03 giugno 2012

Una cosa piccola, ma buona (parte prima)

Quel Venerdì pomeriggio andò in auto al centro commerciale.
Aveva visto su internet che c'era un negozio specializzato in trenini, ed era proprio quello che stava cercando.
Parcheggiò la macchina nella rimessa sotterranea, fregandosene beatamente del divieto d'accesso per le macchine alimentate a GPL, ed individuò dopo un paio di giri a vuoto una macchina che usciva.
Quel giorno il centro commerciale era molto affollato a causa dell'apertura di un nuovo magazzino destinato all'elettronica. Da alcune settimane circolavano per la Città volantini che pubblicizzavano l'apertura, in occasione della quale alcuni prodotti sarebbero stati venduti sottocosto.
La gente si era messa in coda davanti all'entrata parecchie ore prima dell'apertura ufficiale.
Con indifferenza Daniel attraversò la piazza centrale del Centro Commerciale, fendendo una folla festante e rumorosa di umani, televisori al plasma, impianti hi fi, e forni a microonde.
Il negozio di giocattoli apparteneva ad una catena in franchising, con enormi scaffali colmi di merce e commessi giovani ed indolenti.
All'entrata intravide una coppia di ragazzini litigare davanti ad una consolle in prova con un solo pad. Quello più piccolo voleva giocare, ma il più grande non cedeva il comando, facendo scudo col corpo.
Gli succedeva lo stesso con Sebastiano tanti anni prima.
Dal momento in cui si infilava la cassetta nel Commodore, Sebastiano teneva in pugno il magnifico joystick verde, lasciando a Daniel solo il godimento di ammirare l'astuto Paper Boy o il coraggioso bombarolo Bomb Jack in azione. Bei tempi quelli. Pensò con tristezza. Erano passati solo pochi mesi dal funerale di Sebastiano, morto per overdose in casa dei suoi genitori a ventisei anni.

Individuò la sezione trenini, ce n'erano di ogni tipo. Dai favolosi modellini Lima, a quelli di plasticaccia senza arte né parte, a quelli interamente di legno. Rapito da tanta abbondanza, Daniel soppesò la perfetta imitazione di una storica locomotiva diesel in esercizio sulle ferrovie tedesche negli anni sessanta.
Il prezzo era da capogiro, e lui non era certo lì per quello.
Una commessa intuì il suo stato di indecisione e pensò maledestramente di intervenire: -Posso aiutarla?
Daniel la osservò: la tipica commessa dei negozi in franchising, che avrebbe potuto vendere con la stessa indifferenza e scortesia pesce fresco, orologi svizzeri, o mine antiuomo. Non aveva certo l'aria di un'esperta di modellismo ferroviario, tutt'altro, aveva l'aria di quelle ragazze già un po' troppo avanti nell'età per essere lì, deluse dalla vita e dagli uomini, commesse per diritto di nascita.
-Avete la Fleischmann ERT589 delle ferrovie SBB?
Lei lo guardò con disprezzo, lasciando trasparire tutto l'odio che provava per quei supponenti segaioli del modellismo ferroviario. Rifletté un po' sulla richiesta, scomparve dietro lo scaffale e tornò da lui in pochi secondi, trionfante: -Eccola qui, dettagliatissima, edizione limitata con cofanetto in legno. Prezzo 400 euro, un mito assoluto.
E suca stronzo, aggiunse nella sua testa.
Colpito e affondato, Daniel tornò in sé.
-Bellissimo modello, davvero bellissimo. Ci penso un attimo. In realtà sarei qui per il trenino Thomas, quello dei cartoni animati, ce l'avete?
-E' per suo figlio?
-No
-E' per un bambino? chiese lei maliziosamente, tradendo un po' di sarcasmo.
-Si e no, è per mio cugino, oggi è il suo compleanno.
Valerio, cugino di Daniel, aveva ventotto anni ed era ritardato, nel corpo di un adulto il cervello si era fermato ai quattro, cinque anni. Aveva una passione per i cartoni animati, ed in particolare per le avventure del trenino Thomas.
Quella sera i genitori avevano organizzato una festicciola tra parenti per il suo compleanno.
-Comunque si tratta di un giocattolo che dovrebbe essere nello scaffale "bambini".
-Benissimo, e ce l'avete?
-Si e no in effetti.
-Ce l'avete o no? Daniel intuì il gioco al massacro della commessa ed iniziò a spazientirsi. Perdeva la pazienza abbastanza facilmente.
-Di solito si, ma attualmente no, li abbiamo finiti, è un giocattolo molto richiesto. Dovrebbe arrivare una nuova fornitura la prossima settimana, vuole ordinarlo?
-No grazie, mi serve oggi. 
Aveva solo perso tempo, e non sapeva proprio dove trovare un altro negozio di giocattoli nelle vicinanze.
Era un bel problema, da mesi aveva promesso a Valerio che gli avrebbe regalato quel diavolo di trenino Thomas.
Uscì dal negozio indeciso sul da farsi.
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30 maggio 2012

L'amore non ha età

Mauro ed Alessia sedettero, aspettando che il giorno passasse lentamente.
La tv accesa, mentre le loro memorie svanivano.
Dovevo essere impazzito, ne avevo bisogno, non so cosa mi passasse in testa.
Questo è quello che ottieni, rispose lei con voce asetticca. Hai perso tutti.
Tu me li hai messi contro, provò a ribattere, ma non aveva poi molto senso a quel punto.
Me ne vado a dormire. E rimase solo nel salotto, con le immagini ed i volti che scorrevano sullo schermo.

Le parole di Alessia gli rimbombavano nella testa questo è quello che ottieni.
Mauro cercò il telecomando sul divano e, non trovandolo, si guardò intorno smarrito.
Il salotto gli parve una teca di dolore lancinante ed incorniciato, in ogni angolo, su ogni mobile.
Se avesse trovato le parole adatte riguardo il trascorrere del tempo, il costo delle scelte fatte e delle strade non percorse, della gioventù che sfugge troppo velocemente, degli affetti che si allontanano. Ebbene se avesse trovato quelle parole avrebbe senz'altro serenamente emesso una sentenza di condanna nei confronti dell'esistenza, tanto più spietata quanto più se ne intravede la fine.

Alessia aveva abbandonato quel luogo da tempo.
Aveva smesso di aprire le lettere, di collezionare i punti al supermercato, di leggere le riviste, di parlare a cena. Si limitava a sciabattare mestamente per casa. O forse lui non era semplicemente più in grado di vedere neppure una briciola della splendida dignità della donna che da sempre lo aveva accompagnato, e che ancora, nonostante tutto, divideva senza fiatare quel polveroso letto.

Spense finalmente la tv e guardò l'orologio sul display del decoder, le undici e dieci.
Pensò che a quell'ora Manuel quasi di certo era ancora sveglio, a duemila chilometri di distanza, da solo a guardare un film, oppure insieme a quella famosa ragazza sconosciuta della quale un giorno durante una breve telefonata con sua madre aveva semplicemente dichiarato Sono due anni che la amo, quella donna sarà la madre dei miei figli anche se ancora lei non se ne convince, ma insisterò fino a che cederà.

Spense la luce e si avviò verso la stanza da letto, come ogni sera da quarant'anni.
Nel buio poteva sentire il leggero russare di Alessia.
Si addormentava profondamente in pochi minuti.
Pensò che non è vero quello che tutti dicono, che l'amore non ha età.
L'amore non ha età, dicono tutti.
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29 maggio 2012

Mentre eserciti di carta attraversavano la frontiera

Mentre eserciti di carta attraversavano la frontiera, noi stavamo in silenzio a scrutare l'orizzonte.
Sotto una pioggia sferzante avevamo deciso che nulla di brutto sarebbe accaduto se avessimo tenuto gli occhi aperti tutto il tempo, a turno. Se li avessimo tenuti aperti i fantasmi della notte non sarebbero apparsi.

Un tempo amavo giocare con le spade finte che mio cugino Dimitri forgiava con il legname avanzato dal vicino di casa, un valente falegname socialista. Era il gioco più bello del mondo combattere draghi e mettere in salvo donzelle immaginarie dalle bruciacchiature delle creature dell'ade a cavallo dei nostri destrieri a due ruote e catena e pedali.
Ma io ero solo lo scudiero, perché Dimitri era sempre il valoroso cavaliere che in uno slancio di impeto e d'ira riusciva a trafiggere il drago nel punto debole, facendolo stramazzare al suolo in mezzo a nuvole di zolfo.
Andava bene così però, perché essere parte dei giochi dei grandi era bene, fosse anche solo per reggere lo scudo, la spada nella fodera, ed i tramezzini nella bisaccia.
Altre volte avevamo le Colt.
Le sorelle costruivano le tende, ed era un mondo fantastico.
Uscivamo, e fuori c'era il deserto, i cactus, ed i Sioux. 
Qualcuno sarebbe morto di certo in quei giorni, nel deserto, un indiano, un fuorilegge.

