20 agosto 2011

Parte II - Quel giorno di Napoli - Real Madrid

Non sto più nella pelle.
Ho passato la giornata a sfogliare tutti i vecchi "Giornalino", tagliando ed incollando sul mio quadernone le due pagine settimanali di disegni dei gol più belli.
Con gli ometti dei Lego gioco innumerevoli partite, ma ormai la decisione è presa: quest'anno a babbo natale voglio chiedere il Subbuteo, e non più la Gig Nikko.

L'andata è stata sfortunata.
Il Real Madrid ha vinto due a zero, ed il risultato era praticamente in cassaforte per gli spagnoli.
Ma al San Paolo sono attese oltre ottantacinquemila persone, a sostenere gli undici di Diego Armando Maradona, il giocatore di un altro pianeta.
Persino al grande Emilio Butragueno, "l'avvoltoio", sarebbero tremate le gambe scendendo in quella bolgia, avendo l'impressione di essere stato catapultato nell'inferno dello stadio Monumental per la finale di Coppa Libertadores.

Mi metto davanti alla tv con parecchio anticipo.
Nell'altra stanza mamma e papà litigano furiosamente: non riesco a capire l'argomento, ma mamma è arrabbiatissima e piange. Papà farfuglia e si discolpa per qualcosa che ha fatto ma che dice di non aver fatto.
Allora io alzo il volume della tele perché i ragazzi stanno scendendo in campo e non voglio sentire altro che i tamburi ed i cori.. Garella, Ferrara, Francini, Bagni, Ferrario, Renica, Careca, De Napoli, Giordano, Maradona, Romano.

La mamma sbatte a terra un piatto, non l'aveva mai fatto prima.
Mi fa proprio arrabbiare perché se la prende con papà, perché lo insulta e gli dice che non ce la fa più a sopportare questa vita, che non lo vuole più in casa.
Papà dice che non è vero niente, ed io gli credo.
Mi fido ciecamente di lui, la mamma si sbaglia.

Mi concentro sulla telecronaca.
E' tutto quello che voglio: che il Napoli vinca, e che papà venga di qua a vedere la partita con me.

Nella videocassetta dei mondiali del Messico, avrò guardato cento volte la scena in cui Diego Armando prende palla, salta due avversari a centrocampo con una magnifica veronica, poi finta di passare a Burruchaga e salta altri due e poi due ancora, prima di dribblare il portiere ed appoggiare in porta per consegnare alla storia il gol più bello di sempre, infilato all'invasore inglese.
E quel matto del telecronista argentino tra la gioia e la commozione che dice:
"grazie Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2, Inghilterra 0".
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18 agosto 2011

La maledizione dei calci di rigore (un racconto in più parti)

Parte prima - Il gol di Dejan Savicevic al Barcellona -

E' il diciotto maggio del millenovecentoottantaquattro.

Ad Atene, il Milan di don Fabio Capello, privo di capitan Baresi (e di Marco Van Basten) sta giocando la finale di Champions League contro il Barcellona stellare di Guardiola, Koeman, Hristo Stoickov e Romario. Il Barca è largamente favorito: Crujiff la sera prima del match si è fatto persino immortalare mentre solleva un duplicato della Coppa.

Siamo al quarantasettesimo.
Palla lunga di Albertini.
Miguel Angel Nadal temporeggia sul pallone, nella tre quarti difensiva di sinistra.
Dejan Savicevic, "il genio", glielo soffia e aggira il difensore.
Il pallone rimbalza una volta, il genio alza la testa.
La riabbassa, e sa benissimo cosa fare.
Col sinistro accarezza il pallone, un pallonetto magnifico che si infila nell'angolo opposto della porta, un centimetro oltre le dita dell'incredulo Zubizarreta.
Bruno Pizzul impazzisce: "un gol incredibile! Strepitoso!"
Io mi alzo in piedi, guardo mio papà, e dico "Gol!!!!!".

Ma torniamo all'oggi: essere un etilico non è mica una cosa facile.

Primo, il tuo alcolismo è socialmente accettabile: l'altra sera sono uscito con il mio CAPO e ci siamo scolati due bottiglie di Greco di Tufo ed una di grappa. Mia MADRE qualche giorno fa mi ha guardato tracannare quattro pinte di rossa senza battere ciglio.
Salvo che tu non sia sbronzo marcio, cosa che raramente mi capita, puoi bere fino allo sfinimento senza la benché minima disapprovazione sociale.
Provaci, a spararti una pera di eroina a tavola con tua madre.

Secondo, è molto più difficile NON bere. Dovunque tu vada, c'é sempre qualcuno pronto ad offrirti un bicchiere, a domandarti compagnia NEL bere. Non puoi fingerti improvvisamente astemio, e non puoi dall'altra parte dichiarare di aver smesso (ammettendo implicitamente la tua dipendenza da alcolici).

