31 maggio 2012

Avremmo potuto spostare le montagne

Oggi davanti alla Stazione Centrale mi sono perdutamente innamorato di una violinista, aveva sulla spalla il tatuaggio di un uccello, i capelli arruffati e una canottiera lisa.
Al suo fianco c'era una sua amica cicciottella che cantava sulla melodia, ed a volte incrociavano le voci.
Saranno americane ho pensato.
Qua è bello perché la gente si ferma ad ascoltare chi suona, ed allora io mi sono fermato un po' in disparte, perché così vestito attirerei solo l'attenzione in negativo. Che poi a pensarci, pur apparendo ordinato, io sono decisamente più malmesso di lei, e non certo per l'abito di lino stropicciato o per la barba mal rasata.
Mi piace un sacco quando cantano insieme, sembrano azzittire il trambusto delle ferrovie, dei mendicanti, dei venditori di libri marocchini che ti stringono sempre la mano, dei bancari di fretta, delle donne taccate in tailleur, dei tassisti a caccia di clienti, dei tramvieri con le loro sigarette, degli schermi pubblicitari a rotazione sulle banchine, della voce computerizzata che si scusa per il disturbo, del rollio frusciante delle scale mobili, delle suonerie personalizzate dei telefoni cellulari.
Nonostante le mie ultime fidanzate vorrebbero accendermi una sigaretta con un lanciafiamme ed osservarmi compiaciute morire in mezzo ad atroci dolori ed ustrioni irreparabili mentre la mia pelle si stacca e si fonde con i vestiti, sono un uomo profondamente romantico e mi trattengo lì a guardarla rapito ed innamorato.
Ascolto il suo violino con lo stesso rapimento di un marinaio attirato dal canto di una sirena verso gli scogli, e mi dimentico persino che sono le sette passate e non ho ancora iniziato a bere, e che le mie mani tremano già da un po'.

Un sacco di gente butta monete nella custodia del violino, aperta a terra. 
Loro due sorridono gioiosamente a tutti, mentre le voci si rincorrono in una versione tutta stramba di Suzanne di Leonard Cohen che nessun essere vivente al mondo aveva mai sentito prima in forma così sublime.
Io però i soldi non glieli butto, perché mi sembra offensivo.
Certo, scemo, sono li apposta.
Forse vengono dallo stato più piccolo degli Stati Uniti, dove ci sono un sacco di laghi enormi, e neve venti mesi l'anno, oppure sole bollente e selvaggio dodici ore a notte.
La mia amata si chiama probabilmente Charlotte come il posto, o Lisa come la sua canottiera.
Forse dovrei parlarle perché domani potrebbero lasciare la Piccola Città e trasferirsi in qualche altra Stazione più popolata e meno rumorosa di questa. Dovrei parlarle proprio ora che finisce la canzone e saluta tutti e ringrazia e mette un panno sulle corde e chiacchiera con la sua amica rotondetta.

LisaCharlotte è come un registratore piazzato su un albero, o una telecamera sulla barriera corallina, invade luoghi dove non dovrebbe essere ma li pervade di luce. Non propriamente come me.

Con lei non voglio neanche fare l'amore, lì per lì, ma poi si, magari dopo si.

Dentro di me qualcosa fischietta. E' l'amore! Penso. Ma è solo la fischiettante suoneria del mio cellulare, e mamma lampeggia sul display. Mamma! Si, ho lavorato, tutto bene, ora vado a cena, stasera a letto presto, hai letto il giornale, guarderò un film o la partita con gli amici.
Forse Charlotte mi ha visto estrarre il cellulare, arrossire, imboscarmi per mettermi a parlare.
Meglio battere in ritirata per oggi.

Spero proprio di incontrarla anche domani, nello stesso posto.
Domani le parlerò, magari sparerò una frase ad effetto che ho tutta la notte per preparare.
Ma poi se non dovessi vederla sarò triste perché forse insieme avremmo potuto spostare le montagne.
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30 maggio 2012

L'amore non ha età

Mauro ed Alessia sedettero, aspettando che il giorno passasse lentamente.
La tv accesa, mentre le loro memorie svanivano.
Dovevo essere impazzito, ne avevo bisogno, non so cosa mi passasse in testa.
Questo è quello che ottieni, rispose lei con voce asetticca. Hai perso tutti.
Tu me li hai messi contro, provò a ribattere, ma non aveva poi molto senso a quel punto.
Me ne vado a dormire. E rimase solo nel salotto, con le immagini ed i volti che scorrevano sullo schermo.

Le parole di Alessia gli rimbombavano nella testa questo è quello che ottieni.
Mauro cercò il telecomando sul divano e, non trovandolo, si guardò intorno smarrito.
Il salotto gli parve una teca di dolore lancinante ed incorniciato, in ogni angolo, su ogni mobile.
Se avesse trovato le parole adatte riguardo il trascorrere del tempo, il costo delle scelte fatte e delle strade non percorse, della gioventù che sfugge troppo velocemente, degli affetti che si allontanano. Ebbene se avesse trovato quelle parole avrebbe senz'altro serenamente emesso una sentenza di condanna nei confronti dell'esistenza, tanto più spietata quanto più se ne intravede la fine.