Si era fatto tardi e decisi di tornare al fuoristrada. Per distrarmi dalla noia del lungo cammino provavo a ricostruire nella mia mente quei giorni perduti con Nadia e Dimitri.
A furia di camminare da solo sarei diventato un santone, non fosse stato per il fucile e la cartucciera.
Attraversando un boschetto intravidi un ronzante banchetto di mosche accanirsi sul corpo dilaniato di una lunga biscia nera. Scacciai gli insetti ed osservai da vicino la carcassa del disgustoso animale, che sebbene innocuo, ingenerava in me sempre un certo terrore.
Una volta, seduto su una pietra a fumare una sigaretta, un serpentello aveva risalito la mia gamba scivolando su a velocità folle. Ricordo l'insano orrore che mi aveva colto, e la corsa urlando come uno sciamannato con il cuore impazzito.
Sentii un rumore di rami spezzati al di là dei cespugli, nel boschetto.
Imbracciai e puntai e feci fuoco.
Silenzio.
Attraversai le sterpaglie ed eccolo lì, un uomo a terra con le mani sulla pancia, la mandibola serrata dal dolore. Respirava, era vivo ma pieno di pallettoni in pancia, non un bello spettacolo.
Non osai alzargli la camicia mimetica per dare un'occhiata.
Cazzo amico, cazzo! Che casino cazzo! Ora ti porto in ospedale benedettoiddio.
Mi guardò con un misto di odio e gratitudine.
Io lo avevo steso, ma d'altronde ero anche l'unico che poteva salvarlo.
Perché i cinghiali hanno la crosta dura e non vanno giù con un solo pallettone mal piazzato. Ma un uomo no, ci resta secco se impallinato da una decina di metri.
Mi ero proprio cacciato in un bel casino e lo sapevo, e per un attimo fui tentato di mollarlo lì e darmela a gambe. Fortunatamente i miei residui di umanità presero il sopravvento, ed a fatica lo sollevai sulle gambe e lo aiutai a trascinarsi fuori di lì.

Pezzo di stronzo, hai sparato senza guardare, mi hai quasi fatto fuori.
Il tizio cominciò pian piano a rianimarsi, ma ero terribilmente preoccupato perché perdeva una marea di sangue. Forse non si rendeva conto che rischiava di lasciarci le penne, lì, in quel bosco di merda.
Scusami cazzo, non so davvero cosa mi sia passato per la testa, avevo visto un fagiano poco prima.
Non avevo visto alcun fagiano, ma non sapevo proprio a che cazzo stavo pensando.
A Dimitri, a Nadia, alle tende, alle Colt, alle spade di legno, ai draghi.

Camminammo a passo lentissimo, e dopo poco più di un'ora mi sentii sfinito e frustrato.
Il tizio perdeva colorito, ed a tratti non riusciva a camminare, sveniva, si riprendeva.
Crollai anche io, deciso a riposarmi almeno qualche minuto.
Ehi amico non mollarmi dai, che per colpa tua finisco in galera. Se sopravvivi giuro che non sparerò mai più un colpo in vita mia. Ti regalo una cassa di Amaro del Capo. Ti pago la migliore squillo della Lituania.
Sorrisi, ma lui no.
Forse, dopotutto non morirà. Pensai. Se sopravvivi sarò il tuo miglior amico, giuro, giuro.
Gli buttai mezza borraccia d'acqua in faccia e si riprese come da un incubo, stralunato.
Ripartimmo.

La luce diminuì rapidamente e poi sparì del tutto, ed in lontananza intravidi la periferia della Grande Città.
Le fiamme dell'acciaieria illuminavano la sera dall'alto delle ciminiere.
Mancava poco, e mi sentii sollevato.
Normalmente odiavo la visione delle ciminiere, la fine del bosco e l'inizio della civiltà.
Ma quella sera, osservando il ballo eterno del gassoso fuoco blu, un raro entusiasmo mi montò dentro.
Il tizio camminava ancora, bianco come un lenzuolo, seriamente intenzionato a non lasciare questa terra. Aveva scorza senz'altro, e mi dispiacque avergli bucherellato le interiora scambiandolo per un pennuto. Doveva aver perso un po' la brocca, perché iniziò sommessamente a canticchiare una vecchia canzone, che mi fece tremare le gambe.
Lo guardai con stupore, e vidi che aveva il volto di mio padre, anzi ERA lui.
Cantava quella canzone quando era di buon umore, un'immagine vivida nei miei occhi..
Ma mio padre era morto.
Ricordo il momento in cui decisi di odiarlo per i suoi troppi sbagli: Basta papà, ora è troppo, basta così. Mi limitai semplicemente a dire.
Eppure odiare un padre è impossibile, ed ogni giorno che trascorrevo senza rivolgergli uno sguardo o una parola pregavo Dio perché non morisse. Non avrei potuto accettare di perderlo per l'eternità senza avergli detto almeno una volta quanto lo amavo.
Fu proprio così che andò.
Il tizio smise improvvisamente di canticchiare e sbiascicò qualche parola, tipo la strada
Zozzi, infangati, insanguinati e sfiniti, salimmo sul fuoristrada e lui si lasciò andare allo svenimento, conscio di aver superato il braccio di ferro con la morte.
Accesi il motore e pensai all'ospedale più vicino, poi partii a tavoletta.

Avevo quasi ucciso e poi salvato uno sconosciuto.
Ma non ero riuscito a salvare mio padre.
Sul lunotto le fiammelle blu riflettevano una strana danza.
Pensai a me e Nadia stretti stretti durante i temporali, intenti a tenere gli occhi spalancati per contrastare l'arrivo dei fantasmi della notte. Alle lunghe e coraggiose esplorazioni nei campi deserti, gli occhi puntati all'orizzonte, mentre giganteschi eserciti di carta attraversavano la frontiera.
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25 maggio 2012

Possa null'altro che felicità bussare alla tua porta

Portami in qualche posto carino, disse lei salendo in macchina.
Manuel aveva conosciuto Lucie pochi giorni prima, in pausa caffé. Lucie aveva appena iniziato uno stage di sei mesi postuniversitario, e, spaesata, si aggirava per la prima volta nel mondo del lavoro, degli uffici, delle gerarchie. Manuel prese un 42 dalla macchinetta e con la chiavetta, della quale lei non beneficiava, le offrì un caramelloso ginseng.

Per lui il periodo di déplacement era quasi terminato, ed a breve sarebbe rientrato in Italia all'ordinaria amministrazione. 
Io non sono come quegli stronzetti viziatelli che possono andarsene a fare l'erasmus cazzeggiando beatamente per un anno in qualche città spagnola, io all'università ho dovuto cagare sangue da studente lavoratore. Lo scientifico eh? Ma conosce il latino? Quel merdoso professore al secondo esame. Ficcateli in culo i brocardi, bastardo.

Lucie sorrideva nonostante la pioggia battente, ed immediatamente allungò le gambe come una ragazzina ed inizò a smanettare con l'autoradio, skippando una traccia dopo l'altra. Il disco era Come on Die Young, ed anche mettendo avanti all'infinito da lì non si sarebbe scappati per nulla al mondo.
Manuel d'altronde non aveva portato una gran collezione di dischi per quel lungo soggiorno, giusto i Mogwai, Nick Drake, qualcosa dei Radiohead. In un negozio di dischi ai Docks aveva comprato per pochi euro una raccolta di Tim Buckley.
Trovare un posto carino in una giornata ottobrina così macabra non sarebbe stato facile.
Manuel imboccò quasi senza pensarci il ponte di Normandia, e, nonostante le secchiate d'acqua sollevate dalle bisarche a passo d'uomo, non si poteva restare indifferenti allo spettacolo del fiume che diventa mare in uno scontro perenne tra acqua dolce ed acqua salata.
Ti sei mai chiesto come facciano i pesci a capire quando finisce il mare ed inizia il fiume e viceversa?
No, non se lo era mai chiesto.
Sai non credo ci sia un confine così netto, forse ci sono punti in cui il mare è un po' meno salato ed il fiume un po' più salato.
Ma non ne era certo per niente.

Quando parcheggiò ad Honfleur era già quasi buio, sebbene non fosse passata neppure mezz'ora dal momento in cui avevano timbrato il cartellino in uscita, salutando Bertrand, l'usciere di colore.
Girò intorno alla macchina con l'ombrello aperto, cavallerescamente, e si infilarono in un bistrò.
Lucie era dannatamente carina, anche se all'apparenza un po' stupida, ma forse era solo la giovane età.
Il suo abitino nero e le forme un po' generose mettevano Manuel in uno stato di esaltazione.
Lucie insistette per ordinare le lumache.
Devi succhiarle così dal guscio, in un colpo solo.
Ma è disgustoso, ecouerant!
Bevvero Chablis e Manuel un doppio Calvados che lo aiutava ad essere molto più sciolto di lingua, nel suo francese figlio dell'esperienza, e di modi.

Il ristorante La Petite Brocante era uno dei più conosciuti di Honfleur, e ad un tavolo poco distante erano seduti quattro colleghi decisamente abbevazzati, che avevano immediatamente individuato la coppietta atipica a lume di candela: l'ospite italiano e la giovane stagista puttanella.
Manuel si sentì gli occhi puntati addosso tutta la sera, immaginandosi il pettegolezzo del mattino successivo in sala relax. I rapporti di quel tipo non erano particolarmente benvenuti in azienda.
Poco male, pensò. Poco male, che cazzo me ne frega.
Al ritorno lo attendeva la sua noiosissima fidanzata.
E i sabato pomeriggio all'Ikea.

Uscirono a braccetto, fuori aveva smesso di piovere ed un vento ghiacciato sferzava il lungomare.
Passeggiarono un po', e Manuel le infilò la lingua in bocca e lei l'accolse con morbidità.
Non essendoci nessuno in giro Lucie gli infilò la mano nei pantaloni iniziando a tirargli una sega.
Lei aveva un sapore di buono.
Lui aveva il sapore del sigaro a causa della bruciacchiante dose di Calvados.
Hai capito la puttanella, neanche il tempo di limonare un po' e ce l'ha già in mano.
Come quella vacca che mi sbattevo ai tempi. Neanche il tempo di salire in macchina sotto casa e stava già spompinando, era un'idrovora.

