che -in fondo- ero ancora e decisamente eterosessuale. Forse anche ad un eterosessuale può piacere Elton John, anche se comunque è strano.

Il mio vicino ha quarant'anni ed è un chitarrista bravissimo. Ogni tanto dopo cena ci vediamo per strimpellare, nel senso che io strimpello e lui suona. Mi sono comprato anche una chitarra acustica per accompagnarlo.
Alle volte rimango ipnotizzato quando suona e canta i Creedence, o Simon e l'altro tizio, perché è davvero un drago. Altre volte invece io faccio i miei pezzi e lui a sua volta mi accompagna con grazia celestiale e superba discrezione.

Qualche sera fa c'era una festicciola da lui. E' difficile sapere come vestirsi in occasioni del genere.
Ho optato per il mio consueto look da studente in filosofia misto a dottore di campagna. 
Una di quelle tipiche feste da milanesi radical chic, alle quali lì per lì ti diverti ma con quel retrogusto di essere fuori posto. "per lo meno questa è gente che ha degli interessi" penso, ascoltando discorsi a campione, tra letteratura, politica, teatro, sport (il libro del fottutissimo John McEnroe, mica uno qualunque), eccetera eccetera. 
Mi azzardo a dire che anche Andre Agassi, diamine, era davvero qualcosa. Sottolineo sempre con un "diamine" i miei concetti di spessore.
Qualcuno approva persino, e mi vergogno perché mi trovo a pensare che in fondo questa gente mi piace.
"Ecco sto diventando uno di loro (mi avranno messo qualcosa nel bicchiere?), uno stronzo radical chic".

C'è molto da bere, ma non ho potuto sbronzarmi ferocemente come faccio alle feste di solito.
Mediamente dopo un'ora di festa, persino al funerale di mio zio se ben ricordo, sono ubriaco fradicio. Certo, non uno di quelli molesti, anzi, sembro persino brillante e loquace.

Arriva il momento in cui alle luci soffuse del salotto, il mio vicino tira fuori le chitarre e mi presenta come la rockstar della serata, e che canterò alcuni pezzi. 
"Maledetto", penso bonariamente, "io che sono il cane e lui che è Dio".
Sua moglie ci applaude divertita e complice, mentre con riluttanza mi affondo sul puff che sarà il mio palco. 
L'atmosfera è molto rilassata, e suonare non mi pesa. 
Ragiono velocemente (perché con la chitarra in mano è vietato pensare), facendo la cernita dei pezzi provati insieme nei nostri dopocena.
Partiamo con Skinny Love di Bon Iver a due voci, chitarra e chitarrino.
Sul ritornello, quando fa "and I told you to be patient, and I told you to be fine", mi metto a fare ritmica sulla cassa della chitarra e la cosa funziona alquanto bene.
Tutti sorridono di gusto, e applaudono e attendono il secondo pezzo, mentre la donna di casa che conosce i suoi polli, stappa un rosso d'annata per niente cancaro perfetto per l'occasione. 
Non posso fare a meno di sgollarmene un calicione in pochi sorsi.
Mettiamo in successione The drugs don't work (che tutti conoscono), Blood Red Bird (che nessuno conosce), e poi, per concludere lo show, il vicino mi stimola a suonare due pezzi miei.

Non vi ho detto che io scrivo canzoni folk.
Ogni tanto le faccio sentire, altre volte no.
Comunque sia, butto giù altro un altro calice e canto, accompagnato da Dio.
Uno è un pezzo che ho scritto per mia nipote, una ninnananna fatta di disegni sereni e familiari, che un giorno mi piacerebbe lei sentisse (magari cantata da uno capace).
L'ultimo pezzo è una ballata alla Nick Drake depressoide ma non troppo sul fatto che sono depresso e tormentato e pesantemente alcolizzato, e che tendenzialmente bevo tanto perché mi sento un fallito e più bevo più mi sento un fallito, e più mi sento un fallito più mi punisco consapevolmente bevendo.


Finisco con un inchino sulla chitarra, tra applausi abbastanza convinti e brindisi.