Alessia aveva abbandonato quel luogo da tempo.
Aveva smesso di aprire le lettere, di collezionare i punti al supermercato, di leggere le riviste, di parlare a cena. Si limitava a sciabattare mestamente per casa. O forse lui non era semplicemente più in grado di vedere neppure una briciola della splendida dignità della donna che da sempre lo aveva accompagnato, e che ancora, nonostante tutto, divideva senza fiatare quel polveroso letto.

Spense finalmente la tv e guardò l'orologio sul display del decoder, le undici e dieci.
Pensò che a quell'ora Manuel quasi di certo era ancora sveglio, a duemila chilometri di distanza, da solo a guardare un film, oppure insieme a quella famosa ragazza sconosciuta della quale un giorno durante una breve telefonata con sua madre aveva semplicemente dichiarato Sono due anni che la amo, quella donna sarà la madre dei miei figli anche se ancora lei non se ne convince, ma insisterò fino a che cederà.

Spense la luce e si avviò verso la stanza da letto, come ogni sera da quarant'anni.
Nel buio poteva sentire il leggero russare di Alessia.
Si addormentava profondamente in pochi minuti.
Pensò che non è vero quello che tutti dicono, che l'amore non ha età.
L'amore non ha età, dicono tutti.
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29 maggio 2012

Mentre eserciti di carta attraversavano la frontiera

Mentre eserciti di carta attraversavano la frontiera, noi stavamo in silenzio a scrutare l'orizzonte.
Sotto una pioggia sferzante avevamo deciso che nulla di brutto sarebbe accaduto se avessimo tenuto gli occhi aperti tutto il tempo, a turno. Se li avessimo tenuti aperti i fantasmi della notte non sarebbero apparsi.

Un tempo amavo giocare con le spade finte che mio cugino Dimitri forgiava con il legname avanzato dal vicino di casa, un valente falegname socialista. Era il gioco più bello del mondo combattere draghi e mettere in salvo donzelle immaginarie dalle bruciacchiature delle creature dell'ade a cavallo dei nostri destrieri a due ruote e catena e pedali.
Ma io ero solo lo scudiero, perché Dimitri era sempre il valoroso cavaliere che in uno slancio di impeto e d'ira riusciva a trafiggere il drago nel punto debole, facendolo stramazzare al suolo in mezzo a nuvole di zolfo.
Andava bene così però, perché essere parte dei giochi dei grandi era bene, fosse anche solo per reggere lo scudo, la spada nella fodera, ed i tramezzini nella bisaccia.
Altre volte avevamo le Colt.
Le sorelle costruivano le tende, ed era un mondo fantastico.
Uscivamo, e fuori c'era il deserto, i cactus, ed i Sioux. 
Qualcuno sarebbe morto di certo in quei giorni, nel deserto, un indiano, un fuorilegge.

Si era fatto tardi e decisi di tornare al fuoristrada. Per distrarmi dalla noia del lungo cammino provavo a ricostruire nella mia mente quei giorni perduti con Nadia e Dimitri.
A furia di camminare da solo sarei diventato un santone, non fosse stato per il fucile e la cartucciera.
Attraversando un boschetto intravidi un ronzante banchetto di mosche accanirsi sul corpo dilaniato di una lunga biscia nera. Scacciai gli insetti ed osservai da vicino la carcassa del disgustoso animale, che sebbene innocuo, ingenerava in me sempre un certo terrore.
Una volta, seduto su una pietra a fumare una sigaretta, un serpentello aveva risalito la mia gamba scivolando su a velocità folle. Ricordo l'insano orrore che mi aveva colto, e la corsa urlando come uno sciamannato con il cuore impazzito.
Sentii un rumore di rami spezzati al di là dei cespugli, nel boschetto.
Imbracciai e puntai e feci fuoco.
Silenzio.
Attraversai le sterpaglie ed eccolo lì, un uomo a terra con le mani sulla pancia, la mandibola serrata dal dolore. Respirava, era vivo ma pieno di pallettoni in pancia, non un bello spettacolo.
Non osai alzargli la camicia mimetica per dare un'occhiata.
Cazzo amico, cazzo! Che casino cazzo! Ora ti porto in ospedale benedettoiddio.
Mi guardò con un misto di odio e gratitudine.
Io lo avevo steso, ma d'altronde ero anche l'unico che poteva salvarlo.
Perché i cinghiali hanno la crosta dura e non vanno giù con un solo pallettone mal piazzato. Ma un uomo no, ci resta secco se impallinato da una decina di metri.
Mi ero proprio cacciato in un bel casino e lo sapevo, e per un attimo fui tentato di mollarlo lì e darmela a gambe. Fortunatamente i miei residui di umanità presero il sopravvento, ed a fatica lo sollevai sulle gambe e lo aiutai a trascinarsi fuori di lì.

