23 dicembre 2011

Addio alle armi

Non c'è niente di più soave e malinconico al mondo del suono di un violino.
La voce dello strumento è come il canto di una sirena, mi ipnotizza e mi riporta a casa, al caldo, con Valentina. Chiudo gli occhi, e posso sentire le sue mani passare dolcemente tra i miei capelli, ed il profumo inconfondibile della sua pelle.

Siamo fermi qui da un paio di giorni, accampati come bestie, in attesa di ordini dai piani alti. Fa molto freddo, ed il tempo sembra andare al rallentatore. I nostri gesti sono robotici e ripetitivi.
Mersault non fa altro che smontare e rimontare la carabina, e tenere puliti gli stivali dal nevischio fangoso. Ma è un'impresa impossibile, gli bastano pochi passi per affondare di nuovo fino alle caviglie. Sono molto preoccupato per lui, non riesco più a distrarlo in alcun modo. So bene che l'unico modo per rimanere umani in questo massacro è tenersi su, pensare ad altro, ridere.

Un tempo alla sera, ci radunavamo intorno al fuoco, e Mersault raccontava a tutti noi le sue bellissime storie. Inventava storie davvero avvincenti, che spesso ci facevano sospirare.
A volte i personaggi erano così ben descritti da sembrare veri, non semplici fantasmi di storie mai scritte. Per tutto il giorno, durante le interminabili marce, preparava quei racconti.
Poi venne l'inverno, e l'assalto al paese, il giorno che ci tesero l'imboscata. 
Molti di noi morirono, e Mersault smise di raccontare.
Forse, pensammo, il nostro amico non era pronto ad accettare tanta realtà.

I miei stivali, invece, sono un disastro. E la barba punge.
Ma non ho acqua calda, e nessuna intenzione di radermi a secco con questi rasoi arrugginiti.
Vorrei tanto capire da dove proviene questo violino. Il misterioso suonatore sta percorrendo un magnifico adagio di Tomaso Albinoni, non credo si tratti di un violinista di strada.
Mi aggiro per le vie silenziose, ed in certi momenti mi sembra di essere molto vicino alla musica, ma mi sbaglio, perché di nuovo appare lontanissima.
Mersault avrebbe detto che si tratta di uno spirito condannato a vagare nelle tenebre, e che, una sola notte all'anno, nella ricorrenza della morte della sua amata, gli animi sensibili possano sentirne in lontananza il lamento. 
Un lamento che -dicono- appare come il suono di un violino.

La neve inizia a cadere più forte, e cala il silenzio.
I miei passi scompaiono poco dopo essersi impressi. 
Mersault si sarebbe sbagliato, forse il fantasma sono proprio io.

Il mattino seguente ci svegliamo in un mondo completamente bianco.
Il sottoufficiale dallo sguardo stanco ci comunica l'ordine del giorno, che prevede un lungo spostamento a piedi fino alla provincia, teatro nei giorni precedenti di scontri feroci, ed ora ripulita quasi definitivamente dalla prima linea.
Cedo alla tentazione di guardare il mio riflesso in un vetro. 
Non devo farlo, davanti a me c'è un vecchio. 
La mia gioventù è svanita per sempre.
Mi passo la mano sul volto: quel ragazzo che quattro anni prima era pieno di energia, di entusiasmo, non c'è più. Oggi tornerò nella mia città dopo tanto tempo, sapendo che nessuna cosa è rimasta come l'ho lasciata, soprattutto dentro di me.
Mersault mi osserva, assorto. Percepisce il mio dolore e mi indica con la mano rossa e dolente un punto sulle montagne davanti a noi, dove un rivolo d'acqua scorre attraverso il fango ed il ghiaccio.
Una calma inattesa mi pervade, imbraccio la carabina e mi metto lentamente in marcia insieme agli altri.

