23 dicembre 2011

Addio alle armi

Non c'è niente di più soave e malinconico al mondo del suono di un violino.
La voce dello strumento è come il canto di una sirena, mi ipnotizza e mi riporta a casa, al caldo, con Valentina. Chiudo gli occhi, e posso sentire le sue mani passare dolcemente tra i miei capelli, ed il profumo inconfondibile della sua pelle.

Siamo fermi qui da un paio di giorni, accampati come bestie, in attesa di ordini dai piani alti. Fa molto freddo, ed il tempo sembra andare al rallentatore. I nostri gesti sono robotici e ripetitivi.
Mersault non fa altro che smontare e rimontare la carabina, e tenere puliti gli stivali dal nevischio fangoso. Ma è un'impresa impossibile, gli bastano pochi passi per affondare di nuovo fino alle caviglie. Sono molto preoccupato per lui, non riesco più a distrarlo in alcun modo. So bene che l'unico modo per rimanere umani in questo massacro è tenersi su, pensare ad altro, ridere.

Un tempo alla sera, ci radunavamo intorno al fuoco, e Mersault raccontava a tutti noi le sue bellissime storie. Inventava storie davvero avvincenti, che spesso ci facevano sospirare.
A volte i personaggi erano così ben descritti da sembrare veri, non semplici fantasmi di storie mai scritte. Per tutto il giorno, durante le interminabili marce, preparava quei racconti.
Poi venne l'inverno, e l'assalto al paese, il giorno che ci tesero l'imboscata. 
Molti di noi morirono, e Mersault smise di raccontare.
Forse, pensammo, il nostro amico non era pronto ad accettare tanta realtà.

I miei stivali, invece, sono un disastro. E la barba punge.
Ma non ho acqua calda, e nessuna intenzione di radermi a secco con questi rasoi arrugginiti.
Vorrei tanto capire da dove proviene questo violino. Il misterioso suonatore sta percorrendo un magnifico adagio di Tomaso Albinoni, non credo si tratti di un violinista di strada.
Mi aggiro per le vie silenziose, ed in certi momenti mi sembra di essere molto vicino alla musica, ma mi sbaglio, perché di nuovo appare lontanissima.
Mersault avrebbe detto che si tratta di uno spirito condannato a vagare nelle tenebre, e che, una sola notte all'anno, nella ricorrenza della morte della sua amata, gli animi sensibili possano sentirne in lontananza il lamento. 
Un lamento che -dicono- appare come il suono di un violino.

La neve inizia a cadere più forte, e cala il silenzio.
I miei passi scompaiono poco dopo essersi impressi. 
Mersault si sarebbe sbagliato, forse il fantasma sono proprio io.

Il mattino seguente ci svegliamo in un mondo completamente bianco.
Il sottoufficiale dallo sguardo stanco ci comunica l'ordine del giorno, che prevede un lungo spostamento a piedi fino alla provincia, teatro nei giorni precedenti di scontri feroci, ed ora ripulita quasi definitivamente dalla prima linea.
Cedo alla tentazione di guardare il mio riflesso in un vetro. 
Non devo farlo, davanti a me c'è un vecchio. 
La mia gioventù è svanita per sempre.
Mi passo la mano sul volto: quel ragazzo che quattro anni prima era pieno di energia, di entusiasmo, non c'è più. Oggi tornerò nella mia città dopo tanto tempo, sapendo che nessuna cosa è rimasta come l'ho lasciata, soprattutto dentro di me.
Mersault mi osserva, assorto. Percepisce il mio dolore e mi indica con la mano rossa e dolente un punto sulle montagne davanti a noi, dove un rivolo d'acqua scorre attraverso il fango ed il ghiaccio.
Una calma inattesa mi pervade, imbraccio la carabina e mi metto lentamente in marcia insieme agli altri.

E' notte, e la mia città è deserta.
La prima linea si è spostata di alcune decine di chilometri verso il mare.
Nessuna traccia dei violenti scontri, dei subdoli cecchini, e della morte agli angoli delle strade.
Semplicemente un luogo assopito e privo di vita.
Tutti dormono ed io sfrutto il mio turno di ronda per vagabondare per strade che conosco a menadito, alla ricerca dei miei luoghi.
Passeggio lentamente incrociando solo poche anime, e nel profondo del cuore spero di incontrare la donna che amo, come in un romanzo. 
Ma la verità è che non mi riconoscerebbe, perché io non sono più io, e lei chissà dov'è, con chi, e quanto è cambiata in questa eternità.
Arrivo quasi inconsciamente sotto casa sua, e guardo la finestra buia.
Resto lì, paralizzato, per un tempo lunghissimo, indeciso sul da farsi. 
Una parte di me vorrebbe lanciare un sassolino contro il vetro, per destarla dal suo sonno leggero.
L'altra parte invece torna alla visione dello specchio, all'uomo anziano e spettrale, sfinito, diverso.
"Forse non abita più qui", mi dico. Ma so che non è così, ne sento la presenza.
Ed esserle così vicino mi strazia il cuore.