Terzo, senza alcool la vita diventa immediatamente grigia, il cibo diventa insapore.
Diciamocelo, mangiare il miglior pesce senza accompagnarlo con del buon vino, non ha senso.
Così come uscire con gli amici senza gustare una bella pinta di birra.
O tornare a casa dopo una giornata di lavoro senza il calice riflessivo.

Quarto, quando bevi sei più simpatico, più allegro, più disinibito, meno pensieroso, meno paranoico, più socievole, e forse duri anche di più quando scopi (se ti si rizza).

Il fatto è che non si può bere in eterno come faccio io.
Sono uno di quelli che finché lo Jaegher non è finito non ci si alza da tavola.
Che la sera a cena, da solo, apre una bottiglia di vino e se la scola tutta.

Non sono uno di quei negazionisti, che non ammettono di avere un problema.
Io un problema ce l'ho eccome! Ci ho sempre convissuto.
Ma siccome ultimamente ho una gran paura di morire, ho deciso che le cose devono cambiare.

Ricordo perfettamente le prime sbronze.
Era l'estate del millenovecentonovantaquattro, ed avevo tredici anni compiuti.
Uscivamo presto la sera, intorno alle nove, perché il coprifuoco per il rientro era NON OLTRE le undici e mezzo.
Io prima di quell'estate non bevevo alcolici, ma con i ragazzi più grandi della Compagnia ci infilavamo subito nella Taverna dell'Orso.
Ci bastava un solo Margarita ed eravamo sbronzi marci.

Da lì si cominciò. In seconda liceo ero già nel giro di quelli che bevevano il sabato sera.
Andavamo in discoteca e con la consumazione inclusa nell'entrata ordinavamo i cocktail più forti (dai nomi assurdi: Angelo Azzurro, Oriente Rosso, Invisibile -il terribile Invisibile-). E poi si faceva il così detto giro della morte: una sorsata ed il cocktail girava, fino ad esaurimento, in meno di due minuti.
Così poi potevamo ballare e provarci con le ragazze.

Negli anni successivi, fino alla maggiore età, ho collezionato una lunghissima serie di vomitate in discoteca, al ristorante, in spiaggia, sui gradini di casa, finendo all'ospedale solo un paio di volte, cadendo in motorino solo tre, e picchiato a sangue solo una.

Fumavo anche un sacco di spinelli.
Ma rientravo nella media degli adolescenti credo.
Anche se la mia seconda fidanzatina mi ha lasciato perché secondo lei bevevo troppo.
Ma vedi sta stronza.
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12 agosto 2011

Consiglio di amministrazione alla Grande Torre

Giorgio è molto orgoglioso del suo nuovo posto di lavoro.

A trentadue anni è il più giovane sottoscrittore della ZurichRe, e forse di tutta la city. Non è stato facile farsi prendere, apparire talmente brillante ai colloqui da far passare in secondo piano il suo aspetto da adoratore di Satana.

Alle otto e un quarto di ogni mattina appare trionfante al sessantaseiesimo piano della torre, con le maniche della camicia arrotolate abbastanza da lasciar intuire i suoi enormi tatuaggi.

Chiude la porta del suo ufficio, e dall'ometto di mogano tira su l'abito fresco di lavanderia per la giornata di lavoro.
Ha molto potere, nonostante l'età e la poca esperienza.
Come un giovane dio controlla la frequenza dei terremoti in sud america, le guerriglie africane, la politica del vecchio continente, lo stato di conservazione delle piattaforme petrolifere, e l'influenza dello scioglimento dei ghiacci sul pianeta.
Poi, con due semplici pressioni di tastiera su S ed I, o su N ed O, seguite dal tasto invio, genera una reazione a catena di portata tale da generare conseguenze sulla vita di qualcuno lontano migliaia di chilometri.
Senza il bisogno di essere il presidente degli Stati Uniti, o l'onnipotente.
Ama il potere sconfinato ed occulto della finanza.

Per la maggior parte del tempo Giorgio legge report maniacalmente redatti dai suoi esperti, naviga in rete, si aggiorna, ed ascolta in cuffia metal, post metal, sludge, doom, folk apocalittico.
Non sorride mai, raramente parla con gli altri, e si aggira per l'ufficio muovendo le dita a mo di assolo di chitarra elettrica, o stralunandosi improvvisamente se dallo shuffle parte un pezzo dei Current 93. Il suo comportamento stravagante non preoccupa particolarmente i papaveri della ZurichRe, ventotto piani più in alto: il ragazzo raggiunge risultati brillanti, produce un ottimo business, piace alle segretarie, e non è minimamente riconducibile alle larve umane che affollano le scrivanie, affossati nelle sedie senza braccioli.

Alle sette e mezzo sono tutti usciti.
Gli impiegati si infilano velocemente nei pub a caccia di pinte, a stordirsi, ammosciati come il coso che non vedono più rizzarsi da tempo sotto la pancia gonfia.
Giorgio rimane spesso in ufficio fino a tardi, anche solo per dimostrare che lui ha la marcia in più che lo farà scalare velocemente la graduatoria aziendale, anche mozzando teste, se necessario.