Lucie non era particolarmente attratta da Manuel, ma era stato gentile, ed un lavoretto se lo meritava.
In quei giorni di merda, in quella città di merda, in quell'open space di merda, dove nessuna delle colleghe se la cagava neanche di striscio, perché era giovane e carina e formosa, dove i colleghi la guardavano come dei bavosi del cazzo. Almeno Manuel l'aveva fatta ridere, l'aveva portata fuori.
Certo, al suo rientro a Nancy non avrebbe detto niente al suo fidanzato.
Quel pallone gonfiato pezzo di merda naziskin.
Manuel le venne in mano, e si sporcarono entrambi.
Avrebbe avuto voglia di alzarle il vestitino, tirarle giù le calze e le mutandine e prenderla da dietro, ma forse era un po' troppo per un lungomare. Pensa se i colleghi fossero passati di lì.
E poi così eccitato e senza preservativo rischio veramente di fare un casino.
Tornarono indietro pieni di allegria, facendosi scherzetti, prendendosi in giro.
Manuel si sentì improvvisamente un po' innamorato di Lucie, della sua vitalità sorridente.
Una sensazione adolescenziale e rara per lui, e fu piacevolmente stupito da come le cose possano cambiare improvvisamente, di come si possa passare dal vuoto al pieno, dall'atmosfera allo spazio, dal fiume al mare.
La strinse a sé, lei ridacchiò, e lui le schioccò un bacio, tenero, affettuoso: giusto nel caso in cui non ci vedessimo mai più.

Appena salirono in macchina ricominciò a piovere a dirotto.
Lucie era stanca, e dopo pochi chilometri si addormentò.
Manuel vide sbucare la mercedes troppo tardi, quando ormai non c'era più nulla da fare per evitare l'impatto. Sembrava surreale essere centrati in pieno da un mostro nero lanciato a tutta velocità sotto la pioggia. Vide solamente per un attimo Lucie voltarsi verso di lui, incapace di comprendere quel momento, passando in un istante dall'acqua dolce del sogno, all'acqua salata della vita.
Manuel non percepì alcun dolore, non gridò, quando il lato guida venne polverizzato dal muso pesante dell'auto tedesca, sparando la berlina francese a diverse decine di metri di distanza.
Sentì solo stridore di metallo fragoroso ed assordante accartocciarsi orribilmente su di lui.
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22 maggio 2012

Lo scellerato patto di Raffaele Allovio

Raffaele Allovio accartocciò il documento contabile e si alzò repentinamente dalla scrivania, rovesciando la sedia a terra, che cadde fragorosamente scheggiandosi.
Il rumore rimbombò in tutta la villa, deserta.
Non c'era più niente da fare: l'indomani Raffaele avrebbe dovuto annunciare agli operai che la fabbrica avrebbe chiuso i battenti per sempre.

Suo padre, Gabriele Allovio, aveva avviato l'attività esattamente quarantacinque anni prima, sull'onda del glorioso boom edilizio che aveva segnato i favolosi anni sessanta.
La gente abbandonava le campagne per recarsi in città, e servivano case, moltissime case, per accogliere tutti.
E per fare le case servivano i mattoni.
Grazie a questa intuizione Gabriele, allora ventenne, in pochi anni era diventato ricchissimo, al punto tale da venir soprannominato "Il Principe del Mattone".
All'epoca era un semplice giovane muratore di umili origini, un po' rozzo e privo di istruzione, ma dotato di abilità e determinazione mirabili.
Aveva iniziato l'attività con un paio di operai e formidabile abnegazione, dividendosi tra le sfiancanti ore all'altoforno e la ricerca costante di palazzinari da rifornire.
In breve il commercio era diventato così fiorente da permettergli di assumere moltissimi operai a basso costo, e di abbandonare il forno per dedicarsi al lusso ed agli eccessi che da sempre aveva sognato.
Durante una sfarzosa vacanza a Cipro conobbe l'attrice francese Marie Perrau, sul set di un colossal in costume del grande regista Alberto Brandeburgo.
Il Principe del Mattone se ne innamorò perdutamente, e decise: questa donna sarà mia.
Marie, bellissima e sofisticata, si accingeva ad una sfolgorante carriera cinematografica.
Musa ed amante di Brandeburgo, in un primo momento non degnò neppure di uno sguardo il rozzo Gabriele Allovio. Ma lui, con la determinazione che contraddistingue l'uomo di campagna, si recò sul set ogni giorno per tre settimane portando in dono alla giovane attrice immensi mazzi di rose, magnifici cadeau di brillanti, cioccolatini del cacao più esotico e sfavillante dell'universo.
La bella Marie, un po' per tenerezza per quell'omaccione rozzo, un po' per vanità, e soprattutto per dare soddisfazione ai numerosi paparazzi che la seguivano perennemente, finì per cedere alle lusinghe di Gabriele.
Dalla breve e chiacchierata storia d'amore tra l'imprenditore italiano e l'attrice Marie Perrau nacque il primogenito Raffaele Allovio.

Sin dalla giovane età Raffaele mostrò di aver ereditato maggiormente i geni artistici e un po' mondani della madre, piuttosto che il carattere pragmatico e determinato del potente padre.
Frequentava i salotti bene della città, e soprattutto i foschi locali notturni dove si intratteneva in continue avventure amorose, tra fiumi di champagne e disco music.
Alla fine dei favolosi anni ottanta, il giovanissimo Raffaele era uno dei più famosi casanova della borghesia industriale, e spesso compariva nelle riviste scandalistiche da casalinga, immortalato al fianco della misteriosa amante di turno.
Era certo che quella vita agiata sarebbe durata in eterno, grazie all'infinita ricchezza che suo padre, "Il Principe del Mattone" continuava ad accumulare anno dopo anno.

Passò il tempo, ed un giorno Gabriele Allovio, ormai sessantenne, visibilmente dimagrito e stanco, convocò il figlio nel suo gigantesco studio, al primo piano della grande villa.
Figlio mio, il tempo dei giochi è finito. Mi è stato diagnosticato un male incurabile e quel maledetto medico mi ha dato si e no un paio di settimane di vita. Da domani, dirigerai tu lo stabilimento.
Raffaele ebbe la sensazione che un pugno invisibile lo avesse appena centrato in pieno stomaco: sentì mancare il fiato. Ma non aveva alternative, e, con riluttanza, accettò senza fiatare l'incarico. 
Sebbene in fin di vita, suo padre non era una persona alla quale era concesso rispondere con un rifiuto.

Il mattino dopo, di buon ora, indossato un abito di sartoria, salì sulla Maserati, e si recò per la prima volta allo stabilimento in qualità di direttore.
Non fu facile all'inizio, gli amici reclamavano la sua presenza nei fumosi dancing della città, le donne interessate lo stuzzicavano con scherzetti e provocazioni.
Ma Raffaele maturò, assistette il padre negli ultimi giorni, ed imparò pian piano a dirigere l'azienda, facendosi accettare e stimare dagli operai, dapprima diffidenti nei suoi confronti.
Questi, nel tempo, impararono ad apprezzarne la bonarietà, rispetto al carattere burbero del suo temuto predecessore.
E, pur se non con lo sfarzo dei favolosi anni sessanta, la fabbrica di mattoni continuò la sua attività.
Ma un giorno nella grande città tutti smisero di costruire case.
Le altissime gru che da sempre avevano fatto parte del paesaggio come animali preistorici e spaventosi vennero smantellate.
La gente, stanca del caos e dell'inquinamento, decise di tornare alle campagne.
Nessuno voleva più i mattoni di Raffaele Allovio.
E per continuare a pagare i dipendenti fu costretto a ricorrere a numerosi prestiti e cambiali.
Ipotecò anche la grande villa e il suo sfarzoso giardino.
Svendette la sua collezione di automobili.

Marcus Zoenberg Sachs III, avido direttore della Banca Popolare dei Tre Cantoni, accolse Raffaele con un sorriso inquietante e demoniaco.
Carissimo Allovio, lei è nostro stimato cliente da moltissimi anni, e prima di lei suo padre. E' per questo consolidato rapporto che abbiamo deciso di concederle un termine più ampio per il rientro del finaziamento. Sono felice di comunicarle che ha ancora una settimana a partire da ieri.
Trascorsi sette giorni la banca spedì una comunicazione a Raffaele: il tempo era scaduto. 
L'istituto avrebbe preso in consegna tutti i beni, chiuso lo stabilimento ed utilizzato il terreno per costruire un Centro Commerciale o una Chiesa. 
Ironia della sorte, sarebbero serviti i mattoni di Raffaele.

Sollevò la sedia ferendosi le mani a causa delle schegge di legno.
Raffaele pianse, non per la ferita, ma per l'umiliazione, e per il dispiacere di dover abbandonare alla loro sorte i suoi affezionati operai. 
Decise di ubriacarsi come non faceva da anni, dai tempi delle lunghe serate nei night e nelle discoteche.
Bevve almeno una bottiglia di grappa, e mezza di vino rosso.

Poi, per smaltire la sbronza, a notte fonda, uscì per strada.
La grande città era deserta e silenziosa, come in un film.
Camminò per qualche chilometro, finché, stanco e ubriaco, si sedette ad una fermata del trenta barrato.
Un uomo anziano e dal volto amichevole lo avvicinò.
Tu hai bisogno del mio aiuto mio caro.
E tu chi diavolo sei? 
Sono proprio io, il più grande degli strozzini, il supremo usuraio.
E cosa diavolo vuoi da me? Ormai è troppo tardi, la banca mi ha tolto tutto.
Io posso salvarti, posso salvare la fabbrica e gli operai. Ma ogni anno, in questo stesso giorno, mi pagherai una rata del tuo debito, finché vivrai.
E come potrò pagarti?
L'anziano rassicurante avvicinò le labbra all'orecchio di Raffaele, e sussurrò i termini del contratto.
Raffaele, disperato e un po' scettico, accettò senza riserve.