Il risveglio è pessimo. Un colpo di coda del nemico ha messo tutti in allerta.
Sono di certo gli ultimi giorni di guerra, ma la morte è ancora in agguato, ogni giorno cammina al nostro fianco e colpisce casualmente, senza un ordine preciso.
Dobbiamo ripiegare velocemente, ed a passo spedito percorriamo le strade della città a ritroso.
Molti anni fa, camminavo su questo acciottolato con lo zaino in spalla, ugualmente svelto, diretto a tutta velocità verso un futuro radioso.
I suoni della guerra alle nostre spalle si fanno sempre più vicini e minacciosi.

Di nuovo al punto di partenza, seconda linea.
Ci hanno detto che potremmo essere chiamati a supportare il contrattacco entro pochi giorni.
E' necessario che il fucile sia in ordine, pronto all'uso, e mi ritrovo quasi maniacalmente a pulire la canna, a controllare il caricatore, a lubrificare le parti meccaniche.
Mi racconto del ritorno a casa. 
Di Valentina che mi riconosce, e che passeggia insieme a me, ed io la faccio ridere con l'allegria di un tempo.
Invento di un giorno in cui mi permetterà di giocare con il suo ombelico.
Non voglio proprio morire, questo lo so.
E non voglio neppure che i miei amici muoiano.
Li osservo: uomini sfiniti e demotivati, ed in loro percepisco la perfezione.
Osservo Mersault, serenamente addormentato, nel suo leggero russare.

E sebbene tutto sembri irrimediabilmente perso, la gioventù, l'amore, mi guardo intorno, e resto fulminato dalla luce che pervade ogni cosa.
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11 dicembre 2011

Šostakovič

Prova a rannicchiarsi per proteggersi dai calci, ma quelli arrivano, implacabili.
Colpiscono con furia, e lui sente scricchiolare ossa che neppure immaginava di avere.
Schiaccia il volto a terra in una maschera di dolore e lacrime.
Nello stanzino, gli aguzzini gli ricordano che il corpo umano è fragile, malleabile.

Saranno almeno due ore che sono sveglio.
Posso iniziare a bere senza sentirmi in colpa.

Deduce che fuori ci sia la neve attraverso il pallore lunare della stanza.

Mi piace la neve.
Ma la neve è il segnale che devo muovermi.

L'unica cosa al mondo che gli interessa è Camilla.
Quando sorride, attraverso gli occhi belli, dietro la chioma selvaggia di riccioli biondi, la sua anima si scioglie. Lei è la sua casa, la sua redenzione, ma vederla è sempre più difficile.

E poi non voglio quando puzzo di vino. Sempre.

E' da molto tempo che pianifica il furto: sa bene che non ci sono altre soluzioni, che comunque non avrebbe trovato abbastanza soldi in tempo.
Il piano è molto semplice: entrare, prelevare, uscire. Senza divagazioni, senza alzare la testa, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. 

Cazzo, non ci si improvvisa così a quarant'anni.
Gli zingari iniziano ad otto nove anni, sono lesti, invisibili.

Lui, invece, ha l'impressione di avere un neon in testa.
Un cartellone pubblicitario del tipo "ehi, gente! guardate qui che schifo fa quest'uomo".
Comunque, la decisione era presa.

Camilla amore mio.
A Gennaio io mi dissolverò come cenere. 
Ma voglio che tu possa sorridere una volta per merito mio.
In fondo io sono già sparito, io non esisto.
Si esiste solo se si è importanti per qualcuno.
Ma per tutto il viaggio, mi basterà quel tuo sorriso.
Portarlo con me nel gorgo.

Fa la doccia.
E' come se migliaia di spilli ghiacciati gli perforassero il corpo e si sente immediatamente più vigile, pronto all'azione. Beve solo alcuni bicchieri per bloccare i tremori e concentrarsi sull'azione.

La città brulica di attività. 
I negozi sono immensi alveari schizofrenici.
Le ragazze per strada hanno la gonna, le gambe colorate, e dei begli stivali. 
Vanno a passo svelto cariche di buste, felici nei loro cappotti.

Entra nel grande negozio e finge di interessarsi alle cose come un comune avventore; soppesa oggetti, poi passa oltre.  
Infine, con un po' di impazienza, passa all'azione.
Il gesto è ordinario, fino alla barriera fisica ed immaginaria tra il lecito e l'illecito.

La oltrepassa.
Una voce: "signore, scusi".
Fa finta di niente.
Ancora quella voce: "signore, prego, di qui!".
Aumenta il passo, che in pochi metri diventa corsa.

E' fatta. Ce l'ho fatta.
Un raro entusiasmo gli monta dentro.