Pezzo di stronzo, hai sparato senza guardare, mi hai quasi fatto fuori.
Il tizio cominciò pian piano a rianimarsi, ma ero terribilmente preoccupato perché perdeva una marea di sangue. Forse non si rendeva conto che rischiava di lasciarci le penne, lì, in quel bosco di merda.
Scusami cazzo, non so davvero cosa mi sia passato per la testa, avevo visto un fagiano poco prima.
Non avevo visto alcun fagiano, ma non sapevo proprio a che cazzo stavo pensando.
A Dimitri, a Nadia, alle tende, alle Colt, alle spade di legno, ai draghi.

Camminammo a passo lentissimo, e dopo poco più di un'ora mi sentii sfinito e frustrato.
Il tizio perdeva colorito, ed a tratti non riusciva a camminare, sveniva, si riprendeva.
Crollai anche io, deciso a riposarmi almeno qualche minuto.
Ehi amico non mollarmi dai, che per colpa tua finisco in galera. Se sopravvivi giuro che non sparerò mai più un colpo in vita mia. Ti regalo una cassa di Amaro del Capo. Ti pago la migliore squillo della Lituania.
Sorrisi, ma lui no.
Forse, dopotutto non morirà. Pensai. Se sopravvivi sarò il tuo miglior amico, giuro, giuro.
Gli buttai mezza borraccia d'acqua in faccia e si riprese come da un incubo, stralunato.
Ripartimmo.

La luce diminuì rapidamente e poi sparì del tutto, ed in lontananza intravidi la periferia della Grande Città.
Le fiamme dell'acciaieria illuminavano la sera dall'alto delle ciminiere.
Mancava poco, e mi sentii sollevato.
Normalmente odiavo la visione delle ciminiere, la fine del bosco e l'inizio della civiltà.
Ma quella sera, osservando il ballo eterno del gassoso fuoco blu, un raro entusiasmo mi montò dentro.
Il tizio camminava ancora, bianco come un lenzuolo, seriamente intenzionato a non lasciare questa terra. Aveva scorza senz'altro, e mi dispiacque avergli bucherellato le interiora scambiandolo per un pennuto. Doveva aver perso un po' la brocca, perché iniziò sommessamente a canticchiare una vecchia canzone, che mi fece tremare le gambe.
Lo guardai con stupore, e vidi che aveva il volto di mio padre, anzi ERA lui.
Cantava quella canzone quando era di buon umore, un'immagine vivida nei miei occhi..
Ma mio padre era morto.
Ricordo il momento in cui decisi di odiarlo per i suoi troppi sbagli: Basta papà, ora è troppo, basta così. Mi limitai semplicemente a dire.
Eppure odiare un padre è impossibile, ed ogni giorno che trascorrevo senza rivolgergli uno sguardo o una parola pregavo Dio perché non morisse. Non avrei potuto accettare di perderlo per l'eternità senza avergli detto almeno una volta quanto lo amavo.
Fu proprio così che andò.
Il tizio smise improvvisamente di canticchiare e sbiascicò qualche parola, tipo la strada
Zozzi, infangati, insanguinati e sfiniti, salimmo sul fuoristrada e lui si lasciò andare allo svenimento, conscio di aver superato il braccio di ferro con la morte.
Accesi il motore e pensai all'ospedale più vicino, poi partii a tavoletta.

Avevo quasi ucciso e poi salvato uno sconosciuto.
Ma non ero riuscito a salvare mio padre.
Sul lunotto le fiammelle blu riflettevano una strana danza.
Pensai a me e Nadia stretti stretti durante i temporali, intenti a tenere gli occhi spalancati per contrastare l'arrivo dei fantasmi della notte. Alle lunghe e coraggiose esplorazioni nei campi deserti, gli occhi puntati all'orizzonte, mentre giganteschi eserciti di carta attraversavano la frontiera.
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25 maggio 2012

Possa null'altro che felicità bussare alla tua porta

Portami in qualche posto carino, disse lei salendo in macchina.
Manuel aveva conosciuto Lucie pochi giorni prima, in pausa caffé. Lucie aveva appena iniziato uno stage di sei mesi postuniversitario, e, spaesata, si aggirava per la prima volta nel mondo del lavoro, degli uffici, delle gerarchie. Manuel prese un 42 dalla macchinetta e con la chiavetta, della quale lei non beneficiava, le offrì un caramelloso ginseng.

Per lui il periodo di déplacement era quasi terminato, ed a breve sarebbe rientrato in Italia all'ordinaria amministrazione. 
Io non sono come quegli stronzetti viziatelli che possono andarsene a fare l'erasmus cazzeggiando beatamente per un anno in qualche città spagnola, io all'università ho dovuto cagare sangue da studente lavoratore. Lo scientifico eh? Ma conosce il latino? Quel merdoso professore al secondo esame. Ficcateli in culo i brocardi, bastardo.