E fu così che Raffaele Allovio vendette l'anima al diavolo per salvare il suo stabilimento.

Il mattino successivo, nonostante il mal di testa fulminante, Raffaele riuscì a sentire il trillo del suo telefono cellulare.
Rispose, biascicando.
Dall'altra parte della cornetta c'era l'imprenditore e senatore a vita Tettanzio Magnasordi, il quale gli richiedeva la più mastodontica commessa di mattoni della storia, necessaria per la costruzione della Nuova Grande Città, un visionario progetto finalizzato a richiamare la gente dalle campagne.
Decine di altissimi condomini a cubicoli, tutti identici, avrebbero costellato il suolo circostante lo stabilimento.
Raffaele Allovio, incredulo, esultò e pianse di gioia, correndo per tutta la villa, ormai disadorna dei mobili pignorati.
Finché un fugace ricordo della sera precedente lo fulminò. 
E' successo davvero? Oppure ho sognato tutto?

Corse alla fabbrica.
Gli operai lo accolsero sbracciando con disperazione.
Un addetto del turno di notte era inciampato e caduto nella fornace insieme all'impasto per i mattoni.
L'addetto, un ventenne assunto da poco, era stato polverizzato all'istante dalle fiamme ad oltre quattromila gradi, e le sue ceneri ora giacevano in una partita di splendidi mattoni rossi, lasciati lì, ad essiccare.
Avrebbero fatto parte della prima palazzina della Nuova Grande Città.
Raffaele Allovio decise che si trattava di un tragico caso, di un fatale incidente che nelle industrie accadono spesso, anche quando si adottano tutte le misure di sicurezza possibili.
Ciò che contava era aver salvato l'attività, ed il lavoro dei suoi fidati operai... tranne uno.
Ma segretamente temeva di non aver solamente sognato il vecchio rassicurante.

Nei mesi vorticosi che succedettero quella fatidica notte, l'attività andò avanti in maniera serrata.
Ogni giorno diversi camion delle ditte di costruzione venivano a caricare i mattoni, ed in breve la sagoma della prima palazzina iniziò a stagliarsi inquietante nel cielo, come uno scheletro.
In meno di un anno Tettanzio Magnasordi con il suo seguito di preti e politici venne ad inaugurare il condominio, e consegnò personalmente le chiavi del primo appartamento ad una delle famiglie di ritorno dalla campagna.
Il visionario progetto del Senatore stava realizzandosi sotto gli occhi di tutti.

Le cose andavano a gonfie vele, e Raffaele Allovio dimenticò quello che era accaduto, ed il suo debito.
Finché, esattamente un anno dopo, un altro operaio cadde nella fornace.
Ci furono numerosi indagini delle autorità, ma gli ispettori del ministero, opportunamente foraggiati dal Senatore, non rilevarono alcuna irregolarità.
Un tragico incidente, un fatale caso, fu detto.
Regolarmente, anno dopo anno, la fatalità si ripeté.
Le palazzine aumentavano, e gli operai di Raffaele Allovio diminuivano.
Ma Raffaele sapeva che quello era il prezzo da pagare per garantire ai suoi operai un futuro per loro e per le loro famiglie. Nonostante i terribili sensi di colpa, proseguì l'attività, e rispettò il suo patto.

Dopo un tempo lunghissimo la Nuova Grande Città fu completata.
I discendenti degli operai dello stabilimento vi risiedevano.
Il luogo brulicava di vita, di amori, di commerciò, di felicità e di infelicità.
Dove prima non c'era che terra incolta, adesso si consumava il miracolo della società.
Raffaele Allovio, ormai molto vecchio, salì sul tetto del capannone: lo stabilimento era deserto.
Tutti gli operai erano andati in pensione, ed era rimasto solo lui a completare le ultime commesse.
L'indomani sarebbero state posati gli ultimi mattoni, ed inaugurato l'edificio più grande ed alto della città, alla presenza di Tettanzio Magnasordi Jr, e del suo seguito di grassi preti e politici.

Raffaele guardò la città, che come in una notte di tanti anni prima appariva deserta e silenziosa.
Le sagome dei palazzi si stagliavano sul cielo stellato come gigantesche lapidi.
Ognuno di essi era costruito con le ceneri di un amico.
La Nuova Grande Città era un gigantesco cimitero.
Raffaele Allovio trattenne il fiato, e per un attimo gli parve di sentire le voci dei suoi operai, innocenti sacrificati alla bestia, al dio denaro.
Sorrise loro, domandò perdono.
Sarò con voi, amici miei.
Ma forse era solo il vento tra i palazzi, nel momento in cui Raffaele Allovio si lasciava cadere nella fornace, nelle fiamme eterne.
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19 maggio 2012

Che qualche svogliata carezza

C'é una tizia che gira per casa mia e sono terrorizzato.

Tra le varie decisioni che periodicamente prendo, senza troppa convinzione, una è stata qualle di limitare i danni in amore. L'altra è stata bere meno, e vi lascio immaginare come è andata.
Comunque sia limitare i danni in amore è molto più facile che bere meno.
In prima battuta io non sono propriamente Brad Pitt e questo mi aiuta. Comunque piaccio abbastanza, sarà per quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così, che abbiamo noi, bla bla bla.
In seconda battuta perché per me bere meno è praticamente impossibile senza un'accurata terapia..
In effetti, quando non bevo, mi sento depresso.
Quando non sono innamorato, invece, mi sento normale.

Ma ultimamente al mattino apro gli occhi, dopo le mie sonore russate e lei è lì, sdraiata accanto a me che dorme serenamente. Con il cuore in gola, ed il terrore che mi attanaglia e mi serra la mandibola, con la testa frullata dal vino di prugne della sera prima (la mia nuova passione, il vino di prugne, che mischio con vino rosso da cucina), cerco di uscire dal letto senza che lei se ne accorga.
Potrei anche tentare di soffocarla col cuscino, ma poi dovrei far sparire il cadavere, e non è facile in centro a Milano. A Milano differenziano tutto, in che diavolo di cassonetto dovrei mettere un cadavere?

Io al mattino adoro fare la cacca mangiando un buondì, facendo scorrere l'acqua calda della doccia per creare la giusta quantità di vapore nel bagno.
Ma neanche il tempo di abbattere la sonora erezione del risveglio, saltellando a piedi scalzi verso il bagno, e la tizia dal sonno profondo è immediatamente operativa e spignatta in cucina (se mi è concesso chiamarla cucina) per preparare la colazione.
La guardo con preoccupazione.
In cucina (d'ora in avanti la chiameremo così per brevità) gli oggetti iniziano ad avere una collocazione fissa.
E' comparso persino un coso che taglia le verdure "alajulienne".
Non c'é più l'alone opaco di detersivo sui bicchieri lavati.
Gli strofinacci sono ripiegati a metà.

Mi vesto frettolosamente e salto sulla bici per recarmi al mio amato lavoro.
Lì sto bene perché tutti sanno che sono un pezzo di merda carrierista, e che sarei disposto ad ucciderli uno per uno con una mannaia per un minimo avanzamento di carriera, e quindi mi stanno alla larga.
Ogni tanto "la laida" della contabilità generale, fa il giro degli uffici per far vedere la minigonna girotopa ed il tacco con il plateau. Sta cosa del plateau non mi convince, fa molto travestito.
Un giorno metterà una minigonna così corta che le spunteranno fuori le palle, ed allora capiremo tutto.
Comunque "la laida" non è malaccio, ha quel qualcosa di vagamente zozzo e morboso che affascina tutti noi.
E' una zoccola da film porno amatoriale, quelli in cui gli attori hanno le mascherine di topolino e minnie.

Intorno alle 19.00, dopo il quotidiano aperitivo con Fabio, responsabile amministrativo, (per me doppia birra media doppio malto, per lui doppio gin tonic con doppio gin), me ne vado a casa.
Mi aggiro sospettosamente nell'androne del palazzo per qualche minuto, per vedere se c'é vita nell'appartamento. Lei potrebbe essere lì dentro in agguato.
Fino a quel momento della giornata me ne dimentico, abituato come sono a stare solo e beato come un cane.
Ora nuovamente il terrore si impadronisce di me: in casa mia c'é una sconosciuta.
Una che pretende di mettere a posto la mia vita e le mie cose.
Una che mette le bucce di mandarino nel mio tabacco per farlo profumare.
Una che guarda i telefilm di MTV mentre io dovrei guardare Squadra Cobra 11, o giocare a Operation Flashpoint.
Una che mentre sono lì che guardo Squadra Cobra 11, mi prepara le polpettine di Tofu.
Già il fatto che si ricordi che io non mangio carne mi fa incazzare come una bestia.
Ma le polpettine di Tofu diocane!

Il mio vero lavoro è tenere unita la famiglia.
Torno appena posso perché la mia famiglia non esiste più, è come se una granata a frammentazione fosse esplosa anni fa, e noi ci stessimo tenendo le budella con le mani. 
Se alzassimo le braccia verrebbe fuori tutto l'intestino e moriremmo all'istante. 
Chissà se potremo tenerci stretti le interiora per tutta la vita.
Non posso contare su mia sorella che ha altri casini, tra i figli e il marito malato.
Mia madre sta a pezzi.
Mio padre è nella merda.
Io tendenzialmente sono un disastro, e vorrei lavarmene la mani lasciando ognuno al suo destino, ma il mio senso di responsabilità nei loro confronti è troppo forte.
Forse questo senso di responsabilità si sfracellerà il giorno della cirrosi epatica.