Qualcosa si frappone: un ostacolo invisibile che lo solleva da terra scaraventandolo violentemente al suolo, privo di respiro.

E' così che cadiamo.

In mezzo agli occhi increduli e disgustati dei passanti, due uomini vestiti con eleganza dozzinale, dicono "portiamolo nello stanzino".

E' così che cadiamo.

Il suo volto si riga di lacrime
mentre gli viene strappato via dalle mani il giocattolo più bello
mentre nel grande magazzino risuona una suite jazz di Šostakovič, 
e l'universo abbruttito e nero si ripiega su stesso.
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10 dicembre 2011

Battaglia notturna alla Biennale di Venezia


La battaglia inizia.
I primi bicchieri iniziano a svuotarsi ed i commensali sono più rilassati.
Gli amici assenti vengono accoltellati innumerevoli volte, mentre i presenti ingaggiano una gara di simpatia forzosa.

Tranquillo, con il cervello completamente spento, annuisco, rilancio, rido e sorrido. 
Al tavolo a fianco una coppia cena. Potrebbero essere al primo appuntamento, sono tesi, composti, e non sembrano avere molto da dirsi. 
Lei non beve, questo non li aiuta.
Lui incrocia il mio sguardo ed il mio "ti capisco".

Le ragazze emettono ridolini controllati per approvare senza esagerare la grossolana simpatia dei mattatori della tavolata. 
Stimolati dal successo questi raccontano storie, una più divertente dell'altra.
I temi si rincorrono  e tutte le storie puzzano di sentito e risentito.
Ma l'enfasi degli oratori rende questo sforzo quantomeno ammirevole.

"E' una guerra" penso.
Stanno combattendo per il predominio della tavola.
"E' una questione di sesso", annoto.

In fondo alla sala un avventore solitario di mezza età si appresta ad aggredire un magnifico pesce. C'è stato un tempo in cui pensavo non sarei mai stato in grado di mangiare da solo in un ristorante affollato.

Qualcuno mi chiede qualcosa riguardo un disco che non conosco.
"Ottimo", dico, "non bello come quelli degli esordi ma comunque interessante".
Bevo altro vino, do un'occhiata alle cosce della tipa seduta a fianco a me.

Non partecipo alla battaglia, alzo bandiera bianca..
Questi commensali che raccontano simpatici aneddoti, storie d'amore, di grandi coincidenze,  di registi che non conoscono, sono magnificamente mediocri, privi di qualunque talento, estro, spirito. 
Sono governati dal desiderio di scopare, di comprare, di piacere alla gente, e soprattutto di farsi invidiare dagli altri.
Questa è la battaglia che si combatte quotidianamente.

A me interessa solamente camminare da solo nella natura, dove si può percepire il vero banchetto dell'universo. Comprendere la solitudine e l'inquietudine, realizzare il distacco dell'animo, vivere nell'estro senza condividerlo.

"Brindiamo!" Dico. "A voi, alla vostra felicità".
E tutti mi sorridono rafforzando: "alla felicità! All'amicizia!".
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30 novembre 2011

Espiazione

Avrebbe potuto camminare in eterno.
Mentre camminava non pensava alla morte, e si dimenticava di respirare: per una volta, inspirava ed espirava inconsciamente.

Di norma sentiva il cuore battere all'impazzata, sopraffatto da un'ansia perenne. 
Soprattutto quando sapeva di dover incontrare persone, per quell'inevitabile necessità di non seppellirsi nella propria tomba di solitudine, apparendo ogni tanto sorridente al mondo, come uno splendido fantasma rasato di fresco e profumato di acqua di colonia.
Ma anche nell'accoglienza del silenzio casalingo, non poteva non pensare alla fragilità del suo corpo, delle sue gambe e delle sue braccia. 
Essere ossessionati dalla morte è una condanna in vita.

Pioveva.
Il pensiero di mettersi al riparo lo sfiorò, ma solo per un attimo: era necessario prestare massima attenzione ai passi, poiché il terreno diventava fangoso molto velocemente, e la strada era ancora lunga.
Sapeva che sarebbe tornato a casa zuppo, e che Giulia lo attendeva con i bambini.
Si guardò le mani e con orrore notò che apparivano cosparse di profondi tagli inesistenti, le linee della vita, una ferita per ogni volta che aveva allungato uno schiaffo ad uno di loro, abbruttito dalla cecità violenta dell'alcool.

Giulia mangiava e vomitava. 
Quando lui ottusamente ostacolava i suoi propositi, lei gli diceva, colma di rabbia e di dolore: tu bastardo non puoi capire cosa si prova. Il dolore mostruoso, il tuo corpo che deve assolutamente liberarsi, al punto da non riuscire a trattenere neanche uno spillo di quello che ha dentro.
E più lei vomitava, più lui si abbruttiva, imprigionandosi volontariamente nell'angusto stanzino colmo di libri, nel quale la montagna di bottiglie vuote si univa all'odore rancido del male che aveva impregnato le pareti.
Entrambi facevano orribili sogni inconfessabili: membra sconvolte dalle lamiere, e corpi ancora coscienti trafitti nell'ultimo spasmo di vita, intenti a chiedere perdono.