La festicciola intima riprende, e qualcuno seleziona dal dispositivo Apple un disco degli Smiths (naturalmente, penso, cos'altro?). Alché, superata la prova del fuoco della rockstar, nel mio look da studente in filosofia e medico di campagna, posso distogliermi dal pensiero fisso dei trentacinque metri quadrati sicuri e silenziosi a pochi metri di distanza.
Poche ore e parecchi calici dopo sono effettivamente nel mio bunker, dopo essermi malamente scopato una delle amiche della mia vicina. Cose del tipo "ma si, fottiamoci sta stronza radical chic".
Scopava anche bene a dirla tutta.

Si accorge che in casa mia ci sono più bottiglie di vino che mobili.
"ma quella storia della canzone è vera?"
Io, colpito nel vivo della mia turpitudine, rispondo che no, che tutte quelle bottiglie me le regalano a natale per il lavoro.  Che no, che la canzone è solo una canzone, "pensi che Bob Dylan abbia scritto centinaia di canzoni tutte vere e autobiografiche?".
Vorrei avere una siringa per spararmi il vino direttamente in vena e svenirle a fianco in mezzo a spruzzi di sangue. Sono nudo, ma mi sento ancora più nudo ed umiliato.
Neanche avesse scoperto la mia collezione di dischi di Elton John tra le cartelle dell'hard disk, e mi avesse chiesto "sei gay?".
.

05 gennaio 2012

Giorni bellissimi

Avevamo viaggiato.
All'inizio tutto sembrava nuovo, ogni cosa attirava la nostra attenzione. 
Scattavamo decine di fotografie, annotando furiosamente sui nostri taccuini qualunque idea, ogni pensiero.
Mi venne in mente di scrivere poesie, per descrivere l'infinita profondità di alcuni momenti. 
Ne composi una seduto sulla cima del promontorio di Capo Gabbiano, guardando le onde, "la mia voce, il mio canto qui è vita. Non penso mai alla morte, come non muore il mare, non muore il cielo".
Lì per lì mi sembrò una bella poesia, ma quando provai a leggerla ad alta voce suonò terribilmente banale.
E capii che provare a descrivere gli attimi è un'impresa eroica, molto più che viverli.

Ricordo quel viaggio come una rinascita, un battesimo.
Dopo pochi giorni eravamo completamente spogliati del peso della vita quotidiana. E' facile farlo, quando tutto è nuovo: gli amici di provincia, l'ufficio, le scartoffie, ci sembravano un ricordo lontanissimo.
Con una birra ghiacciata brindammo al tempo indefinito che ci attendeva, sotto un magnifico cielo stellato, accompagnati da musica gitana.
Riuscimmo ad avvicinare due ragazze dai capelli pieni di sale al bancone di un bar.
Erano in viaggio come noi, e fu facile scoprire di avere molto in comune: luoghi, sensazioni, incontri, desideri.
Il mattino successivo ci scambiammo gli indirizzi, promettendo reciprocamente di rivederci, segretamente consapevoli che sarebbe stato il caso ancora una volta a muovere le carte in quel senso (o meno).

Su un treno scassato attraverso la pianura osservammo i paesi scorrere lentamente, così come lentamente scorreva la vita in quei luoghi, mentre il movimento rotatorio del pianeta aiutava il nostro muoverci.
Scrissi una nuova poesia che stavolta non lessi ad alta voce al mio compagno di viaggio.
Scendemmo per sgranchirci le gambe, sgranocchiando semi di zucca, strabuzzando gli occhi davanti a quella banchina inesistente e deserta, alla nebbia del mattino che occultava la rotondità dell'orizzonte, inebriando i nostri polmoni con l'aria frizzante.

Dopo alcuni mesi capimmo che era giunto il momento di separarci.
Fummo colti dall'urgente necessità di godere egoisticamente ogni attimo senza mediazioni. Spesso stavamo in silenzio per ore, anche perché a quel punto c'era poco da dirsi.
Scegliemmo imbarchi diversi, convenendo di riunirci più avanti, sulla via del ritorno.
Non capimmo che era l'inizio della fine del viaggio.