Comunque siccome sono un vero stronzo ho pensato che per farla uscire da casa mia dovevo comportarmi come tale.
Lunedì sera, quando lei era a cena dai suoi e dormiva lì, sono uscito con una.
Ho conosciuto questa tipa ad un aperitivo in cui eravamo seduti a fianco, e mi è sembrata interessante perché parlava molto di letteratura figa.
Dopo cena siamo saliti da me e me la sono scopata.
Solo che questa rientra nella categoria di quelle che si eccitano dicendo porcate mentre le scopi.
Quindi dopo circa due ore che ci conoscevamo, e una ventina di minuti di sesso, standomi sopra, mi dice una roba tipo: "l'altra sera ho brindato con la sborra".
Ora, a parte che una cosa così fa veramente cagna maledetta, mi è venuto quasi spontaneo chiederle (tutto ciò mentre ce l'avevo dentro): "quanti eravate?".
Lei mi ha fatto una faccia schifata modello "mi hai preso per una puttana?", ma diamine, mi è venuto proprio di riflesso chiederlo.
Poi se n'é andata ed io mi sono messo a fumare qualche sigaretta, ed a pensare ad una ragazza che amo, all'amore ed a fare l'amore almeno ogni tanto, guardandosi negli occhi, sorridendosi, baciandosi, senza dire nulla.

La sera dopo la tizia che gira per casa mia era di nuovo lì.
Affettuosa e fastidiosamente premurosa come sempre.
Mi sono messo a mangiare l'insalatina con il tofu avanzato e l'ho guardata con un profondo senso di gratitudine e pace, e con la consapevolezza di essere inadeguato, di aver ricevuto un regalo immeritato.
Lei è uno strano animale che si prende cura di uno stranissimo animale.

Io d'altra parte sono depresso.
Perché quando non sono innamorato sto normale.
Ma lei non mi fa bere abbastanza,
e quando io non bevo abbastanza allora
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24 aprile 2012

Il lungo inverno (Capitolo terzo)

Ed eccomi qua, intontito, dolorante, incredulo, immobile, ingessato.
Il post operatorio è uno stato affascinante: si trascorrono lunghissime ore in stato di catalessi totale a fare strani sogni. Gli antidolorifici fanno il resto: oblio totale.

Uno dei sogni stranamente realistici vede mia madre ripetermi a mo' di mantra: "Fai nuoto, che ti fa bene per l'asma e per le spalle.. Fai nuoto, che ti fa bene per l'asma e per le spalle..", fino a che la sua voce non diventa una sorta di litania. Io fuggo con gli occhi gonfi di lacrime, ticchettando sul pavimento di marmo con le lucidissime Copa Mundial ai piedi, e nelle narici l'odore forte del grasso di foca (pausa nella narrazione, l'autore va a documentarsi sulla natura del grasso di foca, e poi allibisce pensando a quei simpatici animaletti massacrati per le mie Copa Mundial).
Secondo sogno realistico: Nina che mi costringe a spogliarmi in pubblico, ed il mio pene diventa grande quanto una lumachina intirizzita. Lei ride, tutti ridono. Ed allora vorrei smenazzarmelo per mostrare la mia imponente verga nel pieno del suo turgore, ma non c'é niente da fare, è moscio, raccolto, invisibile.
Terzo sogno dannatamente realistico: il Maresciallo Tito che si suicida.
Il Maresciallo Tito era il mio cane, un magnifico spinone maculato.
Naturalmente non si è suicidato, è andato nel paradiso canino alla veneranda età di quindici anni, stroncato da una overdose di cioccolato fondente, rubato dalla borsa di mia madre e fagocitato con sommo estremo piacere nel giro di pochi secondi.
Ma nel sogno il Maresciallo Tito assume il cioccolato lentamente, sdraiato su una chaise long vittoriana, discutendo con me dell'immortalità dell'anima, così come Socrate bevve la cicuta per obbedire alle leggi dello stato.

Insomma, sogni agitati prima del ritorno alla consapevolezza.
Finiti gli antidolorifici c'é una sola cosa: dolore.
Dolore ancestrale, continuo, torturante.
Poi anche questo si assottiglia, e resta la subdola paura del dolore, che ti fa diventare immediatamente un vecchio, che ti gela il sangue ogni volta che senti un cigolio, uno scrocchiare improprio delle articolazioni.

Fino al momento in cui ti dicono: ok, puoi andartene a casa.
Nei rari momenti di lucidità ho ponderato con attenzione riguardo il luogo in cui avrei voluto trascorrere la mia lunga convalescenza.
Di certo non posso andare a casa dei miei, luogo caotico come un bazar di Istanbul. 
Già mi vedo, immobilizzato in salotto, con quello stronzo di mio padre che parla contemporaneamente a due cellulari (cliente con uno, amante con l'altro), mia madre che continua a sfornare manicaretti, telegiornale, nipoti rumorosi e demoniaci che scorazzano, e poi i parenti di passaggio, la nonna con badante marocchina e ficcanaso nel weekend, la donna delle pulizie maldestra.
Io ho bisogno di tranquillità, e soprattutto di privacy.

Con papà tra l'altro le cose sono precipitate drammaticamente.
Non ci parliamo quasi più, lui sa che io ho beccato le sue tresche, e mi teme fottutamente.
Ogni volta che apre bocca io lo fulmino con una delle mie frecciate così taglienti da gelare il sangue, ed ogni volta la mia anima si annerisce, nella consapevolezza di pronunciare parole colme di disprezzo e di sarcasmo nei confronti di mio padre. Ma allora perché lo fa? Perché non torna sulla retta via?

In sostanza, l'opzione convalescenza a casa dei miei non è fattibile.

D'altra parte stare a casa di Nina potrebbe essere non meno problematico.
Alcuni pro ci sarebbero: i suoi magnifici pompini, e la possibilità di skillarmi come un dannato a World of Warcraft quando lei è al lavoro. 
Ma il sogno realistico numero due, unitamente all'idea di dover sopportare senza via di scampo le sue sfuriate quotidiane accentuate dalla responsabilità di un figlio e di un compagno invalido e senza reddito, mi rendono alquanto scettico riguardo l'ipotesi di sopravvivere ad un'esperienza simile.
Avete presente "Misery non deve morire"?

Ma poi all'improvviso il fulmine a ciel sereno.
L'illuminazione.
La salvezza.
Come diavolo ho fatto a non pensarci prima?
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16 aprile 2012

Il lungo inverno (Capitolo secondo)

In quel periodo stavo insieme ad una ragazza più grande di me di qualche anno, Nina.
Nina era carina e completamente pazza.

Ci siamo conosciuti alla tipica festa tardo-adolescenziale, dove maschi trentenni stonfati di alcool provano a rimorchiare donne ultratrentenni uscite da storie problematiche.
Dopo la più banale delle conversazioni ci siamo trovati a limonare squallidamente su un divano, e poi, a tarda notte, con la scusa di accompagnarla a casa in macchina, abbiamo fatto sesso sul sedile del passeggero. Una furia cieca, Nina.

L'inizio non propriamente romantico lasciava presagire un futuro altrettanto spiccio.
Dopo qualche settimana di frequentazione mi trasferii a casa sua, un piccolo appartamento in periferia che condivideva con il figliolo di quattro anni, Tommaso, un bambino abbastanza schizoide e per niente socievole.
Il padre, un pallanuotista palesemente ritardato, veniva a trovarlo senza troppo entusiasmo ogni weekend.
Da par mio non è che facessi il padre, era più come avere un coinquilino in miniatura con il quale non puoi neanche farti una birra. Io non davo troppo fastidio a lui (anzi a volte facevo anche finta di prendermene cura) e lui non ne dava assolutamente a me. 
Nina però era la più paranoica delle madri: ogni volta che Tommaso correva per più di trenta secondi, verificava lo stato della sua sudorazione che, ove non controllato costantemente, avrebbe di certo causato la prematura morte del ragazzino.
E poi litigavamo per ogni minima cosa. E come poteva essere diversamente? Un trentenne indolente, sfaticato e pigrissimo, insieme ad una madre trentacinquenne frustrata ed insoddisfatta.
L'argomento principale di discussione erano i videogames: lei usciva per andare al lavoro, ed io giocavo ai videogames. Rientrava otto ore dopo, e mi trovava impegnato nella stessa medesima attività.
Io, con la spudoratezza che mi contraddistingue, millantavo di essermi appena messo a giocare.
Una guerriglia costante che penalizzava non poco le mie performance a World of Warcraft.

Nina tendenzialmente odiava me meno del resto del mondo, al di fuori naturalmente di Tommaso, che venerava come un piccolo Buddha.
Odiava i genitori, per motivi che spesso mi raccontava ma che non ho mai colto fino in fondo. La madre non era mai definita come "mamma", ma principalmente come "la stronza", o "quella stronza".
Odiava le colleghe al supermercato dove lavorava. Soprattutto una certa Roberta, che, a suo dire, sarebbe passata dal banco pesce agli uffici amministrativi grazie ad una gerarchica trafila di pompini.
Odiava i vicini, rumorosi e sparapose, e non mancava di escogitare piccoli dispetti quotidiani nei loro confronti, come buttare le sigarette sul balcone di fianco, o fare la lavatrice ad ore impensabili.
Odiava inoltre i cani, i vecchi, il rumore del frigorifero, i peli nella vasca, l'autobus delle sette e venti, il calcio, i film d'autore, la musica tutta, le elezioni politiche, le passeggiate, la birra, il cibo etnico, gli specchi che ingrassano, le commesse dei negozi, i miei amici tutti, una miriade di altre cose, e Roberto Benigni.
Nessuno in Italia odia davvero Roberto Benigni, al limite può stare un po' antipatico.
Invece no, l'odio di Nina per lui era sincero e profondo.