La pioggia si era fatta più forte.
Sentì il bisogno del vino rosso scorrergli nella gola, raschiargli l'anima ed il dolore.
Si voltò, e vide i suoi passi impressi nel fango. 
Ma il fango, invece di appesantire il suo ritmo, gli diede vigore. 
La pioggia e gli alberi gli narravano il tempo immobile che lui non avrebbe mai potuto condividere, quel trascorrere così lento da apparire eterno.


Voltatosi nuovamente percepì quanta strada aveva percorso, e per l'ennesima volta notò la profondità dei suoi passi sul terreno. Avrebbe potuto ripercorrerli uno per uno, spurgando le tossine del male, tentando di liberarsi dai demoni che aveva collezionato ed accolto.

Ma davanti a lui apparivano nitide le prime luci della città, avvolta nel silenzio del temporale.
Non vedeva il palazzo, ma poteva immaginare il volto esile di Giulia, i suoi capelli dolenti, la sua pelle tesa ed ingiallita.

Decise che avrebbe camminato in eterno.
Decise che li amava più di ogni altra cosa al mondo.
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28 novembre 2011

Canzoni di innocenza e di esperienza (finale)

Mi dicono spesso che invecchiamo precocemente, così da un giorno all'altro.
Io penso -invece- che non sia così. 
Siamo giovani sempre, perché così ci vediamo, al mattino, guardandoci allo specchio.
Ed a tutti quelli che notano che io sorrido tra i denti, rispondo che è colpa del mio volto asimmetrico, sempre crucciato dalla stanchezza e dal troppo lavoro.

Credo molto alle strade del mattino, al risveglio delle città.
Adoro sfrecciare in bicicletta attraverso i netturbini alla fine della dura nottata, tra le serrande a mezz'asta e le secchiate d'acqua sui marciapiedi.
Amo vedere le prime macchine, i semafori lampeggianti.
Il risvegliarsi magnifico della stazione ferroviaria, prima di tutti.
Penserò sempre a papà, ai treni, ed alle divise grigie dei ferrovieri.

Tu non ricordi le strade desolate e lunari delle isole Canarie.
Le onde possenti ed il vento che sposta le dune fin sulla strada.
Ad ovest, dove la costa non affaccia sulle grandi spiagge dell'Africa.

Non ricordi il Barbarossa, il Tirreno.
La notte profonda e silenziosa alla stazione di Modane.
O l'ultimo scompartimento del Settebello, dal quale ammirare le rotaie sfrecciare.

Tu, non ricordi.
Ed io, stringo un capo del filo reciso.

Mi dicono, a volte, che la memoria è ciò che resta dopo aver tanto dimenticato.
Come la domanda del commissario esterno.
Io risposi, trionfante: "Tindari, mi-te-ti-so".
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21 novembre 2011

L'Enfer des Enfers


Quando il mare infuria, cioè sempre, c'è da impazzire.
Le onde sbattono contro le pareti del faro, facendolo tremare come fosse una baracca di fango, e non un possente manufatto umano, tirato su col sangue da braccia forti e impavide.
Quando un'onda particolarmente forte si abbatte ho la sensazione che quello sia il mio ultimo respiro, lo trattengo e, pur avendo imparato a domare il terrore, resto paralizzato per attimi eterni.

Prego molto Dio ad alta voce, ora che sono solo. 
A volte ho la sensazione che sia l'Onnipotente stesso a parlarmi, a rimproverarmi per l'accidia.
Prima che mia moglie decidesse definitivamente di partire con il traghetto mensile dei viveri, ho avuto più volte il desiderio incontrollabile di ucciderla. Ricordo una notte, reso folle dalla sirena antinebbia, di aver impugnato un coltellaccio con la ferma intenzione di scendere da basso e sgozzarla, come se fosse stata lei a gridare e non quel dannato altoparlante in cima al faro.
Sono contento che se ne sia andata.
Adesso ascolto il Signore che mi parla, e lo contemplo, ammirando la grandezza del Suo disegno.Nessuno può avere la percezione reale della Sua furia, quanto me, un misero custode di un faro del mare del nord.

Nei giorni di bonaccia faccio lavoretti di manutenzione, e la sera esco in cima alla torre, ad osservare i magnifici bastimenti incrociare, salvi -anche- grazie alla mia luce.
Ogni bellissima nave che doppia questo capo infernale mi dona un po' di redenzione, mi aiuta a scontare su questo scoglio un po' della mia turpitudine.