Il cammino fu ancora lungo, in verità, e registrai sul mio taccuino innumerevoli appunti e poesie ormai perdute. Come un amanuense annotai con certosa maniacalità l'estasi di uno stormo di uccelli che faceva disegni nel cielo, delle navi in partenza dal porto di Eolo, dei profumi celestiali al mercato di Oceano.
Ogni volta, colto dallo stupore, inconsciamente guardavo al mio fianco.

Ed oggi, che sono tornato qui, ad uccidere il tempo che mi resta da vivere facendo ciò che ci si aspetta da me, penso al nostro lungo viaggio con nostalgia.
Soprattutto a quei bellissimi giorni insieme.
Perché eravamo liberi, eravamo giovani, e, più di ogni altra cosa, eravamo amici.
.

23 dicembre 2011

Addio alle armi

Non c'è niente di più soave e malinconico al mondo del suono di un violino.
La voce dello strumento è come il canto di una sirena, mi ipnotizza e mi riporta a casa, al caldo, con Valentina. Chiudo gli occhi, e posso sentire le sue mani passare dolcemente tra i miei capelli, ed il profumo inconfondibile della sua pelle.

Siamo fermi qui da un paio di giorni, accampati come bestie, in attesa di ordini dai piani alti. Fa molto freddo, ed il tempo sembra andare al rallentatore. I nostri gesti sono robotici e ripetitivi.
Mersault non fa altro che smontare e rimontare la carabina, e tenere puliti gli stivali dal nevischio fangoso. Ma è un'impresa impossibile, gli bastano pochi passi per affondare di nuovo fino alle caviglie. Sono molto preoccupato per lui, non riesco più a distrarlo in alcun modo. So bene che l'unico modo per rimanere umani in questo massacro è tenersi su, pensare ad altro, ridere.

Un tempo alla sera, ci radunavamo intorno al fuoco, e Mersault raccontava a tutti noi le sue bellissime storie. Inventava storie davvero avvincenti, che spesso ci facevano sospirare.
A volte i personaggi erano così ben descritti da sembrare veri, non semplici fantasmi di storie mai scritte. Per tutto il giorno, durante le interminabili marce, preparava quei racconti.
Poi venne l'inverno, e l'assalto al paese, il giorno che ci tesero l'imboscata. 
Molti di noi morirono, e Mersault smise di raccontare.
Forse, pensammo, il nostro amico non era pronto ad accettare tanta realtà.

I miei stivali, invece, sono un disastro. E la barba punge.
Ma non ho acqua calda, e nessuna intenzione di radermi a secco con questi rasoi arrugginiti.
Vorrei tanto capire da dove proviene questo violino. Il misterioso suonatore sta percorrendo un magnifico adagio di Tomaso Albinoni, non credo si tratti di un violinista di strada.
Mi aggiro per le vie silenziose, ed in certi momenti mi sembra di essere molto vicino alla musica, ma mi sbaglio, perché di nuovo appare lontanissima.
Mersault avrebbe detto che si tratta di uno spirito condannato a vagare nelle tenebre, e che, una sola notte all'anno, nella ricorrenza della morte della sua amata, gli animi sensibili possano sentirne in lontananza il lamento. 
Un lamento che -dicono- appare come il suono di un violino.

La neve inizia a cadere più forte, e cala il silenzio.
I miei passi scompaiono poco dopo essersi impressi. 
Mersault si sarebbe sbagliato, forse il fantasma sono proprio io.

Il mattino seguente ci svegliamo in un mondo completamente bianco.
Il sottoufficiale dallo sguardo stanco ci comunica l'ordine del giorno, che prevede un lungo spostamento a piedi fino alla provincia, teatro nei giorni precedenti di scontri feroci, ed ora ripulita quasi definitivamente dalla prima linea.
Cedo alla tentazione di guardare il mio riflesso in un vetro. 
Non devo farlo, davanti a me c'è un vecchio. 
La mia gioventù è svanita per sempre.
Mi passo la mano sul volto: quel ragazzo che quattro anni prima era pieno di energia, di entusiasmo, non c'è più. Oggi tornerò nella mia città dopo tanto tempo, sapendo che nessuna cosa è rimasta come l'ho lasciata, soprattutto dentro di me.
Mersault mi osserva, assorto. Percepisce il mio dolore e mi indica con la mano rossa e dolente un punto sulle montagne davanti a noi, dove un rivolo d'acqua scorre attraverso il fango ed il ghiaccio.
Una calma inattesa mi pervade, imbraccio la carabina e mi metto lentamente in marcia insieme agli altri.

