25 settembre 2009

Morte malinconica di un impiegato romantico

Alejandro era più che convinto di odiarsi profondamente.
Tutto lo rendeva insoddisfatto: il suo lavoro, le sue frequentazioni, il suo stesso corpo.

Ma non aveva mai pensato di uccidersi fino a quella mattina di Novembre, in cui la radiosveglia lo aveva destato dal suo sonno inquieto con un meraviglioso tango degli anni '30, ed un pallido raggio sole, filtrando attraverso le tende, era andato a posarsi sulla foto di lui e Valentine felici e benvestiti ad una festa di matrimonio.
La poeticità di quella scena mattutina aveva instillato nel suo animo la ferma convinzione che una malinconica morte sarebbe stata una piacevole novità per la sua vita ripetitiva. Immaginò che tutto dovesse avvenire come in una rappresentazione teatrale, con un pubblico muto e partecipe.

Alejandro fu terribilmente metodico nell'organizzare la sua morte malinconica, era un evento che voleva organizzare con cura.
La sera, tornando dal lavoro, passava in videoteca e noleggiava un film che affrontasse il tema del suicidio. Iniziò da "Otello" di Orson Welles, fino a "Il giardino delle vergini suicide" e persino "Il cacciatore".
Vide decine di film, alcuni belli, altri meno.

Passarono le settimane, ed il suo proposito si rafforzò.
Dalla videoteca passò alla libreria, ed un mondo immenso gli si svelò.
Rimase affascinato da Mishima, da Majakovskij, da Cesare Pavese.
Sentiva di condividere con i grandi poeti romantici lo stesso senso di ineluttabilità, e la romantica idea della morte come estremo atto di coraggio.

Ma più approfondiva il tema del suicidio, più grandi scoperte si affacciavano al suo mondo prima così monocromatico.
In una bellissima sera di Dicembre, appoggiò la sua copia di "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" sul comodino, e pianse.

Arrivò la fine dell'anno. Nessuna notte è adatta a morire come l'ultima dell'anno.
Un sottile nevischio misto a pioggia attutiva i rumori della città.
Alejandro scrisse un'affettuosa lettera a suo padre, e la posò in bella vista sul tavolo del suo piccolo ed ameno appartamento.
Mise sul piatto del giradischi Gloomy Sunday interpretata da Billie Holiday.
La canzone, triste e dolce allo stesso tempo, lo accompagnò mentre con gesti provati e riprovati estraeva il revolver, lucido, mai usato, dal cassetto della scrivania. Aprì il tamburo ed infilò un solo proiettile lucente.
Si rammaricò di non essere il protagonista di un film.

Pensò alla sua vita, alla banalità delle persone, alla ripetitività meccanica delle giornate, alla noia, alla scontatezza dei rapporti, alla democraticità dei sentimenti, ed al bell'entusiasmo che l'aveva colpito da quando aveva deciso di morire.
Avvicinò la canna gelata alla tempia poco prima di mezzanotte.
Ma non sparò.
Aveva cercato una morte malinconica, ma era la vita ad esserlo.


20 settembre 2009

Un mio amico che deve morire

Eric mi ha raccontato che ci sarebbero un sacco di cose che vorrebbe fare nella vita.
Non "che avrebbe voluto fare".
Seppure lo specialista, con tono di estrema partecipazione emotiva condita con il dovuto distacco professionale, gli abbia comunicato che morirà.
E lui ha risposto "minchia!".
Avrà il suo momento di gloria, non come lo aveva sognato.

E che gli dici ad uno così? Mi dispiace non va mica bene.
Non gli dici nulla in fondo, che tanto per quanto io possa volergli bene dopo qualche tempo da quel giorno io sarò nel mondo a godermi la mia vita e lui invece sarà sotto terra a marcire.

Però Eric deve aver raggiunto un livello di consapevolezza che è oltre la mia immaginazione: ha ancora la forza per divertirsi in compagnia e per bere un bicchiere di vino io e lui, ascoltando i miei dischi tristi.
Ha capito che mi comportavo in maniera diversa dal solito solo perché ho comprato una bottiglia più costosa di un'euro e cinquanta.
Ma sotto i tre euro, che il vino francese ce lo scoliamo la sera prima della partenza.

Ad Eric scoccia di sicuro andarsene, perché ha ancora un sacco di cose in ballo qui.
E' come quando l'azienda ti trasferisce a fanculo e sei costretto a prenderla con filosofia, "d'altronde ho ancora un lavoro" ti dici.
Però in quegli anni ti eri costruito il tuo mondo e ti tocca ripartire da zero in un posto che non conosci.


Insomma è una scocciatura non da poco morire.
"Però la figata è che alla banca ho restituito un decimo dei soldi."


06 settembre 2009

The summer ends

E' stata un'estate bella come poche altre, quasi come quelle dello scorso decennio.
Come allora, ma con l'abbondante bagaglio che non si può fingere di non avere addosso.
Il bilancio è comunque positivo, ho vissuto con veemenza, ed è abbastanza per ora.

Non ho scritto più niente per un lungo periodo: non avevo molto da dire in effetti.
Se non che tutto procedeva sulla direttrice tracciata.
E che persino la voglia di raccontare le mie storie di vagabondaggi nell'universo mi aveva abbandonato.
Ho dovuto mettermi a caccia dell'intensità, che tanti vecchi amici hanno dimenticato.

Dio solo sa quanto mi ha giovato lasciare la piccola città di mare. Ci sarei morto, e non so come facciano gli altri a sopravviverci. La mediocrità trasudante dai muri delle case, dalle persone chiuse nei soliti pub, dei politici puzzolenti, dei giovani ignoranti e senza slancio vitale.
Ho la consapevolezza che non ci vivrò mai più.


L'estate è alla fine.
Ho racimolato quella manciata di nottate assolutamente indimenticabili tali da permettermi tra qualche anno di dire "si, quella del 2009 è stata una bella stagione".

Ho qualche nome nuovo registrato nella rubrica del telefonino.
Un po' di riff decenti disegnati sul manico della telecaster appoggiata di fianco al letto.
Qualche racconto serio e qualche racconto faceto per la mia vanagloria da scrittore.

Ed ancora qualche sogno, che, in fondo, male non fa.

Vediamo poi cosa succede.



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