Spesso per giorni non mi è concesso uscire, perché in questo tratto di mare, in cui confluiscono tutti i venti e le correnti del mondo, i frangenti riescono ad arrivare fin oltre la cima del faro. 

Per sopravvivere a questa inevitabile noia ho iniziato a scrivere un libro che non finirò mai, perché non ha una vera e propria trama. Racconta la storia di uno scrittore che immagina me, e narra giorno per giorno le mie attività, come un diario in terza persona, o una biografia. 
Lo scrittore non può e non vuole uscire di casa perché è terrorizzato, e si sente al sicuro solamente nella sua stanza, senza mai incontrare nessuno. Vive da recluso, come un eremita, ricevendo una volta a settimana un'anziana donna delle pulizie che gli porta del cibo, lava i pochi panni, e rimuove svogliatamente un po' della polvere che -oramai- ha trionfato in quell'ambiente chiuso e malsano.
L'unico momento di evasione da una vita da scarafaggio che gli è concesso è quello in cui può descrivere la libertà di un uomo recluso in un faro sperduto. 
Io. 
A mio modo prigioniero nella più infernale e solitaria delle carceri.

Eppure tra me e lui esiste una differenza fondamentale: il fascio di luce che emana pochi metri sopra di me.
Una luce bianca così potente, da essere visibile a decine di miglia di distanza.
Una volta ogni dieci secondi, come un occhio che si apre e si chiude, incredulo.
E se il mondo dovesse spegnersi improvvisamente, in tutto l'universo si potrebbe vedere, per anni, questa luce accendersi e spegnersi con drammatica regolarità. 
Finché il gasolio dura, come una stella morente.

Siamo quindi legati a doppio filo, io e lo scrittore.
Lui vive solo grazie alle mie pagine, ed è libero solamente grazie alla luce sulla quale veglio costantemente, ed io d'altra parte perderei il senno se lui non esistesse, a riempire le mie giornate, scandite solo dal regolare rombo del mare in tempesta, e dal suono ammorbante della mostruosa sirena antinebbia.

La nostra amicizia è il dono più gradito che potessi ricevere in questa esistenza.
Quando un'onda particolarmente forte rovescia il mio bicchiere di liquore, io rido, ed anche lo scrittore ride, immaginando e descrivendo la scena -comica, grottesca- di un uomo che solleva il bicchiere rovesciato, ed in tutta fretta prova a sfruttare l'istante di pace della risacca.

Tutto questo non durerà in eterno, anche se lo vorrei. 
Perché so che questo è l'unico luogo al mondo dove io possa guadagnarmi il perdono, ed ascoltare la voce furente di Dio, che mi parla tutto il tempo.
Qualche giorno fa, all'ultimo approvvigionamento, il comandante mi ha portato la notizia che entro un mese dovrò rientrare sulla terraferma: il faro verrà automatizzato.

Non mi troveranno.
Proprio in questo istante sento la voce dell'Onnipotente pronunciare il mio nome rombando.
Domattina è giorno di pulizie in casa dello scrittore.
L'anziana signora percorrerà l'angusto corridoio come di consueto, e troverà solo la polvere, a coprire come un sudario gli oggetti della stanza, in un luogo senza vita, senza tempo.
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10 novembre 2011

Verrà la morte, e avrà i tuoi occhi

Il trombettista sta seduto con una coperta sulle gambe.
Fa un freddo terribile, e lui col naso rosso accenna tre note così lunghe e malinconiche da farmi pensare ad una nevicata su un camposanto.

Intorno alle undici iniziano a tremarmi vistosamente le mani. 
Batto le dita nervosamente sulla tastiera, i messaggi email continuano ad arrivare uno dopo l'altro ma non riesco a concentrarmi. 
Soffoco: è il segnale che devo bere, che se non bevo mi butto dalla finestra.
Tiro fino alle dodici, esco borbottando, e mi infilo nel bar della metro. 
Mi sparo la prima birra media aspettando l'insalata, la tracanno avidamente, come un assetato giunto all'oasi.
Questa mi calma un po'.
Poi, mangiando, ne bevo un'altra.
Così torno in ufficio, e posso dedicarmi nuovamente al lavoro, senza che nessuno si accorga di nulla. 
Avranno anch'essi i loro mostri, penso, volgendo lo sguardo oltre le finestre. 
Il trombettista non è più lì. 
Lo spazio è vuoto.

Tiro avanti fino alle sei, svolgo il mio compito egregiamente, poi pedalo fino al supermercato.
Compro due o tre cose inutili e passo dieci minuti buoni nel corridoio degli alcolici.
Prendo un paio di bottiglie dirigendomi verso la cassa automatica, perché mi vergogno dello sguardo accusatorio delle cassiere.
Poi, finalmente, posso chiudermi in casa, ed attaccarmi avidamente alla bottiglia.
Spesso non ceno neanche.
Dopo un'ora ho finito la bottiglia, e, raggiunto l'appannamento di cui ho bisogno, mi butto a letto, sfatto, distrutto. 
Guardo distrattamente la tv, non vedo niente.