E' notte, e la mia città è deserta.
La prima linea si è spostata di alcune decine di chilometri verso il mare.
Nessuna traccia dei violenti scontri, dei subdoli cecchini, e della morte agli angoli delle strade.
Semplicemente un luogo assopito e privo di vita.
Tutti dormono ed io sfrutto il mio turno di ronda per vagabondare per strade che conosco a menadito, alla ricerca dei miei luoghi.
Passeggio lentamente incrociando solo poche anime, e nel profondo del cuore spero di incontrare la donna che amo, come in un romanzo. 
Ma la verità è che non mi riconoscerebbe, perché io non sono più io, e lei chissà dov'è, con chi, e quanto è cambiata in questa eternità.
Arrivo quasi inconsciamente sotto casa sua, e guardo la finestra buia.
Resto lì, paralizzato, per un tempo lunghissimo, indeciso sul da farsi. 
Una parte di me vorrebbe lanciare un sassolino contro il vetro, per destarla dal suo sonno leggero.
L'altra parte invece torna alla visione dello specchio, all'uomo anziano e spettrale, sfinito, diverso.
"Forse non abita più qui", mi dico. Ma so che non è così, ne sento la presenza.
Ed esserle così vicino mi strazia il cuore.

Il risveglio è pessimo. Un colpo di coda del nemico ha messo tutti in allerta.
Sono di certo gli ultimi giorni di guerra, ma la morte è ancora in agguato, ogni giorno cammina al nostro fianco e colpisce casualmente, senza un ordine preciso.
Dobbiamo ripiegare velocemente, ed a passo spedito percorriamo le strade della città a ritroso.
Molti anni fa, camminavo su questo acciottolato con lo zaino in spalla, ugualmente svelto, diretto a tutta velocità verso un futuro radioso.
I suoni della guerra alle nostre spalle si fanno sempre più vicini e minacciosi.

Di nuovo al punto di partenza, seconda linea.
Ci hanno detto che potremmo essere chiamati a supportare il contrattacco entro pochi giorni.
E' necessario che il fucile sia in ordine, pronto all'uso, e mi ritrovo quasi maniacalmente a pulire la canna, a controllare il caricatore, a lubrificare le parti meccaniche.
Mi racconto del ritorno a casa. 
Di Valentina che mi riconosce, e che passeggia insieme a me, ed io la faccio ridere con l'allegria di un tempo.
Invento di un giorno in cui mi permetterà di giocare con il suo ombelico.
Non voglio proprio morire, questo lo so.
E non voglio neppure che i miei amici muoiano.
Li osservo: uomini sfiniti e demotivati, ed in loro percepisco la perfezione.
Osservo Mersault, serenamente addormentato, nel suo leggero russare.

E sebbene tutto sembri irrimediabilmente perso, la gioventù, l'amore, mi guardo intorno, e resto fulminato dalla luce che pervade ogni cosa.
.

11 dicembre 2011

Šostakovič

Prova a rannicchiarsi per proteggersi dai calci, ma quelli arrivano, implacabili.
Colpiscono con furia, e lui sente scricchiolare ossa che neppure immaginava di avere.
Schiaccia il volto a terra in una maschera di dolore e lacrime.
Nello stanzino, gli aguzzini gli ricordano che il corpo umano è fragile, malleabile.

Saranno almeno due ore che sono sveglio.
Posso iniziare a bere senza sentirmi in colpa.

Deduce che fuori ci sia la neve attraverso il pallore lunare della stanza.

Mi piace la neve.
Ma la neve è il segnale che devo muovermi.

L'unica cosa al mondo che gli interessa è Camilla.
Quando sorride, attraverso gli occhi belli, dietro la chioma selvaggia di riccioli biondi, la sua anima si scioglie. Lei è la sua casa, la sua redenzione, ma vederla è sempre più difficile.

E poi non voglio quando puzzo di vino. Sempre.