E' notte, e la mia città è deserta.
La prima linea si è spostata di alcune decine di chilometri verso il mare.
Nessuna traccia dei violenti scontri, dei subdoli cecchini, e della morte agli angoli delle strade.
Semplicemente un luogo assopito e privo di vita.
Tutti dormono ed io sfrutto il mio turno di ronda per vagabondare per strade che conosco a menadito, alla ricerca dei miei luoghi.
Passeggio lentamente incrociando solo poche anime, e nel profondo del cuore spero di incontrare la donna che amo, come in un romanzo. 
Ma la verità è che non mi riconoscerebbe, perché io non sono più io, e lei chissà dov'è, con chi, e quanto è cambiata in questa eternità.
Arrivo quasi inconsciamente sotto casa sua, e guardo la finestra buia.
Resto lì, paralizzato, per un tempo lunghissimo, indeciso sul da farsi. 
Una parte di me vorrebbe lanciare un sassolino contro il vetro, per destarla dal suo sonno leggero.
L'altra parte invece torna alla visione dello specchio, all'uomo anziano e spettrale, sfinito, diverso.
"Forse non abita più qui", mi dico. Ma so che non è così, ne sento la presenza.
Ed esserle così vicino mi strazia il cuore.

Il risveglio è pessimo. Un colpo di coda del nemico ha messo tutti in allerta.
Sono di certo gli ultimi giorni di guerra, ma la morte è ancora in agguato, ogni giorno cammina al nostro fianco e colpisce casualmente, senza un ordine preciso.
Dobbiamo ripiegare velocemente, ed a passo spedito percorriamo le strade della città a ritroso.
Molti anni fa, camminavo su questo acciottolato con lo zaino in spalla, ugualmente svelto, diretto a tutta velocità verso un futuro radioso.
I suoni della guerra alle nostre spalle si fanno sempre più vicini e minacciosi.

Di nuovo al punto di partenza, seconda linea.
Ci hanno detto che potremmo essere chiamati a supportare il contrattacco entro pochi giorni.
E' necessario che il fucile sia in ordine, pronto all'uso, e mi ritrovo quasi maniacalmente a pulire la canna, a controllare il caricatore, a lubrificare le parti meccaniche.
Mi racconto del ritorno a casa. 
Di Valentina che mi riconosce, e che passeggia insieme a me, ed io la faccio ridere con l'allegria di un tempo.
Invento di un giorno in cui mi permetterà di giocare con il suo ombelico.
Non voglio proprio morire, questo lo so.
E non voglio neppure che i miei amici muoiano.
Li osservo: uomini sfiniti e demotivati, ed in loro percepisco la perfezione.
Osservo Mersault, serenamente addormentato, nel suo leggero russare.

E sebbene tutto sembri irrimediabilmente perso, la gioventù, l'amore, mi guardo intorno, e resto fulminato dalla luce che pervade ogni cosa.
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11 dicembre 2011

Šostakovič

Prova a rannicchiarsi per proteggersi dai calci, ma quelli arrivano, implacabili.
Colpiscono con furia, e lui sente scricchiolare ossa che neppure immaginava di avere.
Schiaccia il volto a terra in una maschera di dolore e lacrime.
Nello stanzino, gli aguzzini gli ricordano che il corpo umano è fragile, malleabile.

Saranno almeno due ore che sono sveglio.
Posso iniziare a bere senza sentirmi in colpa.

Deduce che fuori ci sia la neve attraverso il pallore lunare della stanza.

Mi piace la neve.
Ma la neve è il segnale che devo muovermi.

L'unica cosa al mondo che gli interessa è Camilla.
Quando sorride, attraverso gli occhi belli, dietro la chioma selvaggia di riccioli biondi, la sua anima si scioglie. Lei è la sua casa, la sua redenzione, ma vederla è sempre più difficile.

E poi non voglio quando puzzo di vino. Sempre.

E' da molto tempo che pianifica il furto: sa bene che non ci sono altre soluzioni, che comunque non avrebbe trovato abbastanza soldi in tempo.
Il piano è molto semplice: entrare, prelevare, uscire. Senza divagazioni, senza alzare la testa, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. 

Cazzo, non ci si improvvisa così a quarant'anni.
Gli zingari iniziano ad otto nove anni, sono lesti, invisibili.

Lui, invece, ha l'impressione di avere un neon in testa.
Un cartellone pubblicitario del tipo "ehi, gente! guardate qui che schifo fa quest'uomo".
Comunque, la decisione era presa.

Camilla amore mio.
A Gennaio io mi dissolverò come cenere. 
Ma voglio che tu possa sorridere una volta per merito mio.
In fondo io sono già sparito, io non esisto.
Si esiste solo se si è importanti per qualcuno.
Ma per tutto il viaggio, mi basterà quel tuo sorriso.
Portarlo con me nel gorgo.