Da sempre sono preda di un'orribile malinconia, talmente profonda ed irreversibile da avermi costretto, negli anni, a nasconderla -come una brace che cova sotto la cenere- dietro un'apparente solidità, spensieratezza, e voglia di vivere.
E' un esercizio di difficoltà estrema, che posso sopportare solamente grazie al mio vizio di bere.

Attraverso i vetri offuscati della mia mente, inerme, vestito, vivo sogni appannati che scorrono sul soffitto.
In uno ci sono io. Al tempo in cui pensavo di poter salvare gli altri. Cammino sicuro e lancio dardi di verità per indicare il cammino alle pecorelle smarrite.
In un altro, c'è il tuo volto, tu che finalmente, sorridendomi teneramente, vieni a salvarmi.
Tutto fluttua sospeso nel frattempo, anche quell'unica remota possibilità di felicità che mi resta, come se nell'aria risuonasse un notturno di Chopin.

Ed è quel preciso istante in cui sono solo, abbandonato alla mia debolezza, che percepisco le possibilità diminuire, la vita accorciarsi, e la morte farsi sempre più vicina.
Questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. 
Cara Speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

08 novembre 2011

Canzoni di innocenza e di esperienza (parte II)

Ogni notte sogno la neve. 
Ma non la neve in città, vorrei camminare tra gli alberi ed affondare i piedi nella neve.
Tutte le cose che ho visto, fanno di me quello che sono, ed ora è molto difficile fare retromarsh.

Nel sogno, dove sto nascosto, accucciato, protetto, compro tutto il necessario per salvarmi.
Compro senza sentirmi in colpa la pizzetta del mattino, i sorrisi degli amici, gli aromi familiari della felicità, i rumori altrettanto familiari dimenticati.

Sul muro ho una grande libreria a forma di esse. 
Per esse iniziano un sacco di parole bellissime, sole, sangue, sogno, silenzio.
Esse, in fondo, è una parola che richiama persone indefinite.

Chica viveva in Madagascar collezionando scheletri di animali preistorici e libri di fantascienza.
Una notte al pub irlandese conobbe un ragazzo giovane dai capelli completamente bianchi che raccontava di grandi città in cui per muoversi da una parte all'altra era necessario prendere l'aereo. 
Ma lui le aveva attraversate a cavallo di un grosso cane, che era anche il suo migliore amico, Tito.
Tardi, a letto, Chica affascinata sognò di quel ragazzo viaggiatore e del suo cane grande come un pony e forte come un toro.
Al mattino si svegliò felice, coperta di rugiada, e desiderosa di cucinare frittelle ai suoi bambini.
Ma, aprendo la finestra, rimase paralizzata.
Il golfo era tutto rosso del sangue dei delfini: quella notte, i pescatori avevano fatto l'annuale mattanza.
E poteva vederli ubriachi nei bar del porto, con ancora indosso gli stivali zozzi, sconci impotenti e pieni di vergogna.
Prese per mano i bambini e li portò a spasso per il paese, a mostrar loro quanto la vita potesse essere bella e crudele, senza che potessero ancora afferrarne il senso.
Poi fu assorbita da problemi più urgenti: il lavoro, i panni da lavare, il modo giusto di guardare gli estranei.

Passarono gli anni.
Non c'erano più delfini, e non si faceva più la mattanza.
C'era chi diceva che fossero tutti morti, altri sostenevano che fossero fuggiti, altri che i delfini non erano mai esistiti, altri ancora che stessero preparando con calma e sete di vendetta una controffensiva contro i pescatori.
Ma si sbagliavano, pensò Chica, noi siamo gli unici ad essere vendicativi.
I bambini però crescevano bene, felici, sani, spensierati, e tanto bastava.

Finché non ricomparve il ragazzo di quella notte.
Lo aveva sognato tante volte, e nei sogni aveva sempre un volto giovane.
Ma il suo volto non era più giovane, sembrava avesse percorso milioni di chilometri e visto tutte le cose del mondo in un tempo troppo breve per un'anima.
Gli chiese di Tito.
Rispose, con un velo di tristezza ma con gli occhi sagaci, che Tito non viaggiava più con lui.
Le sue zampe di dietro non erano più forti come un tempo, e restava a casa, a sonnecchiare tutto il giorno.
Ma lui, ogni volta che tornava, gli raccontava ciò che aveva visto, descrivendolo nei minimi dettagli, di luce, di suono, di colore e di profumo.
Così Tito, nei suoi lunghi sonni, poteva sognare di essere stato sempre con lui.
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06 novembre 2011

Canzoni di innocenza e di esperienza (parte I)