E' da molto tempo che pianifica il furto: sa bene che non ci sono altre soluzioni, che comunque non avrebbe trovato abbastanza soldi in tempo.
Il piano è molto semplice: entrare, prelevare, uscire. Senza divagazioni, senza alzare la testa, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. 

Cazzo, non ci si improvvisa così a quarant'anni.
Gli zingari iniziano ad otto nove anni, sono lesti, invisibili.

Lui, invece, ha l'impressione di avere un neon in testa.
Un cartellone pubblicitario del tipo "ehi, gente! guardate qui che schifo fa quest'uomo".
Comunque, la decisione era presa.

Camilla amore mio.
A Gennaio io mi dissolverò come cenere. 
Ma voglio che tu possa sorridere una volta per merito mio.
In fondo io sono già sparito, io non esisto.
Si esiste solo se si è importanti per qualcuno.
Ma per tutto il viaggio, mi basterà quel tuo sorriso.
Portarlo con me nel gorgo.

Fa la doccia.
E' come se migliaia di spilli ghiacciati gli perforassero il corpo e si sente immediatamente più vigile, pronto all'azione. Beve solo alcuni bicchieri per bloccare i tremori e concentrarsi sull'azione.

La città brulica di attività. 
I negozi sono immensi alveari schizofrenici.
Le ragazze per strada hanno la gonna, le gambe colorate, e dei begli stivali. 
Vanno a passo svelto cariche di buste, felici nei loro cappotti.

Entra nel grande negozio e finge di interessarsi alle cose come un comune avventore; soppesa oggetti, poi passa oltre.  
Infine, con un po' di impazienza, passa all'azione.
Il gesto è ordinario, fino alla barriera fisica ed immaginaria tra il lecito e l'illecito.

La oltrepassa.
Una voce: "signore, scusi".
Fa finta di niente.
Ancora quella voce: "signore, prego, di qui!".
Aumenta il passo, che in pochi metri diventa corsa.

E' fatta. Ce l'ho fatta.
Un raro entusiasmo gli monta dentro.

Qualcosa si frappone: un ostacolo invisibile che lo solleva da terra scaraventandolo violentemente al suolo, privo di respiro.

E' così che cadiamo.

In mezzo agli occhi increduli e disgustati dei passanti, due uomini vestiti con eleganza dozzinale, dicono "portiamolo nello stanzino".

E' così che cadiamo.

Il suo volto si riga di lacrime
mentre gli viene strappato via dalle mani il giocattolo più bello
mentre nel grande magazzino risuona una suite jazz di Šostakovič, 
e l'universo abbruttito e nero si ripiega su stesso.
.

10 dicembre 2011

Battaglia notturna alla Biennale di Venezia


La battaglia inizia.
I primi bicchieri iniziano a svuotarsi ed i commensali sono più rilassati.
Gli amici assenti vengono accoltellati innumerevoli volte, mentre i presenti ingaggiano una gara di simpatia forzosa.

Tranquillo, con il cervello completamente spento, annuisco, rilancio, rido e sorrido. 
Al tavolo a fianco una coppia cena. Potrebbero essere al primo appuntamento, sono tesi, composti, e non sembrano avere molto da dirsi. 
Lei non beve, questo non li aiuta.
Lui incrocia il mio sguardo ed il mio "ti capisco".

Le ragazze emettono ridolini controllati per approvare senza esagerare la grossolana simpatia dei mattatori della tavolata. 
Stimolati dal successo questi raccontano storie, una più divertente dell'altra.
I temi si rincorrono  e tutte le storie puzzano di sentito e risentito.
Ma l'enfasi degli oratori rende questo sforzo quantomeno ammirevole.

"E' una guerra" penso.
Stanno combattendo per il predominio della tavola.
"E' una questione di sesso", annoto.

In fondo alla sala un avventore solitario di mezza età si appresta ad aggredire un magnifico pesce. C'è stato un tempo in cui pensavo non sarei mai stato in grado di mangiare da solo in un ristorante affollato.

Qualcuno mi chiede qualcosa riguardo un disco che non conosco.
"Ottimo", dico, "non bello come quelli degli esordi ma comunque interessante".
Bevo altro vino, do un'occhiata alle cosce della tipa seduta a fianco a me.