Fa la doccia.
E' come se migliaia di spilli ghiacciati gli perforassero il corpo e si sente immediatamente più vigile, pronto all'azione. Beve solo alcuni bicchieri per bloccare i tremori e concentrarsi sull'azione.

La città brulica di attività. 
I negozi sono immensi alveari schizofrenici.
Le ragazze per strada hanno la gonna, le gambe colorate, e dei begli stivali. 
Vanno a passo svelto cariche di buste, felici nei loro cappotti.

Entra nel grande negozio e finge di interessarsi alle cose come un comune avventore; soppesa oggetti, poi passa oltre.  
Infine, con un po' di impazienza, passa all'azione.
Il gesto è ordinario, fino alla barriera fisica ed immaginaria tra il lecito e l'illecito.

La oltrepassa.
Una voce: "signore, scusi".
Fa finta di niente.
Ancora quella voce: "signore, prego, di qui!".
Aumenta il passo, che in pochi metri diventa corsa.

E' fatta. Ce l'ho fatta.
Un raro entusiasmo gli monta dentro.

Qualcosa si frappone: un ostacolo invisibile che lo solleva da terra scaraventandolo violentemente al suolo, privo di respiro.

E' così che cadiamo.

In mezzo agli occhi increduli e disgustati dei passanti, due uomini vestiti con eleganza dozzinale, dicono "portiamolo nello stanzino".

E' così che cadiamo.

Il suo volto si riga di lacrime
mentre gli viene strappato via dalle mani il giocattolo più bello
mentre nel grande magazzino risuona una suite jazz di Šostakovič, 
e l'universo abbruttito e nero si ripiega su stesso.
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30 novembre 2011

Espiazione

Avrebbe potuto camminare in eterno.
Mentre camminava non pensava alla morte, e si dimenticava di respirare: per una volta, inspirava ed espirava inconsciamente.

Di norma sentiva il cuore battere all'impazzata, sopraffatto da un'ansia perenne. 
Soprattutto quando sapeva di dover incontrare persone, per quell'inevitabile necessità di non seppellirsi nella propria tomba di solitudine, apparendo ogni tanto sorridente al mondo, come uno splendido fantasma rasato di fresco e profumato di acqua di colonia.
Ma anche nell'accoglienza del silenzio casalingo, non poteva non pensare alla fragilità del suo corpo, delle sue gambe e delle sue braccia. 
Essere ossessionati dalla morte è una condanna in vita.

Pioveva.
Il pensiero di mettersi al riparo lo sfiorò, ma solo per un attimo: era necessario prestare massima attenzione ai passi, poiché il terreno diventava fangoso molto velocemente, e la strada era ancora lunga.
Sapeva che sarebbe tornato a casa zuppo, e che Giulia lo attendeva con i bambini.
Si guardò le mani e con orrore notò che apparivano cosparse di profondi tagli inesistenti, le linee della vita, una ferita per ogni volta che aveva allungato uno schiaffo ad uno di loro, abbruttito dalla cecità violenta dell'alcool.

Giulia mangiava e vomitava. 
Quando lui ottusamente ostacolava i suoi propositi, lei gli diceva, colma di rabbia e di dolore: tu bastardo non puoi capire cosa si prova. Il dolore mostruoso, il tuo corpo che deve assolutamente liberarsi, al punto da non riuscire a trattenere neanche uno spillo di quello che ha dentro.
E più lei vomitava, più lui si abbruttiva, imprigionandosi volontariamente nell'angusto stanzino colmo di libri, nel quale la montagna di bottiglie vuote si univa all'odore rancido del male che aveva impregnato le pareti.
Entrambi facevano orribili sogni inconfessabili: membra sconvolte dalle lamiere, e corpi ancora coscienti trafitti nell'ultimo spasmo di vita, intenti a chiedere perdono.

La pioggia si era fatta più forte.
Sentì il bisogno del vino rosso scorrergli nella gola, raschiargli l'anima ed il dolore.
Si voltò, e vide i suoi passi impressi nel fango. 
Ma il fango, invece di appesantire il suo ritmo, gli diede vigore. 
La pioggia e gli alberi gli narravano il tempo immobile che lui non avrebbe mai potuto condividere, quel trascorrere così lento da apparire eterno.


