12 gennaio 2013

I nove passi

[passo 1]

La mia prima volta agli alcolisti anonimi fu meno di un anno fa.
Venivo da un periodo abbastanza sobrio, finita l'estate, e mi sembrava di avere quasi tutto sotto controllo. Certo continuavo a soffrire di una terribile depressione e certi giorni un'orribile malinconia mi assaliva sin dal mattino, insieme alla sensazione di non avere neanche la forza di alzarmi dal letto. 
Mi facevano male le ossa, e l'idea di affrontare un'altra giornata mi metteva voglia di levarmi di mezzo, di bermi mezza bottiglia di ammoniaca.
Comunque tenevo botta, in un negozio di cinesi comprai il mio primo lettore di musica portatile, con delle cuffie bellissime che isolavano completamente dall'ambiente circostante. 
Al mattino, stivato nel 37 barrato, mi ascoltavo Schubert, specchiandomi nei volti tristi come il mio e le barbe incolte come la mia, e le camicie mal stirate come la mia.
- Ho incontrato Irene , mi disse mia madre a telefono una sera. - Era raggiante, mi ha detto che in primavera si sposa, di dirlo anche a te, di salutarti tanto.
- Sono contento mamma, grazie, ciao, stai bene saluta tutti.
Ripresi lì, con una delle mie sbronze da ko, quelle in meno di mezz'ora.

La vigilia di natale tornai a casa dal lavoro dopo pranzo, e Pedro non ce la faceva proprio più. 
Continuava a cagarsi addosso ed a vomitare, non beveva più, non mangiava più, camminava a stento.
Ero preparato a quel momento, cercai di rimanere lucido, fuori nevicava.
- Ora ci facciamo un bagnetto amico, ci rimettiamo un po' in sesto.
Così, bello profumato, col pelo nero lucido, lo presi in braccio ed era diventato così leggero, potevo sentire le sue ossa. Per proteggerlo dal freddo lo avvolsi in una coperta marrone come quella volta che da piccolino si era ferito coi vetri e mi aveva riempito di sangue i sedili della Renault 19.
- Sei bello amico mio, sei sempre bello.
Entrammo dal veterinario insieme, ed uscii da solo.

Febbraio era mite, ed il giorno della prima seduta zoppicavo vistosamente. Due giorni prima uscito da un bar sbronzo marcio ero caduto in un fosso in bicicletta. Una cosa comica a pensarci, ero lì a pancia in su, sommerso dal fango, con il cervello fulminato dal dolore che piangevo di rabbia e ridevo come un pazzo.
L'assistente sociale era molto gentile, Silvia, un'età non definibile tra i quaranta ed i sessanta.
Non mi chiese assolutamente niente.
- A volte chi viene qui non è perfettamente conscio della sua situazione, è cosciente di avere problemi ma non si ritiene un alcolista. Ha tentato invano di smettere di bere, ma non ha necessariamente toccato il fondo.Il percorso è lungo ed è fatto di piccoli passi, il primo è quello di riconoscere di non avere il controllo della propria vita. Inizia col porti un obiettivo piccolo, prova a rimandare di ventriquattr'ore il prossimo bicchiere.


Più facile a dirsi che a farsi. Uscito sul piazzale in periferia avevo una voglia matta di correre a casa e scolarmi una bottiglia.

A fianco al centro c'è un campo da calcio, ed alcuni ragazzi stavano facendo una partitella. Anche io avrei voluto giocare, ma non c'era mai tempo, lavoravo, mi ubriacavo, dormivo. 
Li guardai per un po', con i gomiti appoggiati al muretto esterno.
Mi sembrava un sogno, come avevo fatto a ridurmi così.

Poi iniziai le sedute di gruppo.
C'era un sacco di gente come me, uomini in giacca e cravatta, padri di famiglia, divorziati, donne sole. 
Gente perbene. Questa è una malattia per gente perbene.
Le sedute sono proprio come si vede nei film americani, si parla a turno ed ognuno racconta la propria storia. Ascoltai decine di aneddoti.
Una volta un tizio disse: "ho smesso di bere, però il difficile è continuare a non bere".
Quando parlavo io, qualcuno rideva anche, perché io sono bravo a raccontare le storie, anche se hanno un sapore triste. Mi faceva stare bene quando la gente sorrideva ai miei aneddoti.
Silvia era molto contenta del mio percorso, ed alle volte durante la settimana mi telefonava per sentire come stavo.
Continuavo a bere tanto, però avevo la sensazione di...
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09 gennaio 2013

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Certe volte io e Cinzia facevamo delle lunghe chiacchierate per fare il punto della situazione, dicevamo.
Ma di tanto in tanto, alla lunga, parlavamo anche di cose che con la situazione non avevano niente a che fare.
Un pomeriggio eravamo in soggiorno e lei mi ha detto: -quando ero incinta mi portavi in bagno le volte che stavo troppo male o quando ero troppo grossa per scendere dal letto. Allora mi ci portavi tu. Nessun altro farà mai una cosa del genere, nessuno potrà mai amarmi tanto e a quel modo. Qualsiasi cosa succeda, quello almeno ci resta. Ci siamo amati come nessun altro mai potrà amarsi.

Ci siamo guardati, forse ci siamo sfiorati le mani, non ricordo. 
Poi mi è venuta in mente la mezza pinta di vodka o gin o tequila che avevo nascosto sotto i cuscini del divano su cui eravamo seduti (oh, bei tempi!) e ho cominciato a sperare che presto si sarebbe alzata per fare qualcosa -andare in cucina, al bagno, fuori a ripulire il garage.
- forse potresti fare un caffé, le ho detto -un po' di caffé ci starebbe proprio bene.
- vuoi mangiare qualcosa? una minestrina magari.
- qualcosa si può anche mangiare, ma di sicuro una tazza di caffé me la farei.


E così lei è andata in cucina. Ho aspettato finché ho sentito che aveva aperto il rubinetto. Poi ho infilato la mano sotto i cuscini per prendere la bottiglia, l'ho strappata e ho bevuto.


Cose del genere non le ho mai raccontate alle riunioni degli AA. In quelle riunioni non dicevo un granché. "passavo" come dicono quando tocca a te e tu non dici niente tranne "stasera passo, grazie".
Però stavo ad ascoltare e scrollavo la testa e ridevo di complicità alle terribili storie che sentivo. Di solito andavo ubriaco a quelle prime riunioni. Si ha paura, e c'é bisogno di qualcosa di più che caffé istantaneo e biscottini.
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06 gennaio 2013

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Strana cosa il bere.
Se ci ripenso tutte le nostre decisioni più importanti sono state prese mentre bevevamo.
Anche quando discutevamo del fatto che dovevamo bere di meno ce ne stavamo al tavolo di cucina oppure ad un tavolo da picnic nel parco con davanti sei lattine di birra o una bottiglia di whiskey. Quando abbiamo deciso di trasferirci qui e accettare questo lavoro, abbandonare la nostra città, parenti, amici, ogni cosa, siamo stati su tutta la notte a bere e a parlare, soppesando i pro e i contro fino a ubriacarci.
Però all'epoca riuscivamo a gestirlo.
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