Lucie sorrideva nonostante la pioggia battente, ed immediatamente allungò le gambe come una ragazzina ed inizò a smanettare con l'autoradio, skippando una traccia dopo l'altra. Il disco era Come on Die Young, ed anche mettendo avanti all'infinito da lì non si sarebbe scappati per nulla al mondo.
Manuel d'altronde non aveva portato una gran collezione di dischi per quel lungo soggiorno, giusto i Mogwai, Nick Drake, qualcosa dei Radiohead. In un negozio di dischi ai Docks aveva comprato per pochi euro una raccolta di Tim Buckley.
Trovare un posto carino in una giornata ottobrina così macabra non sarebbe stato facile.
Manuel imboccò quasi senza pensarci il ponte di Normandia, e, nonostante le secchiate d'acqua sollevate dalle bisarche a passo d'uomo, non si poteva restare indifferenti allo spettacolo del fiume che diventa mare in uno scontro perenne tra acqua dolce ed acqua salata.
Ti sei mai chiesto come facciano i pesci a capire quando finisce il mare ed inizia il fiume e viceversa?
No, non se lo era mai chiesto.
Sai non credo ci sia un confine così netto, forse ci sono punti in cui il mare è un po' meno salato ed il fiume un po' più salato.
Ma non ne era certo per niente.

Quando parcheggiò ad Honfleur era già quasi buio, sebbene non fosse passata neppure mezz'ora dal momento in cui avevano timbrato il cartellino in uscita, salutando Bertrand, l'usciere di colore.
Girò intorno alla macchina con l'ombrello aperto, cavallerescamente, e si infilarono in un bistrò.
Lucie era dannatamente carina, anche se all'apparenza un po' stupida, ma forse era solo la giovane età.
Il suo abitino nero e le forme un po' generose mettevano Manuel in uno stato di esaltazione.
Lucie insistette per ordinare le lumache.
Devi succhiarle così dal guscio, in un colpo solo.
Ma è disgustoso, ecouerant!
Bevvero Chablis e Manuel un doppio Calvados che lo aiutava ad essere molto più sciolto di lingua, nel suo francese figlio dell'esperienza, e di modi.

Il ristorante La Petite Brocante era uno dei più conosciuti di Honfleur, e ad un tavolo poco distante erano seduti quattro colleghi decisamente abbevazzati, che avevano immediatamente individuato la coppietta atipica a lume di candela: l'ospite italiano e la giovane stagista puttanella.
Manuel si sentì gli occhi puntati addosso tutta la sera, immaginandosi il pettegolezzo del mattino successivo in sala relax. I rapporti di quel tipo non erano particolarmente benvenuti in azienda.
Poco male, pensò. Poco male, che cazzo me ne frega.
Al ritorno lo attendeva la sua noiosissima fidanzata.
E i sabato pomeriggio all'Ikea.

Uscirono a braccetto, fuori aveva smesso di piovere ed un vento ghiacciato sferzava il lungomare.
Passeggiarono un po', e Manuel le infilò la lingua in bocca e lei l'accolse con morbidità.
Non essendoci nessuno in giro Lucie gli infilò la mano nei pantaloni iniziando a tirargli una sega.
Lei aveva un sapore di buono.
Lui aveva il sapore del sigaro a causa della bruciacchiante dose di Calvados.
Hai capito la puttanella, neanche il tempo di limonare un po' e ce l'ha già in mano.
Come quella vacca che mi sbattevo ai tempi. Neanche il tempo di salire in macchina sotto casa e stava già spompinando, era un'idrovora.

Lucie non era particolarmente attratta da Manuel, ma era stato gentile, ed un lavoretto se lo meritava.
In quei giorni di merda, in quella città di merda, in quell'open space di merda, dove nessuna delle colleghe se la cagava neanche di striscio, perché era giovane e carina e formosa, dove i colleghi la guardavano come dei bavosi del cazzo. Almeno Manuel l'aveva fatta ridere, l'aveva portata fuori.
Certo, al suo rientro a Nancy non avrebbe detto niente al suo fidanzato.
Quel pallone gonfiato pezzo di merda naziskin.
Manuel le venne in mano, e si sporcarono entrambi.
Avrebbe avuto voglia di alzarle il vestitino, tirarle giù le calze e le mutandine e prenderla da dietro, ma forse era un po' troppo per un lungomare. Pensa se i colleghi fossero passati di lì.
E poi così eccitato e senza preservativo rischio veramente di fare un casino.
Tornarono indietro pieni di allegria, facendosi scherzetti, prendendosi in giro.
Manuel si sentì improvvisamente un po' innamorato di Lucie, della sua vitalità sorridente.
Una sensazione adolescenziale e rara per lui, e fu piacevolmente stupito da come le cose possano cambiare improvvisamente, di come si possa passare dal vuoto al pieno, dall'atmosfera allo spazio, dal fiume al mare.
La strinse a sé, lei ridacchiò, e lui le schioccò un bacio, tenero, affettuoso: giusto nel caso in cui non ci vedessimo mai più.