Insomma, non eravamo proprio fatti per stare insieme.
Eppure il giorno della triade infausta convivevo con lei da circa due anni.
Perché mai, vi chiederete? 
Primo, perché ero caduto nella sua trappola dorata, fatta di fantastica biancheria intima.
Secondo, perché avevo troppa paura di quello che avrebbe potuto farmi se avessi manifestato l'intenzione di lasciarla. Non l'avete vista, voi, nei giorni no, affettare la bistecca con un coltellaccio da cucina.
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10 aprile 2012

Il lungo inverno (Capitolo primo)

Ora che siamo qui, sdraiati su questo prato in un magnifico giorno di Maggio, a goderci il sole caldo e il vento tra gli alberi ho la certezza che si, il lungo inverno è finalmente finito. 
Sotto di noi il pendio scosceso, i colori sfumati della primavera avanzata, che più in basso diventano pastello di case, ed ancora più giù diventano blu di mare.
Immaginate la mia storia come uno di quei film indipendenti degli ultimi anni, e questa come la scena iniziale e finale allo stesso tempo: la camera parte su un campo stretto su noi due e poi si allarga allontanandosi lentamente, mentre una musica fatta di rullante, chitarra pulita, pianoforte e violino (suonata da uno sconosciuto ma emergente gruppo indierock) accompagna il nostro diventare due puntini immobili ed indefiniti nell'infinito verde e blu che ci circonda.

Tutto inizia il giorno in cui in una partita di calcetto tra amici centrai in pieno la famosa triade infausta: lesione del legamento collaterale, crociato anteriore, e menisco.
La mia carriera di calciatore semiprofessionista si era interrotta anzitempo diversi anni prima, a causa dell'evidente limitatezza del mio controllo di palla, ed alla scarsa voglia di allenarmi con regolarità. 
Per sfogare quindi la voglia di calcio giocato che affligge la maggioranza degli esemplari di sesso maschile italiani in età compresa tra i sette ed in settanta, non mi restava altra scelta che dedicarmi alla classica partitella di calcetto tra amici della domenica pomeriggio.
Lo spettro di soggetti che calca i campi di calcetto la domenica pomeriggio è quantomai ampio: dal ventenne in forma campionato, al quarantenne obeso, al trentenne fiacco come me.
Quella domenica mi recai all'appuntamento con il consueto entusiasmo, felice di poter far valere come ogni settimana il mio perentorio stacco, l'anticipo assassino "palla o morte", che mi avevano reso tristemente noto sui campi di tutta la regione, fino a farmi battezzare come il "Pablo Montero della Riviera".

La telecronaca immaginaria sarebbe stata pressapoco così.
Siamo al cinquantesimo minuto di gioco di questa appassionante classicissima tra scapoli ed ammogliati che vede in vantaggio gli scapoli per dodici reti ad una. 
Un pubblico delle grandi occasioni scalda i valorosi in campo, inquadrata sugli spalti la bellissima moglie del commercialista Branzini con i due figlioli, ed al suo fianco possiamo individuare l'ennesima fiamma dell'avvocato civilista Pericu, il quale proprio in questo momento (maglietta di Kakà) lancia un bel pallone in profondità. Ma ecco che il fulmineo Pablo Montero della Riviera capisce tutto ed a falcate imperiose sembra poter anticipare l'attaccante avversario. Ma, attenzione! L'attaccante avversario, il temuto Panzer, non si avvede dell'anticipo e calcia a vuoto mancando clamorosamente il pallone e centrando in pieno l'elegante difensore che rovina con un tonfo spaventoso al suolo.
Amici l'infortunio sembra grave a giudicare dalla sua smorfia di dolore!
Il pubblico impietrito assiste alla scena, mentre noi lasciamo la linea ad un minispot.

E fu così che centrai la mitologica triade infausta.
Dopo una nottata di dolore mostruoso con una confezione di fagioli congelati sul ginocchio, durante la quale meditai di amputarmi la gamba con un coltellaccio da cucina, decisi di recarmi di buon ora al pronto soccorso locale. 
Il medico di turno, un giovanotto inesperto e saccente, mi tastò per pochi istanti prima di sentenziare con distaccata professionalità: "è da operare".
Odio profondamente i medici di turno, perché sono completamente assuefatti ed insensibili al dolore altrui, e si lanciano in diagnosi affrettate nonostante tu pensi di meritarti almeno un centinaio di esami, tra raggi, risonanze magnetiche, consulti tra luminari, prima di prendere una decisione così grave.

In quei momenti frenetici pochi ma definiti pensieri ti affollano la mente.
1) Rimarrò zoppo per tutta la vita con pezzi di ferro nel ginocchio.
2) Avrò un sacco di tempo per giocare ai videogiochi.
3) Voglio la mamma.

Il lungo inverno era alle porte, ed io mi apprestavo ad una dolorosa operazione chirurgica.
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09 marzo 2012

Zinédine Zidane

Il semaforo è rosso per i pedoni, ed un papà tiene suo figlio per mano.
Il bambino ha una bellissima divisa del Milan e lucide scarpe, fresche del manto erboso di un freddo inizio di Marzo. Ieri sera sua maestà Leo Messi ha segnato cinque gol ai malcapitati del Bayern Leverkusen negli ottavi di finale della Coppa dei Campioni.
"Pensa", dice il padre al figlio, "che persino Gerd Muller, uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi, era riuscito a segnarne solamente quattro in una partita". 
Non si accorgono delle mie mani nere che stringono il manubrio della bicicletta, i piedi pronti a guizzare sui pedali non appena il semaforo diventerà verde.

Io mi ricordo, ed è un ricordo bellissimo, che lo sconosciuto Salenko, centravanti dell'Urss, aveva infilato cinque pappine al Camerun nel girone di qualificazione dei mondiali. Era riuscito a diventare capocannoniere di quel campionato insieme al figlio di Dio bulgaro.

Mi volto, e li guardo sparire lentamente, percorrendo a tutta velocità Via Unione Sovietica, beffardamente invasa di ristoranti cinesi.

Mi svesto della corazza e faccio la mia quotidiana analisi dei danni, prendendo nota della progressione della marciscenza. Sotto la barba folta la pelle del viso annerisce, così come le orecchie, le mani ed i piedi, che ormai appaiono come indistinguibili parti putride e moriture. 

Completamente nudo mi accuccio in posizione fetale sotto il getto bollente della doccia, mentre con la spazzola ferrata cerco di rimuovere un po' di squame dalla pelle. E' un'operazione insopportabilmente dolorosa ma necessaria per evitare di svegliarmi domattina coperto da un infame vello di croste.

Solo la pancia, orribilmente sproporzionata su un corpo prematuramente vecchio, appare tronfia e violacea.

I pochi medici che hanno voluto azzardare una diagnosi sostengono si tratti di una sindrome rarissima, che colpisce solamente pochi alcolisti al mondo. E' come una decomposizione prematura del corpo.
Morte dell'anima, la chiamo io. 
Se l'anima muore, il corpo non può sopravvivere.

Lavato e spazzolato, immerso nella mia reclusione blindata, posso finalmente attaccarmi ad una bottiglia di vino economico. Ogni sorso che butto giù, posso sentire il mio esofago rattrappirsi inesorabilmente, i miei reni spurgare, e le mie unghie cadere.
Sono solo le nove, sono completamente ubriaco, e decido di mettermi a letto.
Come ogni sera, prima di cadere nel consueto sonno granitico, non riposante, senza sogni, sfoglio l'album di fotografie.
Un garofano bianco per dirti che mai potrò trovare una persona come te.
Un iris giallo per la passione che tu scaturisci in me.
Un delfino blu simbolo della serenità tu sai darmi, del sole che vedo nei tuoi occhi e nel tuo sorriso.
Prima di spegnermi, riesco ancora a ridere amaramente di me stesso.
Vorrei ammazzarmi, ma ho la sensazione che questo sia comunque l'ultimo giorno della mia vita.

Dormo. Dormo. Dormo. 
Dormo per giorni interi, tengo il telefono cellulare spento, così che i miei datori di lavoro non possano chiamarmi e chiedermi "dove cazzo sei". Forse avranno già preparato la lettera di licenziamento, o pensato che io sia morto.
A volte ho la sensazione di essere sveglio, e mi accorgo di avere una febbre altissima.
Non riesco neppure a muovere un dito.
Il mio corpo spurga, le coperte sono nere come la mia anima morta.
Poi mi riaddormento come un sasso.

Dopo una settimana i miei genitori suonano al campanello. 
So che sono loro perché da mesi nessun altro più mi rivolge la parola.
Suonano e battono ripetutamente, e credo chiameranno i pompieri se non mi sbrigo a dare un segno di vita.
Raduno tutte le mie energie, mi alzo e mi avvicino alla porta senza aprirla.
"Sto bene, datemi solo qualche giorno per rimettermi in sesto".
La testa mi gira violentemente e pur sentendo lo stomaco in fiamme non ho il coraggio di avvicinarmi alle merendine, o al frigo pieno di bottiglie.

Passano altri giorni immobili, interminabili.
Finché un ignoto impulso elettrico riattiva nuovamente il mio cervello.
Mi alzo di scatto, con le gambe e la schiena terribilmente indolenzite. Mi volto verso il letto ed un conato di vomito mi assale, mi sono pisciato addosso per giorni, l'odore è insopportabile.
Dopo una doccia trovo la forza di guardarmi allo specchio per la prima volta dopo oltre dieci giorni.
E' tutto passato, non sto più marcendo, non ho più croste né putrescenze, la mia vecchia pelle giace senza vita sulle lenzuola e sul fondo della vasca da bagno.
La mia pelle sembra nuova e splendida, i miei occhi vivi.
E' mattino, fuori, una gran luce.