Hamal, il ragazzo delle pulizie, arabo dal fluente accento british, è quanto di più vicino ad uno scapigliato genio incompreso, appassionato di teatro dell'assurdo, fine sociologo, colto all'inverosimile, sedicente grande amatore, e pessimo nella pulizia degli uffici.

Quella sera Hamal, finito il suo giro va a dare il consueto saluto a Giorgio, per riportargli tutta la sua preoccupazione in merito al downgrading dell'economia americana, e sulle conseguenze di lungo periodo sull'andamento dei mutui e sul costo delle sigarette.
Ma lui non è nel suo ufficio, cosa molto rara.

Hamal, stupito, spegne l'interruttore centrale e chiude le pesanti porte d'entrata del piano.
Giorgio attende questo segnale per venire fuori da uno sgabuzzino, in tunica nera.
Apre un cassetto ed estrae i lumi che gli servono per officiare il rito.
I papaveri, scesi i numerosi piani, lo raggiungono, indossando anch'essi tuniche scure.
Un cantilenante mormorio si leva al sessantaseiesimo piano della grande torre.
Voci scure invocano Satana, e il demonio, ogni volta si manifesta.
Cammina strisciando i piedi lungo il corridoio, ed entra nella sala riunioni dove si tiene il rito.
Ben vestito, brizzolato, appoggia la valigetta sull'enorme tavolo di cristallo ingombro di lumini accesi, estrae dei libretti rilegati e li distribuisce ai presenti: budget follow up.
ZurichRe governa il mondo, Satana governa il mondo.

Alla fine del rito, il demonio va via, ed i papaveri si dileguano.
Prima di uscire, uno di loro si rivolge al sacerdote, Giorgio: "bravo, presto, salirai altri piani della torre".
Lui estrae una smorfia di circostanza.
"Stronzate", pensa, "io voglio scendere almeno qualche metro sotto terra".
Si incammina nella fredda serata di novembre, mette le cuffie, e va in assolo con le dita nell'aria sul pesante incedere dei Cult of Luna.
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04 agosto 2011

Strange Currencies

Massimo sta appoggiato alla ringhiera del balcone, con una confezione di piselli surgelati appoggiati sulla guancia. Maria gli ha mollato un pugno così forte da fargli saltare un pezzo di dente, dopo aver letto i messaggi di quella troia sul suo cellulare.
Maria non sa neanche se vuole ancora tenerlo in casa, quello schifoso, puttaniere.
A guardarlo, così abbacchiato, ha l'impressione che voglia buttarsi di sotto.

Quanto sono stanco, pensa lui, tutto sbagliato.
Non è dando la caccia alle ragazzine che tornerò a sentirmi vivo.
Odia la sua faccia invecchiata, la casa ben arredata, i filigranati biglietti da visita.
Odia la prevedibile stabilità di Maria, i suoi piani perfetti per condurre un'esistenza equilibrata.
Quell'orologio che usa per capire quando è meglio provare a fare un figlio.
Domani come ci vado a lavorare, con la faccia così.

Massimo spulcia tra le cassette, mette su una malandata TDK da novanta, "misto agosto 1997" esce sul balcone ed accende una sigaretta, la faccia gonfia e dolente.

"Fuego Lento". Lui e Nadia, alle isole Canarie, nel 1997. Guarda il cielo illuminato dai palazzi, che non è neanche più un cielo ma un riflesso sciapo di città, sorellina quanto cazzo mi manchi, mi manchi da morire, che mi diresti ora, se fossi qui.

I Marlene Kuntz, e i Modena City Ramblers.
Massimo stringe i piselli surgelati, facendo scorrere nella testa i ricordi, forse ti stai cullando al suono di un treno.

Maria va avanti e indietro, come un fiume in piena. Delusa. Indiavolata.
Lo guarda, pezzo di merda, gli dice ringhiando.
Lui maledice il momento in cui quella vacca della contabilità gli ha sussurrato con quella malizia laida "Massi io vado, tu vieni?". Sa che domani dovrà fare qualcosa, preparare contromosse, prendere impegni veri, smetterla di cercare quel briciolo di vita che non esiste più, che é confinata nelle cassette.
Prostrarsi, chiedere scusa, promettere mare e monti.

"Strange currencies", tutto scompare, solo Massimo ed Elena coi finestrini abbassati. Non così tanto tempo fa, quattro, cinque anni, dopo averle dato l'anello di fidanzamento. Sorridenti, col vento in faccia a cantare these wooords.. you will be mine..
Il film della vita che scorre con la sua colonna sonora, malinconico come le persone che ami e che hai perso. Come sapere di aver bruciato malamente le occasioni per essere felice.
L'indolenza dell'irrecuperabile.
Forse, Massimo, tutto stava nei REM.
Tenere stretto qualcuno che amava i REM come li ami tu.
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