Appena salirono in macchina ricominciò a piovere a dirotto.
Lucie era stanca, e dopo pochi chilometri si addormentò.
Manuel vide sbucare la mercedes troppo tardi, quando ormai non c'era più nulla da fare per evitare l'impatto. Sembrava surreale essere centrati in pieno da un mostro nero lanciato a tutta velocità sotto la pioggia. Vide solamente per un attimo Lucie voltarsi verso di lui, incapace di comprendere quel momento, passando in un istante dall'acqua dolce del sogno, all'acqua salata della vita.
Manuel non percepì alcun dolore, non gridò, quando il lato guida venne polverizzato dal muso pesante dell'auto tedesca, sparando la berlina francese a diverse decine di metri di distanza.
Sentì solo stridore di metallo fragoroso ed assordante accartocciarsi orribilmente su di lui.
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22 maggio 2012

Lo scellerato patto di Raffaele Allovio

Raffaele Allovio accartocciò il documento contabile e si alzò repentinamente dalla scrivania, rovesciando la sedia a terra, che cadde fragorosamente scheggiandosi.
Il rumore rimbombò in tutta la villa, deserta.
Non c'era più niente da fare: l'indomani Raffaele avrebbe dovuto annunciare agli operai che la fabbrica avrebbe chiuso i battenti per sempre.

Suo padre, Gabriele Allovio, aveva avviato l'attività esattamente quarantacinque anni prima, sull'onda del glorioso boom edilizio che aveva segnato i favolosi anni sessanta.
La gente abbandonava le campagne per recarsi in città, e servivano case, moltissime case, per accogliere tutti.
E per fare le case servivano i mattoni.
Grazie a questa intuizione Gabriele, allora ventenne, in pochi anni era diventato ricchissimo, al punto tale da venir soprannominato "Il Principe del Mattone".
All'epoca era un semplice giovane muratore di umili origini, un po' rozzo e privo di istruzione, ma dotato di abilità e determinazione mirabili.
Aveva iniziato l'attività con un paio di operai e formidabile abnegazione, dividendosi tra le sfiancanti ore all'altoforno e la ricerca costante di palazzinari da rifornire.
In breve il commercio era diventato così fiorente da permettergli di assumere moltissimi operai a basso costo, e di abbandonare il forno per dedicarsi al lusso ed agli eccessi che da sempre aveva sognato.
Durante una sfarzosa vacanza a Cipro conobbe l'attrice francese Marie Perrau, sul set di un colossal in costume del grande regista Alberto Brandeburgo.
Il Principe del Mattone se ne innamorò perdutamente, e decise: questa donna sarà mia.
Marie, bellissima e sofisticata, si accingeva ad una sfolgorante carriera cinematografica.
Musa ed amante di Brandeburgo, in un primo momento non degnò neppure di uno sguardo il rozzo Gabriele Allovio. Ma lui, con la determinazione che contraddistingue l'uomo di campagna, si recò sul set ogni giorno per tre settimane portando in dono alla giovane attrice immensi mazzi di rose, magnifici cadeau di brillanti, cioccolatini del cacao più esotico e sfavillante dell'universo.
La bella Marie, un po' per tenerezza per quell'omaccione rozzo, un po' per vanità, e soprattutto per dare soddisfazione ai numerosi paparazzi che la seguivano perennemente, finì per cedere alle lusinghe di Gabriele.
Dalla breve e chiacchierata storia d'amore tra l'imprenditore italiano e l'attrice Marie Perrau nacque il primogenito Raffaele Allovio.

Sin dalla giovane età Raffaele mostrò di aver ereditato maggiormente i geni artistici e un po' mondani della madre, piuttosto che il carattere pragmatico e determinato del potente padre.
Frequentava i salotti bene della città, e soprattutto i foschi locali notturni dove si intratteneva in continue avventure amorose, tra fiumi di champagne e disco music.
Alla fine dei favolosi anni ottanta, il giovanissimo Raffaele era uno dei più famosi casanova della borghesia industriale, e spesso compariva nelle riviste scandalistiche da casalinga, immortalato al fianco della misteriosa amante di turno.
Era certo che quella vita agiata sarebbe durata in eterno, grazie all'infinita ricchezza che suo padre, "Il Principe del Mattone" continuava ad accumulare anno dopo anno.

Passò il tempo, ed un giorno Gabriele Allovio, ormai sessantenne, visibilmente dimagrito e stanco, convocò il figlio nel suo gigantesco studio, al primo piano della grande villa.
Figlio mio, il tempo dei giochi è finito. Mi è stato diagnosticato un male incurabile e quel maledetto medico mi ha dato si e no un paio di settimane di vita. Da domani, dirigerai tu lo stabilimento.
Raffaele ebbe la sensazione che un pugno invisibile lo avesse appena centrato in pieno stomaco: sentì mancare il fiato. Ma non aveva alternative, e, con riluttanza, accettò senza fiatare l'incarico. 
Sebbene in fin di vita, suo padre non era una persona alla quale era concesso rispondere con un rifiuto.