Oggi metterò un abito buono, passerò in ufficio a prendere le mie cose ed a salutare i colleghi.
Farò un giro di librerie a comprare qualche copia del mio primo libro, anche se non sarebbe necessario, dato il grande successo di vendite.
Con i soldi voglio comprare una casa isolata in montagna, o magari in Argentina. 
Ora che posso, ora che sono uno scrittore vero.
Finalmente non devo più sedermi ad una scrivania e rispondere al telefono, chiavare donne mediocri, condividere i miei pensieri con finti amici artistoidi, che compensano la loro assoluta mancanza di talento attraverso costose reflex o altrettanto costosi corsi di canto, abbruttirmi col vino scadente per dimenticare le giornate trascorse e l'aver perso l'unica persona che amo.
Potrò permettermi di non scrivere mai più uno di quei disgustosi messaggini sul cellulare.
Fare la spesa negli ipermercati.

Cammino tronfio, certo di essere un superuomo, figlio della metamorfosi da larva a farfalla.
Nel parco metto un piede sui resti di un piccione sfracellato, calpestato da innumerevoli biciclette.
Le sue interiora viscide hanno la stessa consistenza della mia pelle.
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29 febbraio 2012

La vera storia di Ivan Ivanovich III, paperonauta

Questa è la storia di Ivan Ivanovich III, il più famoso paperonauta di tutti i tempi.
Essere un paperonauta è un grande privilegio, ed allo stesso tempo un importante fardello. 
Perché, sin dalla nascita, ogni membro della stirpe dei paperonauti ha un sol, unico, obiettivo: lo spazio.

Ivan Ivanovich III aveva poche lune quando suo padre, il generale Ivan Ivanovich II, glorioso e pluridecorato aviatore di guerra, lo prese con sé, distaccandolo dall'affetto della madre e dai giochi spensierati dei fratelli. 
In una notte stellata e freddissima alle porte della città nuova, il severo padre, che mai concedeva gesti d'affetto,  pose con ferma gentilezza l'ala sul piccolo, sollevandogli il becco in direzione dell'infinito blu.
"Quello, figlio mio, sarà la tua casa. Ci guarderai da lassù, e noi tutti, io, tua madre, i tuoi fratelli, ed il mondo intero, saremo orgogliosi di te".

Da quella notte la vita di Ivan Ivanovich III fu diversa da quella di tutti gli altri piccoli. 
Negli anni che seguirono, non vi furono giochi, né affetto materno, né comodi giacigli, ma solo duro e rigido addestramento sotto la guida dell'inflessibile padre. 

Con il passare di molte lune, il giovane paperonauta si fece sempre più bello e forte, ed in lui crebbe l'ardore ed il desiderio di conquistare la galassia, e di posare su ogni pianeta la bandiera rossa dell'impero dei Paperi.
Alle volte alzava il superbo becco verso i pianeti, e chiudendo gli occhi poteva immaginarsi volteggiare leggero e libero dall'impacciatezza palmata dei suoi simili.
Altre volte, invece, sentiva il peso della grande responsabilità di essere membro di così nobile stirpe, e cercava conforto nel padre, unico suo contatto umano, il quale, sprezzante, derideva tali momenti di pusillanime debolezza.
"Ricordati sempre chi sei." Gli diceva. "Un paperonauta aspira solamente all'infinito spazio".
Egli stesso aveva a lungo sognato di diventare un esploratore galattico, ma la lunga guerra papericida aveva irreparabilmente impedito quel desiderio.

Ciò nonostante Ivan Ivanovich II fu un temuto pilota di guerra.
Il suo triplano scompariva tra le nuvole, per poi riapparire fulmineo ed implacabile sulla coda degli inermi piccioni nemici. 
Ma in un assoltato giorno d'estate, quando la guerra era ormai sul finire, l'impavido asso fu inaspettatamente abbattuto da un gabbiano, che, mortalmente ferito in battaglia, decise di gettarsi coraggiosamente in rotta di collisione per compiere l'estremo sacrificio. 
Ivan Ivanovich II riuscì a sopravvivere a quell'incidente, ma perse un occhio.
Pur ricevendo innumerevoli medaglie al valore, da quel giorno non poté volare mai più.

Era il mese Nebbioso, e tutta la città sembrava avvolta da una surreale patina di silenzio e raccoglimento.
Il giovane paperonauta la guardava da lontano, recluso ormai da lungo tempo nella base paperonautica in attesa della partenza. Era tranquillo e determinato, ma sentiva il dolore per il distacco da tutti i suoi cari, che avrebbe rivisto solo dopo un tempo interminabile.
Quando fu il momento indossò la tuta ed il casco, ricevette il saluto degli ufficiali, ed il generale-padre lo accompagnò fino al boccaporto dell'astronave. Prima di chiudere il portello gli consegnò una busta e gli disse: "figlio mio, aprila solo dopo che avrai superato la seconda luna. Sono molto orgoglioso di te".
Ascoltando il conto alla rovescia, Ivan Ivanovich III si sentì profondamente fiero di essere stato all'altezza delle aspettative del suo predecessore, il più grande asso dell'aria di tutti i tempi.
Dopo pochi minuti, il razzo scomparve nel cielo, lanciato a mille nodi verso l'ignoto, dove nessun papero aveva osato prima d'allora.

Superata la seconda luna, Ivan aprì la busta. Era un dispaccio del fratellino minore, Bobol, vecchio di diverse lune: "Fratello mio, nostra madre è in letto di morte e vorrebbe averti al suo fianco, un'ultima volta, per dirti quanto ti ama. Ti aspettiamo con ansia.".
Il paperonauta si sentì svenire, e una rabbia cieca lo travolse: suo padre aveva trattenuto il messaggio per non distrarlo dalla missione, l'unica cosa alla quale si fosse mai interessato, privandolo così dell'ultima occasione di stringere a sé le dolci piume della sua amata mamma, e di esserle vicino in quel terribile momento.
Sentendosi perso corse all'oblò di poppa e guardò in basso: il pianeta era ormai un indistinguibile puntino nell'infinito.

Ivan Ivanovich III cullò ed accrebbe quel rancore giorno dopo giorno come una ferita impossibile da cicatrizzare, maledicendo la sua nobile origine, e giurando a sé stesso che non avrebbe mai perdonato il generale padre per quel meschino atto di egoismo.

Passarono molti anni ed il paperonauta, consumato da quel dolore, stanco ed invecchiato, tornò finalmente al suo pianeta, dopo aver tracciato la mappa galattica dell'intero universo. 
Venne accolto con grandi feste ed onori a Papersibirsk, dove le autorità inaugurarono la grande statua che lo ritraeva giovane e forte, lo sguardo fiero, ed il casco da cosmonauta stretto sotto l'ala.

Tornò a casa. Ad attenderlo era rimasto il solo fratello più giovane, con la sua famiglia, che nel tempo era diventata prospera e numerosa.
I due si guardarono con tristezza, consci che nulla avrebbe potuto restituire loro il tempo perduto.
Bobol, che nella vita non aveva mai sollevato le zampe palmate dal suolo natio, lo abbracciò come se non fosse mai stato lontano.
"Nostro padre, per tutta la vita", disse solamente, "ogni sera usciva sul terrazzo a scrutare il cielo per ore, cercandoti tra le stelle, con gli occhi gonfi di lacrime".

Il più grande dei dolori pervase il paperonauta.
Per tutto quel tempo aveva coltivato un rancore cieco verso il generale inflessibile ed egoista, concentrato solamente sulla realizzazione di quel sogno che, a suo tempo, gli era sfuggito.
Capì improvvisamente che un padre, è a sua volta un semplice papero come tutti gli altri.
Ed anche se lo si immagina infallibile, se si fa di tutto per poter essere alla sua altezza, anche un padre può sbagliare, distrarsi dal suo ruolo di guida e di esempio.
Ma non per questo ama di meno i propri figli.

Ivan Ivanovich III uscì all'aria aperta, stupito dalla pressione che le sue zampe esercitavano sul suolo bagnato di pioggia, e dalla leggerezza liberatoria del perdono.
Guardò in alto, ed agitò un'ala in segno di saluto in direzione della galassia, luminosa come mai.
Quando muoiono, i paperi, diventano polvere di stelle.
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07 febbraio 2012

Polvere

Quel pomeriggio la terra sotto i miei piedi mi sembrava solo quello che era.

Era un bel giorno di Maggio del 1993, ed avevamo avuto il permesso dai nostri genitori di portare fuori quel cagnolino schizzato di Tobias a fare una lunga passeggiata lungo il fiume.
La nonna di Daniel aveva preparato per noi uno zainetto pieno di cose da mangiare, c'erano panini con mortadella e formaggio, yoyo al cioccolato, mandarini e bottigliette di coca cola e sprite.
Oltre a noi c'erano le due cuginette di Daniel, Lia e Carmen.
Lia e Carmen si somigliavano moltissimo, con dei bei riccioli lunghi. 
Spesso le confondevo, perché le vedevo molto di rado, venivano al mare solo per pochi weekend.
Non ricordo da che città venissero, ma ricordo perfettamente che abitavano in Via Chopin. Non so perché questo particolare mi sia rimasto impresso dopo tutti questi anni.

Io ero il più grande della spedizione, ma Daniel, più piccolo di me di due anni, era il vero leader di tutti i nostri giochi. Era spericolato, e sempre pieno di idee, mi soverchiava in tutto.
Le cuginette stravedevano per lui.
Io gli stavo dietro, perché da piccolo sono sempre stato un po' timido e pauroso.