Oggi pomeriggio, lavandolo, ho rotto un bicchiere. 
per un po' ipnotizzato lucente irregolarità dei pezzi di vetro, poi uno particolarmente affilato, ed ho iniziato ad incidermi le braccia, ammirando in estasi sangue colare nel lavello.
L'acqua del risciacquo tingersi di rosso e poi scorrere via.
La vicina bussato alla finestra dicendomi che il vento, la notte, caduto un vaso (se non avessi sentito).
In effetti non avevo sentito, e sebbene volevo solo andasse via sono rimasto a chiacchierare del più e del meno e del governo ladro. 
E' anziana ma ha una bella voce da ragazzina.
Non ce l'avessi davanti con quei capelli rossi tinti e la pelle malandata potrei immaginarmela ventenne, a malapena.
Doveva essere bella.
Man mano che le giornate si accorciano bere sempre prima.
I dischi e bevo e non ho bisogno di molto altro.
Ricevo dei bei messaggi di persone che vedermi ma io non.
Anche che avrei voluto amare o costruire: leggo, sorrido, ma è un'altra vita ora.

La solitudine è l'unica via per l'assoluto.
mentre strimpellavo la telecaster che condividere fa pensare agli altri di poterne essere parte.  
Di poterla capire e farla propria.
Allora ucciso l'animale sociale, scotennato e mangiato crudo:  il minimo indispensabile tipo lavorare andare venire parlare maniera simpatica. Fare la spesa supermercato mangiare, uscire con gente di tanto in tanto.
Dare impressione che tutto come prima.

Abituarsi al silenzio è una forma di grandezza.
Ogni mattina mia collega carina mi racconta i fatti suoi e pettegolezzi colleghi.
Annuisco al labbiale senza registrare parole: mi interessa solo studiare saggi di diritto, amare le persone che devo amare naturalmente, senza doverle scegliere senza pericolo di danneggiarle.
Quando finalmente beve il primo ginseng posso guardare foto delle tempeste nel mondo su internet.
Guardo foto di un fiume coi barconi, mi manca da morire Tempesta.
uscivo da scuola e andavamo nella valle segreta dove potevo slegarlo e lui correva fortissimo. 

Così inizia una storia che racconto.
Perché notato che è un trucco per non diventare strani a forza di considerare proprie abitudini normali (tipo mangiare sempre e solo nella ciotola blu).

La ragazza dai capelli rossi camminava sorridente lungo la strada sterrata, fino al piazzale dove c'era lo scuolabus fermo da anni. Nonostante tutto quel rottame aveva un aspetto familiare e tranquillizzante, e non parlava di uno splendore che fu, ma di persone piccole  diventate grandi, libere di andare avanti nelle loro vite senza alcun accompagnamento.
Nel piazzale c'era anche una cabina telefonica con gli sportelli rotti. Un cartello diceva: "questa cabina verrà rimossa il giorno xx xx xx". Quel giorno era passato da cinque anni.
Poteva dirsi salva, o si trattava di una condanna pendente solamente rimandata?

La ragazza sorrise, pensando, "è come la vita in fondo", e si diresse decisa verso il bordo del lago dove i bambini ogni pomeriggio giocavano a palla.

Oltre il piazzale, la strada diventava sentiero, attraverso un bel bosco di conifere.
L'aria frizzante la rendeva euforica e vitale.
Giunta al lago i bambini non c'erano, si insospettì, e con un po' di indecisione chiamò il nome di sua figlia.
Sapevano benissimo che non dovevano spostarsi dal pratone andando troppo vicino all'acqua, ed erano stati più volte -praticamente a turno- messi in castigo per quelle disobbedienze.
Ma nel profondo sapeva perfettamente che lei stessa aveva esplorato quelle rive da bambina, con la curiosità avventurosa di ciò che è proibito dagli adulti.
Si diventa grandi, e si dimentica di essere stati bambini, le ricordava sempre dalle pagine lise del sussidiario il poeta bucolico, e la ragazza, insegnandolo con la sua bella voce giovane alla classe di turno, prendeva appunto mentale.
Camminò per qualche minuto lungo la riva, infangandosi gli stivali buoni. 
Quell'indemoniata mi sentirà, niente cartoni, niente dolcetti. 
Ma non riusciva ad arrabbiarsi troppo.
Poi finalmente li vide, e vide lei, grata dell'arrivo della madre, con il volto rigato da lacrime, sofferente per un qualche rovo puntuto che aveva malauguratamente scontrato col braccio.
"Mamma!" disse, e la ragazza, sollevata, cercò di mantenere un aspetto severo per rimproverare la marachella finita male.
La bambina tendeva il braccio ferito sull'acqua.
Piccole gocce porpora colavano, tingendola lievemente, per poi scorrere via.
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04 ottobre 2011

Draconidi

Il colloquio era stato complicato. Gli avevano chiesto di tutto, dalla professione dei suoi genitori, al nome del cane, agli hobbie, passando per la capacità di prendere decisioni, di seguire il leader, di essere organizzato-ordinato-proattivo-attivo-empatico-simpatico-sociale.
Inoltre test attitudinali, psicologici, di logica, di teoria, di pratica.
Nulla, assolutamente nulla, che riguardasse l'offerta di lavoro.