Il mattino dopo, di buon ora, indossato un abito di sartoria, salì sulla Maserati, e si recò per la prima volta allo stabilimento in qualità di direttore.
Non fu facile all'inizio, gli amici reclamavano la sua presenza nei fumosi dancing della città, le donne interessate lo stuzzicavano con scherzetti e provocazioni.
Ma Raffaele maturò, assistette il padre negli ultimi giorni, ed imparò pian piano a dirigere l'azienda, facendosi accettare e stimare dagli operai, dapprima diffidenti nei suoi confronti.
Questi, nel tempo, impararono ad apprezzarne la bonarietà, rispetto al carattere burbero del suo temuto predecessore.
E, pur se non con lo sfarzo dei favolosi anni sessanta, la fabbrica di mattoni continuò la sua attività.
Ma un giorno nella grande città tutti smisero di costruire case.
Le altissime gru che da sempre avevano fatto parte del paesaggio come animali preistorici e spaventosi vennero smantellate.
La gente, stanca del caos e dell'inquinamento, decise di tornare alle campagne.
Nessuno voleva più i mattoni di Raffaele Allovio.
E per continuare a pagare i dipendenti fu costretto a ricorrere a numerosi prestiti e cambiali.
Ipotecò anche la grande villa e il suo sfarzoso giardino.
Svendette la sua collezione di automobili.

Marcus Zoenberg Sachs III, avido direttore della Banca Popolare dei Tre Cantoni, accolse Raffaele con un sorriso inquietante e demoniaco.
Carissimo Allovio, lei è nostro stimato cliente da moltissimi anni, e prima di lei suo padre. E' per questo consolidato rapporto che abbiamo deciso di concederle un termine più ampio per il rientro del finaziamento. Sono felice di comunicarle che ha ancora una settimana a partire da ieri.
Trascorsi sette giorni la banca spedì una comunicazione a Raffaele: il tempo era scaduto. 
L'istituto avrebbe preso in consegna tutti i beni, chiuso lo stabilimento ed utilizzato il terreno per costruire un Centro Commerciale o una Chiesa. 
Ironia della sorte, sarebbero serviti i mattoni di Raffaele.

Sollevò la sedia ferendosi le mani a causa delle schegge di legno.
Raffaele pianse, non per la ferita, ma per l'umiliazione, e per il dispiacere di dover abbandonare alla loro sorte i suoi affezionati operai. 
Decise di ubriacarsi come non faceva da anni, dai tempi delle lunghe serate nei night e nelle discoteche.
Bevve almeno una bottiglia di grappa, e mezza di vino rosso.

Poi, per smaltire la sbronza, a notte fonda, uscì per strada.
La grande città era deserta e silenziosa, come in un film.
Camminò per qualche chilometro, finché, stanco e ubriaco, si sedette ad una fermata del trenta barrato.
Un uomo anziano e dal volto amichevole lo avvicinò.
Tu hai bisogno del mio aiuto mio caro.
E tu chi diavolo sei? 
Sono proprio io, il più grande degli strozzini, il supremo usuraio.
E cosa diavolo vuoi da me? Ormai è troppo tardi, la banca mi ha tolto tutto.
Io posso salvarti, posso salvare la fabbrica e gli operai. Ma ogni anno, in questo stesso giorno, mi pagherai una rata del tuo debito, finché vivrai.
E come potrò pagarti?
L'anziano rassicurante avvicinò le labbra all'orecchio di Raffaele, e sussurrò i termini del contratto.
Raffaele, disperato e un po' scettico, accettò senza riserve.

E fu così che Raffaele Allovio vendette l'anima al diavolo per salvare il suo stabilimento.

Il mattino successivo, nonostante il mal di testa fulminante, Raffaele riuscì a sentire il trillo del suo telefono cellulare.
Rispose, biascicando.
Dall'altra parte della cornetta c'era l'imprenditore e senatore a vita Tettanzio Magnasordi, il quale gli richiedeva la più mastodontica commessa di mattoni della storia, necessaria per la costruzione della Nuova Grande Città, un visionario progetto finalizzato a richiamare la gente dalle campagne.
Decine di altissimi condomini a cubicoli, tutti identici, avrebbero costellato il suolo circostante lo stabilimento.
Raffaele Allovio, incredulo, esultò e pianse di gioia, correndo per tutta la villa, ormai disadorna dei mobili pignorati.
Finché un fugace ricordo della sera precedente lo fulminò. 
E' successo davvero? Oppure ho sognato tutto?

Corse alla fabbrica.
Gli operai lo accolsero sbracciando con disperazione.
Un addetto del turno di notte era inciampato e caduto nella fornace insieme all'impasto per i mattoni.
L'addetto, un ventenne assunto da poco, era stato polverizzato all'istante dalle fiamme ad oltre quattromila gradi, e le sue ceneri ora giacevano in una partita di splendidi mattoni rossi, lasciati lì, ad essiccare.
Avrebbero fatto parte della prima palazzina della Nuova Grande Città.
Raffaele Allovio decise che si trattava di un tragico caso, di un fatale incidente che nelle industrie accadono spesso, anche quando si adottano tutte le misure di sicurezza possibili.
Ciò che contava era aver salvato l'attività, ed il lavoro dei suoi fidati operai... tranne uno.
Ma segretamente temeva di non aver solamente sognato il vecchio rassicurante.