Si partiva dal mare, e, passando sotto un vecchio ponticello, si poteva percorrere per parecchi chilometri il fiumiciattolo su un sentiero abbastanza agevole, fino ad un prato dove la gente portava i cani a giocare.
Tobias era uno di quei cagnolini un po' insulsi, che abbaiava a chiunque con quel suo aspetto ridicolo.
Daniel lanciava una pallina da tennis e quello correva velocissimo a recuperarla, buttandosi tra le erbacce e nell'acqua bassa del torrente. Poi, tutto infangato correva a strusciarsi contro di noi, imbrattandoci.
Il sole era piacevole, ed io, dodicenne con gli occhialoni, ascoltavo estasiato Lia (o Carmen?), la più piccola delle due, che avrà avuto dieci anni, raccontarmi che quella era la prima volta che usciva da sola.

Forse mi ero innamorato. La sera, a letto, nelle settimane seguenti, provavo ad impostare i sogni prima di addormentarmi, in maniera tale da ripercorrerli e viverli nel sonno. Io ero il principe John, e Lia era la principessa Elizabeth, di questo sono sicuro, ma non ricordo più come proseguisse la storia.

Quel giorno al pratone non c'era nessuno.
Daniel mise subito i piedi in acqua, camminando agile tra i sassi viscidi, fino a raggiungere la cascatella.
Avrei voluto anche io, ma la sola idea di bagnarmi il pollice di un piede mi faceva pensare agli sberloni che mia mamma sicuramente mi avrebbe rifilato, se fossi tornato a casa con i jeans bagnati.
Mia mamma era una di quelle che ti infila sempre la mano nella schiena per vedere se sei sudato.

Mettemmo giù i teli per il picnic. Le ragazze prepararono tutto con grande entusiasmo, incredule di poter trasformare le centinaia di thé e biscottini coi bambolotti in un vero picnic da adulti.
Eravamo liberi, per la prima volta nella nostra vita senza il controllo a vista dei genitori.

Mangiammo i panini e gli yoyo, ed ognuno di noi raccontò storie mai vissute. 
Per farmi bello, raccontai la mia storia d'amore inventata nella vacanza dell'estate prima, all'isola di Stromboli. Anche questo lo ricordo bene, chissà perché.

Poi facemmo un po' di tiri a fresbee, uno di quelli molli con le facce da mostro, che non andava mai nella direzione desiderata. Tobias lo intercettava sempre.

Sulla via del rientro, io e Daniel progettammo giochi e avventure.
In vista del ponticello decidemmo di fare "a chi arriva primo" fin lì.

Pronti! Via! 
Ma dopo pochi metri Tobias mi agguantò una gamba, mordendo con ferocia l'orlo dei jeans.
E non c'era modo di staccarlo. 
Loro ridevano, ma io ero terrorizzato da quel cagnetto coi denti appuntiti che mi lacerava i pantaloni.
L'unica soluzione fu togliermi i jeans, rimasi in mutande. 
Daniel, Lia e Carmen, si sbellicavano dalle risate ed io ero rosso di rabbia e di vergogna.
Il più grande, preso in giro, umiliato.
Daniel con un'abile mossa riuscì a distrarre Tobias ed a liberare i miei poveri pantaloni.
Me li ri-infilai di corsa, e ricordo perfettamente la sensazione di non riuscire a trattenere il pianto. Ma non potevo piangere. Eppure loro si accorgevano che stavo piagnucolando.
"Piangi?".

Quel giorno di sole del 1993 la terra mi sembrava solamente quello che era.

A questo pensavo in una calda mattina d'autunno di quindici anni dopo.
Accompagnando impotente gli ultimi metri di Daniel, in un silenzio irreale interrotto solo da lievi soffi di vento tra gli alberi.
Ai giochi, alle corse, ai sogni, ai bisticci davanti al commodore 64.
Al nulla che lo aspettava, alla pura e semplice terra.
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20 gennaio 2012

Le città parlano

C'é un paio di scarpe che mi piacciono moltissimo in un negozio di piazza Unione Sovietica.
Sono marrone scuro, lucide, lacci sottili, senza ghirigori.
La prima volta che le ho viste costavano duecentodieci euro. Poi sono calate a centocinquanta, ed ora alla fine dei saldi sono scese a centodieci, ed ho proprio deciso di comprarle.
Mi emoziono sempre quando devo spiegare cosa voglio ad una commessa.
Indico le scarpe con la mano tremante, e le parole come ogni volta mi si ricacciano in gola.
"Testa di moro", dice lei. Ed io approvo, mentre lei mi passa il calzascarpe e me le fa provare.
Non posso credere di averle ai piedi, sono davvero scarpe magnifiche.
Estraggo la mia carta di credito, nuova, fiammante, pago, ed esco felice dal negozio con le preziose "testa di moro" riempite di carta appallottolata ed inguainate in un elegante sacchetto di tela.

Mi ha fatto un gran bene trasferirmi qui, anche se la mamma non voleva. E' sempre stata molto protettiva nei miei confronti, ma questo lavoro era un occasione d'oro per me. 

La città è bella, e grande, e mi perdo continuamente.
Qui non è come a casa: le strade sono gigantesche, il freddo è più freddo, rigido, fermo. 
Non come quel vento di mare che fa cascare le orecchie. 
Io e papà pescavamo, anche quando c'era vento, lui mi faceva mettere la calotta e gli stivali di gomma, e mi sentivo bene.
Papà sarebbe orgoglioso di me, se sapesse quanto sono bravo al lavoro.
Ho una grande scrivania, ed un computer portatile molto moderno. Ho un biglietto da visita di una importante Compagnia, ed il mio titolo è altisonante: "Attuario Junior".
La Compagnia ha un palazzo tutto suo nel centro della città, con enormi corridoi ed un sacco di dipendenti indaffarati. Le porte sono arancioni, e tutti i piani sono colorati in maniera diversa, e ci si dà tutti del tu, anche con i super capi.
L'attuario è un lavoro misterioso e per questo mi piace. In pratica grazie alla mia bravura con la matematica interpreto gli eventi del mondo e li trasformo in statistiche, che poi la Compagnia utilizza per decidere quanto farsi pagare dai suoi clienti.
E' un po' come predire il futuro.

Ogni giorno faccio lunghe passeggiate.
Penso ad una parola, ad esempio "Amore" o "Solitudine", e percorro le strade ed i vicoli seguendo la forma delle lettere.
Ogni parola genera un suo itinerario, la cui ultima lettera deve ricondurmi inevitabilmente a casa.
Se mi poteste seguire dall'altro vedreste giganti parole comporsi con i miei passi.
E' un bel modo di esplorare la città. 
Ripeto gli itinerari che mi piacciono di più: ad esempio "Mistero", o quello divertente "ZigZag".
Durante il cammino guardo le vetrine, e soprattutto le ragazze. 
Qui ci sono ragazze bellissime, ben vestite, con i loro stivali ed i loro cappellini. A volte mi fermo e cerco di darmi un'aria interessante, oppure provo ad incrociare lo sguardo con una di loro che mi colpisce particolarmente: ma è proprio quello il momento in cui il mio tic diventa più forte ed incontrollabile.
Al lavoro nessuno me lo fa pesare, ma per strada o sulla metropolitana la gente tende a guardarmi con diffidenza, e questo mi dispiace moltissimo.
Non posso farci niente: la dottoressa dice che devo imparare a convivere con i miei tic. Ma lei non sa cosa vuol dire avere un tic ventiquattr'ore su ventiquattro.
Mi piacerebbe molto avere una ragazza, bella come la dottoressa.
Non ho mai avuto una ragazza.

Il mio amico Marco mi dice che non mi perdo molto, che le ragazze creano solo problemi.
Lui ha avuto delle ragazze ed ogni tanto mi racconta che era innamorato di una in particolare che però non lo ama più, ed anzi, non si ricorda neanche più di lui.
Marco lavora alla Compagnia da qualche anno, ma ho paura che non durerà molto: alcuni giorni arriva in ufficio tutto trasandato e che puzza di alcool.
Sta quasi tutto il tempo da solo a disintegrarsi con il vino a parte quando ci sono le partite di calcio. Lui ama le partite di calcio di tutte le squadre, e quando c'è la Champions League io vado da lui e passiamo la serata sul suo divano a goderci le partite. 
La mia squadra preferita è il Barcellona, che anche a lui piace, ma ci gode quando perde perché sono troppo forti. 
Il mio calciatore preferito è Leo Messi, mentre il suo è Zvonimir Boban, che però non gioca più.

Ogni tanto usciamo anche, lui invita alcune colleghe carine e mi porta con loro a fare l'aperitivo, che è una sorta di enorme buffet pazzesco, dove non puoi non ingozzarti.
Mi piacerebbe anche essere brillante come lui, le ragazze lo ascoltano e scherzano e fanno le oche.
Però poi una delle volte che eravamo sul divano a vedere le partite, aveva bevuto un sacco ed ha detto che avrebbe voglia di uccidersi, ed allora da quel giorno ho una gran paura che Marco si uccida, perché in effetti rimarrei solo, e poi perché lui, in fondo, è un brav'uomo e mi fa un po' pena.

Questo è l'inizio della storia: mi trovo qui, in una città nuova, per la prima volta da solo.
E' come un grande mare: cammino e scrivo storie con i miei passi sui marciapiedi.
Mia mamma al paese è preoccupata. Ma in fondo è felice per me, perché a scuola, al liceo, all'università, io ero sempre scartato, sempre diverso, sempre solo, per i miei tic, per la mia malattia, e per la mia bravura con i numeri.
Ed io non sono cattivo, e non sono neanche vendicativo.
Ma ho perso sempre, ed ora voglio che arrivi il momento in cui, anche io, qualche volta vinco.
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