Non partecipo alla battaglia, alzo bandiera bianca..
Questi commensali che raccontano simpatici aneddoti, storie d'amore, di grandi coincidenze,  di registi che non conoscono, sono magnificamente mediocri, privi di qualunque talento, estro, spirito. 
Sono governati dal desiderio di scopare, di comprare, di piacere alla gente, e soprattutto di farsi invidiare dagli altri.
Questa è la battaglia che si combatte quotidianamente.

A me interessa solamente camminare da solo nella natura, dove si può percepire il vero banchetto dell'universo. Comprendere la solitudine e l'inquietudine, realizzare il distacco dell'animo, vivere nell'estro senza condividerlo.

"Brindiamo!" Dico. "A voi, alla vostra felicità".
E tutti mi sorridono rafforzando: "alla felicità! All'amicizia!".
.

30 novembre 2011

Espiazione

Avrebbe potuto camminare in eterno.
Mentre camminava non pensava alla morte, e si dimenticava di respirare: per una volta, inspirava ed espirava inconsciamente.

Di norma sentiva il cuore battere all'impazzata, sopraffatto da un'ansia perenne. 
Soprattutto quando sapeva di dover incontrare persone, per quell'inevitabile necessità di non seppellirsi nella propria tomba di solitudine, apparendo ogni tanto sorridente al mondo, come uno splendido fantasma rasato di fresco e profumato di acqua di colonia.
Ma anche nell'accoglienza del silenzio casalingo, non poteva non pensare alla fragilità del suo corpo, delle sue gambe e delle sue braccia. 
Essere ossessionati dalla morte è una condanna in vita.

Pioveva.
Il pensiero di mettersi al riparo lo sfiorò, ma solo per un attimo: era necessario prestare massima attenzione ai passi, poiché il terreno diventava fangoso molto velocemente, e la strada era ancora lunga.
Sapeva che sarebbe tornato a casa zuppo, e che Giulia lo attendeva con i bambini.
Si guardò le mani e con orrore notò che apparivano cosparse di profondi tagli inesistenti, le linee della vita, una ferita per ogni volta che aveva allungato uno schiaffo ad uno di loro, abbruttito dalla cecità violenta dell'alcool.

Giulia mangiava e vomitava. 
Quando lui ottusamente ostacolava i suoi propositi, lei gli diceva, colma di rabbia e di dolore: tu bastardo non puoi capire cosa si prova. Il dolore mostruoso, il tuo corpo che deve assolutamente liberarsi, al punto da non riuscire a trattenere neanche uno spillo di quello che ha dentro.
E più lei vomitava, più lui si abbruttiva, imprigionandosi volontariamente nell'angusto stanzino colmo di libri, nel quale la montagna di bottiglie vuote si univa all'odore rancido del male che aveva impregnato le pareti.
Entrambi facevano orribili sogni inconfessabili: membra sconvolte dalle lamiere, e corpi ancora coscienti trafitti nell'ultimo spasmo di vita, intenti a chiedere perdono.

La pioggia si era fatta più forte.
Sentì il bisogno del vino rosso scorrergli nella gola, raschiargli l'anima ed il dolore.
Si voltò, e vide i suoi passi impressi nel fango. 
Ma il fango, invece di appesantire il suo ritmo, gli diede vigore. 
La pioggia e gli alberi gli narravano il tempo immobile che lui non avrebbe mai potuto condividere, quel trascorrere così lento da apparire eterno.


Voltatosi nuovamente percepì quanta strada aveva percorso, e per l'ennesima volta notò la profondità dei suoi passi sul terreno. Avrebbe potuto ripercorrerli uno per uno, spurgando le tossine del male, tentando di liberarsi dai demoni che aveva collezionato ed accolto.

Ma davanti a lui apparivano nitide le prime luci della città, avvolta nel silenzio del temporale.
Non vedeva il palazzo, ma poteva immaginare il volto esile di Giulia, i suoi capelli dolenti, la sua pelle tesa ed ingiallita.

Decise che avrebbe camminato in eterno.
Decise che li amava più di ogni altra cosa al mondo.
.

Archivio blog

Lettori fissi