Nei mesi vorticosi che succedettero quella fatidica notte, l'attività andò avanti in maniera serrata.
Ogni giorno diversi camion delle ditte di costruzione venivano a caricare i mattoni, ed in breve la sagoma della prima palazzina iniziò a stagliarsi inquietante nel cielo, come uno scheletro.
In meno di un anno Tettanzio Magnasordi con il suo seguito di preti e politici venne ad inaugurare il condominio, e consegnò personalmente le chiavi del primo appartamento ad una delle famiglie di ritorno dalla campagna.
Il visionario progetto del Senatore stava realizzandosi sotto gli occhi di tutti.

Le cose andavano a gonfie vele, e Raffaele Allovio dimenticò quello che era accaduto, ed il suo debito.
Finché, esattamente un anno dopo, un altro operaio cadde nella fornace.
Ci furono numerosi indagini delle autorità, ma gli ispettori del ministero, opportunamente foraggiati dal Senatore, non rilevarono alcuna irregolarità.
Un tragico incidente, un fatale caso, fu detto.
Regolarmente, anno dopo anno, la fatalità si ripeté.
Le palazzine aumentavano, e gli operai di Raffaele Allovio diminuivano.
Ma Raffaele sapeva che quello era il prezzo da pagare per garantire ai suoi operai un futuro per loro e per le loro famiglie. Nonostante i terribili sensi di colpa, proseguì l'attività, e rispettò il suo patto.

Dopo un tempo lunghissimo la Nuova Grande Città fu completata.
I discendenti degli operai dello stabilimento vi risiedevano.
Il luogo brulicava di vita, di amori, di commerciò, di felicità e di infelicità.
Dove prima non c'era che terra incolta, adesso si consumava il miracolo della società.
Raffaele Allovio, ormai molto vecchio, salì sul tetto del capannone: lo stabilimento era deserto.
Tutti gli operai erano andati in pensione, ed era rimasto solo lui a completare le ultime commesse.
L'indomani sarebbero state posati gli ultimi mattoni, ed inaugurato l'edificio più grande ed alto della città, alla presenza di Tettanzio Magnasordi Jr, e del suo seguito di grassi preti e politici.

Raffaele guardò la città, che come in una notte di tanti anni prima appariva deserta e silenziosa.
Le sagome dei palazzi si stagliavano sul cielo stellato come gigantesche lapidi.
Ognuno di essi era costruito con le ceneri di un amico.
La Nuova Grande Città era un gigantesco cimitero.
Raffaele Allovio trattenne il fiato, e per un attimo gli parve di sentire le voci dei suoi operai, innocenti sacrificati alla bestia, al dio denaro.
Sorrise loro, domandò perdono.
Sarò con voi, amici miei.
Ma forse era solo il vento tra i palazzi, nel momento in cui Raffaele Allovio si lasciava cadere nella fornace, nelle fiamme eterne.
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19 maggio 2012

Che qualche svogliata carezza

C'é una tizia che gira per casa mia e sono terrorizzato.

Tra le varie decisioni che periodicamente prendo, senza troppa convinzione, una è stata qualle di limitare i danni in amore. L'altra è stata bere meno, e vi lascio immaginare come è andata.
Comunque sia limitare i danni in amore è molto più facile che bere meno.
In prima battuta io non sono propriamente Brad Pitt e questo mi aiuta. Comunque piaccio abbastanza, sarà per quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così, che abbiamo noi, bla bla bla.
In seconda battuta perché per me bere meno è praticamente impossibile senza un'accurata terapia..
In effetti, quando non bevo, mi sento depresso.
Quando non sono innamorato, invece, mi sento normale.

Ma ultimamente al mattino apro gli occhi, dopo le mie sonore russate e lei è lì, sdraiata accanto a me che dorme serenamente. Con il cuore in gola, ed il terrore che mi attanaglia e mi serra la mandibola, con la testa frullata dal vino di prugne della sera prima (la mia nuova passione, il vino di prugne, che mischio con vino rosso da cucina), cerco di uscire dal letto senza che lei se ne accorga.
Potrei anche tentare di soffocarla col cuscino, ma poi dovrei far sparire il cadavere, e non è facile in centro a Milano. A Milano differenziano tutto, in che diavolo di cassonetto dovrei mettere un cadavere?

Io al mattino adoro fare la cacca mangiando un buondì, facendo scorrere l'acqua calda della doccia per creare la giusta quantità di vapore nel bagno.
Ma neanche il tempo di abbattere la sonora erezione del risveglio, saltellando a piedi scalzi verso il bagno, e la tizia dal sonno profondo è immediatamente operativa e spignatta in cucina (se mi è concesso chiamarla cucina) per preparare la colazione.
La guardo con preoccupazione.
In cucina (d'ora in avanti la chiameremo così per brevità) gli oggetti iniziano ad avere una collocazione fissa.
E' comparso persino un coso che taglia le verdure "alajulienne".
Non c'é più l'alone opaco di detersivo sui bicchieri lavati.
Gli strofinacci sono ripiegati a metà.

