04 ottobre 2011

Draconidi

Il colloquio era stato complicato. Gli avevano chiesto di tutto, dalla professione dei suoi genitori, al nome del cane, agli hobbie, passando per la capacità di prendere decisioni, di seguire il leader, di essere organizzato-ordinato-proattivo-attivo-empatico-simpatico-sociale.
Inoltre test attitudinali, psicologici, di logica, di teoria, di pratica.
Nulla, assolutamente nulla, che riguardasse l'offerta di lavoro.

Ma dopo qualche settimana, inaspettatamente, era arrivata la chiamata dell'ufficio personale.
Dovrebbe venire a firmare il contratto.
Bene! disse. Benissimo.
E così fu: addetto al controllo della qualità dei manufatti.
Altisonante.

Il lavoro in effetti era di responsabilità. 
Alla fine della catena di montaggio, tutti i manufatti dovevano corrispondere perfettamente a quanto descritto dall'articolo cinque del manuale di "controllo della qualità". 
L'analisi doveva essere: 1) estetica 2) quantitativa 3) qualitativa.
Non facile miei cari.

Durante il turno giornaliero diversi addetti si alternavano alla funzione.
Ma di notte, quando i macchinari -pur non potendosi fermare- viaggiavano a basso regime, bastava solo lui.

Con un po' di aiuto dei genitori aveva affittato una piccola stanza a Courbevoie, in un appartamento al terzo piano, condiviso con un simpatico studente universitario lituano.
I primi giorni tutto gli sembrava nuovo e stimolante.
Quando tornava a casa, dopo il turno, Danijls era già sveglio, e nell'aria si spandeva un magnifico odore italiano di caffé della moka.
Si sedeva con lui, e chiacchieravano brevemente sul paradosso dell'inizio e della fine della giornata di uno e dell'altro.
Il teatrino si ripeteva alla sera. 
Lui usciva, e Danijls rientrava, con i libri sotto braccio. 
Accompagnato da ragazze carine e sempre diverse. Spagnole, Olandesi, sempre straniere, e sempre sorridenti.
Era bello stare lì, anche condividendo solo pochi minuti ogni giorno.

Prendeva molto sul serio il suo lavoro.
Il controllo della qualità richiedeva una grande attenzione.
La tuta blu lo faceva sentire immediatamente uomo, completo, responsabile. Avrebbe voluto avere una folta barba come il capoturno, che una volta a notte passava a trovarlo chiedendo sempre "tutto tranquillo?".

La macchina sputava i manufatti, e lui con la matita perfettamente temperata metteva le X sul questionario di qualità.
Quando uno dei manufatti non era rispondente, compilava il modulo 1bis e lo infilava nella cassetta degli "scartati". 
Chissà dove finivano, gli scartati.

Pian piano Danijls cominciò a svegliarsi più tardi. 
Così che, quando lui rientrava, la casa era silenziosa e priva di aromi.
E poi, quando usciva, la casa era altrettanto vuota. 
I ritmi di Danijls si erano spostati, anche solo di qualche minuto, e non si incontravano più.
Quell'abitudine, che tanto contava per la sua routine, non aveva lo stesso valore per il simpatico studente universitario. E come avrebbe potuto, in fondo?
Se ne dispiacque, ma, lì per lì non ci pensò.
Non pensò a quanto velocemente la sua voce stesse diventando rara.

Calciando una lattina vuota, guardava il cielo in una nottata fresca di Ottobre.
La strada era deserta, come l'appartamento, come la fabbrica, come il suo cuore.
Ma scrutando distrattamente intorno, ebbe la sensazione che ci fosse una vita nascosta nelle cose. 
Era proprio lì, palpabile.
Hai voglia di stare lì a dire, "nulla, non c'é nulla".
Chiedi ai gatti! Pensò.

Aveva perso un po' di entusiasmo nel controllo dei manufatti.
Rendendosi conto che la maggior parte di essi corrispondevano al manuale di qualità, aveva iniziato a fare controlli un po' meno serrati. 
Seduto, guardava il muro, dimenticando i minuti, le ore, le notti.
A volte aveva la sensazione di essere completamente inutile, solo, a vivere il buio, a scandire con i battiti delle palpebre il passare meccanico del tempo.

C'era stato un tempo in cui il giudizio degli altri contava più di ogni altra cosa.

La tranquillità delle notti.
La percezione dell'inutilità.
L'assenza di empatia dei manufatti.

In un giorno di riposo, Danijls e lui passarono una serata per le strade a bere in questo e in quel bar.
Ad ognuno una pinta, e poi un'altra pinta, e poi gli aperitivi come se si dovesse mangiare.
Mezzi sbronzi, guidarono le loro biciclette oltre le strade, oltre la città, fino alle colline.
Danijls da buon lituano, aveva la vodka. 
Uno stereotipo? Forse. Ma Danijls ce l'aveva davvero.
Bello no? Disse, guardando la notte.
Lo so, lo dimenticavo anche io prima, ma chiedi ai gatti.
Chiedi ai gatti.
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