Ma dopo qualche settimana, inaspettatamente, era arrivata la chiamata dell'ufficio personale.
Dovrebbe venire a firmare il contratto.
Bene! disse. Benissimo.
E così fu: addetto al controllo della qualità dei manufatti.
Altisonante.

Il lavoro in effetti era di responsabilità. 
Alla fine della catena di montaggio, tutti i manufatti dovevano corrispondere perfettamente a quanto descritto dall'articolo cinque del manuale di "controllo della qualità". 
L'analisi doveva essere: 1) estetica 2) quantitativa 3) qualitativa.
Non facile miei cari.

Durante il turno giornaliero diversi addetti si alternavano alla funzione.
Ma di notte, quando i macchinari -pur non potendosi fermare- viaggiavano a basso regime, bastava solo lui.

Con un po' di aiuto dei genitori aveva affittato una piccola stanza a Courbevoie, in un appartamento al terzo piano, condiviso con un simpatico studente universitario lituano.
I primi giorni tutto gli sembrava nuovo e stimolante.
Quando tornava a casa, dopo il turno, Danijls era già sveglio, e nell'aria si spandeva un magnifico odore italiano di caffé della moka.
Si sedeva con lui, e chiacchieravano brevemente sul paradosso dell'inizio e della fine della giornata di uno e dell'altro.
Il teatrino si ripeteva alla sera. 
Lui usciva, e Danijls rientrava, con i libri sotto braccio. 
Accompagnato da ragazze carine e sempre diverse. Spagnole, Olandesi, sempre straniere, e sempre sorridenti.
Era bello stare lì, anche condividendo solo pochi minuti ogni giorno.

Prendeva molto sul serio il suo lavoro.
Il controllo della qualità richiedeva una grande attenzione.
La tuta blu lo faceva sentire immediatamente uomo, completo, responsabile. Avrebbe voluto avere una folta barba come il capoturno, che una volta a notte passava a trovarlo chiedendo sempre "tutto tranquillo?".

La macchina sputava i manufatti, e lui con la matita perfettamente temperata metteva le X sul questionario di qualità.
Quando uno dei manufatti non era rispondente, compilava il modulo 1bis e lo infilava nella cassetta degli "scartati". 
Chissà dove finivano, gli scartati.

Pian piano Danijls cominciò a svegliarsi più tardi. 
Così che, quando lui rientrava, la casa era silenziosa e priva di aromi.
E poi, quando usciva, la casa era altrettanto vuota. 
I ritmi di Danijls si erano spostati, anche solo di qualche minuto, e non si incontravano più.
Quell'abitudine, che tanto contava per la sua routine, non aveva lo stesso valore per il simpatico studente universitario. E come avrebbe potuto, in fondo?
Se ne dispiacque, ma, lì per lì non ci pensò.
Non pensò a quanto velocemente la sua voce stesse diventando rara.

Calciando una lattina vuota, guardava il cielo in una nottata fresca di Ottobre.
La strada era deserta, come l'appartamento, come la fabbrica, come il suo cuore.
Ma scrutando distrattamente intorno, ebbe la sensazione che ci fosse una vita nascosta nelle cose. 
Era proprio lì, palpabile.
Hai voglia di stare lì a dire, "nulla, non c'é nulla".
Chiedi ai gatti! Pensò.

Aveva perso un po' di entusiasmo nel controllo dei manufatti.
Rendendosi conto che la maggior parte di essi corrispondevano al manuale di qualità, aveva iniziato a fare controlli un po' meno serrati. 
Seduto, guardava il muro, dimenticando i minuti, le ore, le notti.
A volte aveva la sensazione di essere completamente inutile, solo, a vivere il buio, a scandire con i battiti delle palpebre il passare meccanico del tempo.

C'era stato un tempo in cui il giudizio degli altri contava più di ogni altra cosa.

La tranquillità delle notti.
La percezione dell'inutilità.
L'assenza di empatia dei manufatti.

In un giorno di riposo, Danijls e lui passarono una serata per le strade a bere in questo e in quel bar.
Ad ognuno una pinta, e poi un'altra pinta, e poi gli aperitivi come se si dovesse mangiare.
Mezzi sbronzi, guidarono le loro biciclette oltre le strade, oltre la città, fino alle colline.
Danijls da buon lituano, aveva la vodka. 
Uno stereotipo? Forse. Ma Danijls ce l'aveva davvero.
Bello no? Disse, guardando la notte.
Lo so, lo dimenticavo anche io prima, ma chiedi ai gatti.
Chiedi ai gatti.
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