22 settembre 2011

Tempo indeterminato

La città è il luogo più abietto, più miserabile, che si possa visitare nell'universo. 
Vi si incontra la distruzione, la mancanza totale di armonia.
Non rappresenta il male assoluto, bensì il concentrato più reale della condizione umana.
La si percepisce ovunque, nel barbone che riassume i propri bisogni e la propria esistenza in poche righe, privo della forza necessaria per guardare negli occhi i passanti distratti. Negli impiegati intenti ad aspirare la loro stessa morte sotto forma di catrame in piccole, apposite sale. 
Nelle grandi automobili rombanti, intrappolate nel traffico delle tangenziali.
Nella solitudine immensa del pendolare su un treno affollato, privo del riparo di un giornale.
La condizione umana è nei grandi palazzi, nelle periferie dormitorio, nelle gigantesche fabbriche abbandonate a pochi metri dal mare.
Servirebbero vocaboli nuovi ed adatti per ridefinire la città, perché la parola stessa "città", non è più sufficiente.

Osserva intorno a sé le metafore e cerca di comprendere come la notte possa essere così poco buia ed il giorno così fosco e bollente. 
I volantini domandano, facendo bella mostra di famiglie felici, "perché il male? Perché la morte?".
Nelle vene dei morti scorreva sangue, e quel sangue rappresentava vita, e desiderio di felicità, amore, appagamento. Eppure questi non sono più. 
Sono ancora esseri umani? Non sono nulla.
Eppure sono.

Aprendo la finestra può ascoltare il soave vociare motorizzato della statale.
Ed eccola di nuovo, la condizione umana: scatole, e stanze.
Un palazzo è come la sezione di un formicaio, privo di un progetto comune.
La straziante particolarità e solitudine delle persone, pochi metri sopra, e pochi metri sotto altra straziante particolarità e solitudine. 
Non tutti sono soli, è vero. 
Ma tutti soffrono, ed è bene che sia così: i piccoli e grandi dolori rammentano continuamente la finitezza, la mancanza di perfezione ed armonia.

Aveva dimenticato la propria anima.
Non ci si può privare dell'anima, ma la si può trascurare, fino a farla apparire denutrita, flebile, priva di sostanza.
Richiama a sé i suoi fantasmi. Con gli occhi sbarrati nel dormiveglia attende che essi si siedano affettuosamente sul bordo del letto, e tende loro la mano.
Dove siete ora? 
Aldilà è ancor più privo di significato. Non si può definire un luogo tramite un semplice "non qui".

Poi la mano cade, senza avere risposta. Crolla nella successione di immagini di un sogno.
Un giardino in rovina, devastato dalla salvifica vittoria dei rovi.
Le loro ombre che danzano in una formidabile sera d'agosto.
L'anziana signora sorridente che dice, a lui bambino con gli occhi intorpiditi, "l'acqua fredda!".
Il disegno dell'hotel di frontiera, appeso alla parete della grande cucina colma della fragranza del caffé, mentre il sole sorge sulle poche case e sulle colline.
La bicicletta, e lo spauracchio dei venditori di organi con la loro macchina nera.
La chiesa del matrimonio, delle fotografie, sgretolata dalla forza del terremoto.

Il fornelletto fulmina una zanzara, sfogando la demoniaca rabbia priva di coscienza tipica degli oggetti forgiati dagli uomini. 
Spalanca gli occhi, ma non riesce a muoversi, come paralizzato. Voci fortissime lo assordano e per un istante infinito non è in grado di allungare il braccio verso l'interruttore dell'abat jour.
Era null'altro che il passaggio dal sonno alla veglia.

Cerca di riassumere le immagini, di richiamarle alla mente a tutti i costi, ed appoggia una mano sulla fronte, la passa tra i capelli radi.
Poco dopo la luce inizia a filtrare attraverso le serrande mal chiuse.
Esegue metodicamente le azioni funzionali al compimento di un altro giorno impegnativo.