Mi vesto frettolosamente e salto sulla bici per recarmi al mio amato lavoro.
Lì sto bene perché tutti sanno che sono un pezzo di merda carrierista, e che sarei disposto ad ucciderli uno per uno con una mannaia per un minimo avanzamento di carriera, e quindi mi stanno alla larga.
Ogni tanto "la laida" della contabilità generale, fa il giro degli uffici per far vedere la minigonna girotopa ed il tacco con il plateau. Sta cosa del plateau non mi convince, fa molto travestito.
Un giorno metterà una minigonna così corta che le spunteranno fuori le palle, ed allora capiremo tutto.
Comunque "la laida" non è malaccio, ha quel qualcosa di vagamente zozzo e morboso che affascina tutti noi.
E' una zoccola da film porno amatoriale, quelli in cui gli attori hanno le mascherine di topolino e minnie.

Intorno alle 19.00, dopo il quotidiano aperitivo con Fabio, responsabile amministrativo, (per me doppia birra media doppio malto, per lui doppio gin tonic con doppio gin), me ne vado a casa.
Mi aggiro sospettosamente nell'androne del palazzo per qualche minuto, per vedere se c'é vita nell'appartamento. Lei potrebbe essere lì dentro in agguato.
Fino a quel momento della giornata me ne dimentico, abituato come sono a stare solo e beato come un cane.
Ora nuovamente il terrore si impadronisce di me: in casa mia c'é una sconosciuta.
Una che pretende di mettere a posto la mia vita e le mie cose.
Una che mette le bucce di mandarino nel mio tabacco per farlo profumare.
Una che guarda i telefilm di MTV mentre io dovrei guardare Squadra Cobra 11, o giocare a Operation Flashpoint.
Una che mentre sono lì che guardo Squadra Cobra 11, mi prepara le polpettine di Tofu.
Già il fatto che si ricordi che io non mangio carne mi fa incazzare come una bestia.
Ma le polpettine di Tofu diocane!

Il mio vero lavoro è tenere unita la famiglia.
Torno appena posso perché la mia famiglia non esiste più, è come se una granata a frammentazione fosse esplosa anni fa, e noi ci stessimo tenendo le budella con le mani. 
Se alzassimo le braccia verrebbe fuori tutto l'intestino e moriremmo all'istante. 
Chissà se potremo tenerci stretti le interiora per tutta la vita.
Non posso contare su mia sorella che ha altri casini, tra i figli e il marito malato.
Mia madre sta a pezzi.
Mio padre è nella merda.
Io tendenzialmente sono un disastro, e vorrei lavarmene la mani lasciando ognuno al suo destino, ma il mio senso di responsabilità nei loro confronti è troppo forte.
Forse questo senso di responsabilità si sfracellerà il giorno della cirrosi epatica.

Comunque siccome sono un vero stronzo ho pensato che per farla uscire da casa mia dovevo comportarmi come tale.
Lunedì sera, quando lei era a cena dai suoi e dormiva lì, sono uscito con una.
Ho conosciuto questa tipa ad un aperitivo in cui eravamo seduti a fianco, e mi è sembrata interessante perché parlava molto di letteratura figa.
Dopo cena siamo saliti da me e me la sono scopata.
Solo che questa rientra nella categoria di quelle che si eccitano dicendo porcate mentre le scopi.
Quindi dopo circa due ore che ci conoscevamo, e una ventina di minuti di sesso, standomi sopra, mi dice una roba tipo: "l'altra sera ho brindato con la sborra".
Ora, a parte che una cosa così fa veramente cagna maledetta, mi è venuto quasi spontaneo chiederle (tutto ciò mentre ce l'avevo dentro): "quanti eravate?".
Lei mi ha fatto una faccia schifata modello "mi hai preso per una puttana?", ma diamine, mi è venuto proprio di riflesso chiederlo.
Poi se n'é andata ed io mi sono messo a fumare qualche sigaretta, ed a pensare ad una ragazza che amo, all'amore ed a fare l'amore almeno ogni tanto, guardandosi negli occhi, sorridendosi, baciandosi, senza dire nulla.

La sera dopo la tizia che gira per casa mia era di nuovo lì.
Affettuosa e fastidiosamente premurosa come sempre.
Mi sono messo a mangiare l'insalatina con il tofu avanzato e l'ho guardata con un profondo senso di gratitudine e pace, e con la consapevolezza di essere inadeguato, di aver ricevuto un regalo immeritato.
Lei è uno strano animale che si prende cura di uno stranissimo animale.

Io d'altra parte sono depresso.
Perché quando non sono innamorato sto normale.
Ma lei non mi fa bere abbastanza,
e quando io non bevo abbastanza allora
.

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