Quattro violinisti zingari stanno malamente riproducendo una qualche malinconica melodia. Ma più si allontana  da essi attraverso i labirintici cunicoli sotterranei, più la musica si perfeziona, fino a diventare sublime. Tanto, da perforargli il cuore.
L'armonia, in attimi improvvisi, nell'illusione di in un tempo indeterminato.
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06 settembre 2011

Parte finale : Pasadena

Quel giorno, salendo il crinale, ci eravamo detti "dobbiamo farlo più spesso".
Ma io avevo quindici anni e mi sono perso per strada subito dopo, dimenticando questi intenti.

In cima alla salita ci siamo seduti a mangiare un panino, e come sempre tu parlavi poco.
Ma non volevi che finisse come con i miei, a non parlarsi del tutto.
Da lassù si poteva vedere praticamente tutto l'universo.
Da allora non siamo più andati a camminare, e tu, pochi anni dopo, sei morto.

Ci ho messo altri quindici anni a mantenere la promessa.
Sono tornato lassù in un bellissimo giorno di Agosto, completamente da solo.

Marcio di buona lena per qualche ora, nei boschi mi sembra di sentire la tua presenza, e vedo me ragazzino venirti dietro.
Sul crinale tutto è come allora: un viottolo stretto dal quale ammirare tutto lo splendore del mondo in una giornata di sole.
Accendo il cellulare per scattare una fotografia, e il display, ironico, mi dice "Life's Good".
Forse, penso, ma non sempre. Oggi si, in effetti.

Quando mi appare il piccolo santuario, lì, sulla cima, vengo colto da un moto di gioia e lancio il mio gigantesco YOOOP in tutta la valle, fino al mare.
Accellero il passo: nessuno in questo momento è in alto come me.
Forse gli aerei. Forse gli uccelli.
Nessuno è nel raggio di chilometri.

Mi sdraio sul pavimento in pieno sole, e tiro fuori un panino ed un libro di Paul Auster.
Passa un'oretta. Gironzolo un po' e sbircio le finestrelle della chiesetta, la porta è sbarrata.
Riguardo intorno. Penso a tutte le cose che non ti ho detto, a quella promessa non mantenuta.
Sono qui zio, hai visto? Sono tornato qui.
Penso a Giuseppe. Penso a Manuel.
L'eterno riposo dona a loro o signore, e splenda ad essi la luce perpetua, riposino in pace, amen.

E' il momento di intraprendere la discesa senza voltarsi.
Per la prima volta nella mia vita mi sento completo, mi sento una persona.
Penso a te, e mi si riempiono gli occhi di lacrime, e cammino, e sono felice, e piango a dirotto.
Io che non piangevo da un'eternità, neanche mi ricordo.

Forse crescere significa ricordarsi delle promesse.
Dedicarsi completamente alle persone che si amano oggi.
E decidere di smettere di pensare agli amori passati.

Incazzarsi mortalmente per il conguaglio di dicembre in busta paga, e consultare nervosamente gli annunci immobiliari.

Sgomitare come pazzi per trovare il proprio posticino nel mondo.

Capire che il momento migliore della propria vita non è molto lontano.
E' una nottata di neve, mentre tua sorella fa un capolavoro.
E sapere che hai una responsabilità importante in più.

Scendendo bevo molta acqua, e me ne lascio cadere un po' sulla testa perché il sole picchia.
Mi sento bene, e mi domando come ho fatto a diventare così indolente, intollerante, solitario.
La vita indurisce forse. Chissà. Intanto cammino già per il dirupo con passo deciso, attraverso i boschi, fino a veder spuntare il viadotto dell'autostrada.

In quei giorni di tanti anni fa, eravamo tutti un po' delusi per la finale.
Per la maledizione dei calci di rigore.
Ma ora so che quel rigore non ha mancato la porta.
E' andato dritto sparato verso il cielo.

Che Roberto Baggio, il calcio, Dio, i miei trent'anni, e le persone che ho amato e perso, le persone che mi amano, la buona cucina, i dischi dei Rem, l'intera vita stessa, e con lei la morte, sono un tutt'uno, un ascendere verso qualcosa che non si vede.
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