Voltatosi nuovamente percepì quanta strada aveva percorso, e per l'ennesima volta notò la profondità dei suoi passi sul terreno. Avrebbe potuto ripercorrerli uno per uno, spurgando le tossine del male, tentando di liberarsi dai demoni che aveva collezionato ed accolto.

Ma davanti a lui apparivano nitide le prime luci della città, avvolta nel silenzio del temporale.
Non vedeva il palazzo, ma poteva immaginare il volto esile di Giulia, i suoi capelli dolenti, la sua pelle tesa ed ingiallita.

Decise che avrebbe camminato in eterno.
Decise che li amava più di ogni altra cosa al mondo.
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21 novembre 2011

L'Enfer des Enfers


Quando il mare infuria, cioè sempre, c'è da impazzire.
Le onde sbattono contro le pareti del faro, facendolo tremare come fosse una baracca di fango, e non un possente manufatto umano, tirato su col sangue da braccia forti e impavide.
Quando un'onda particolarmente forte si abbatte ho la sensazione che quello sia il mio ultimo respiro, lo trattengo e, pur avendo imparato a domare il terrore, resto paralizzato per attimi eterni.

Prego molto Dio ad alta voce, ora che sono solo. 
A volte ho la sensazione che sia l'Onnipotente stesso a parlarmi, a rimproverarmi per l'accidia.
Prima che mia moglie decidesse definitivamente di partire con il traghetto mensile dei viveri, ho avuto più volte il desiderio incontrollabile di ucciderla. Ricordo una notte, reso folle dalla sirena antinebbia, di aver impugnato un coltellaccio con la ferma intenzione di scendere da basso e sgozzarla, come se fosse stata lei a gridare e non quel dannato altoparlante in cima al faro.
Sono contento che se ne sia andata.
Adesso ascolto il Signore che mi parla, e lo contemplo, ammirando la grandezza del Suo disegno.Nessuno può avere la percezione reale della Sua furia, quanto me, un misero custode di un faro del mare del nord.

Nei giorni di bonaccia faccio lavoretti di manutenzione, e la sera esco in cima alla torre, ad osservare i magnifici bastimenti incrociare, salvi -anche- grazie alla mia luce.
Ogni bellissima nave che doppia questo capo infernale mi dona un po' di redenzione, mi aiuta a scontare su questo scoglio un po' della mia turpitudine.

Spesso per giorni non mi è concesso uscire, perché in questo tratto di mare, in cui confluiscono tutti i venti e le correnti del mondo, i frangenti riescono ad arrivare fin oltre la cima del faro. 

Per sopravvivere a questa inevitabile noia ho iniziato a scrivere un libro che non finirò mai, perché non ha una vera e propria trama. Racconta la storia di uno scrittore che immagina me, e narra giorno per giorno le mie attività, come un diario in terza persona, o una biografia. 
Lo scrittore non può e non vuole uscire di casa perché è terrorizzato, e si sente al sicuro solamente nella sua stanza, senza mai incontrare nessuno. Vive da recluso, come un eremita, ricevendo una volta a settimana un'anziana donna delle pulizie che gli porta del cibo, lava i pochi panni, e rimuove svogliatamente un po' della polvere che -oramai- ha trionfato in quell'ambiente chiuso e malsano.
L'unico momento di evasione da una vita da scarafaggio che gli è concesso è quello in cui può descrivere la libertà di un uomo recluso in un faro sperduto. 
Io. 
A mio modo prigioniero nella più infernale e solitaria delle carceri.

Eppure tra me e lui esiste una differenza fondamentale: il fascio di luce che emana pochi metri sopra di me.
Una luce bianca così potente, da essere visibile a decine di miglia di distanza.
Una volta ogni dieci secondi, come un occhio che si apre e si chiude, incredulo.
E se il mondo dovesse spegnersi improvvisamente, in tutto l'universo si potrebbe vedere, per anni, questa luce accendersi e spegnersi con drammatica regolarità. 
Finché il gasolio dura, come una stella morente.

Siamo quindi legati a doppio filo, io e lo scrittore.
Lui vive solo grazie alle mie pagine, ed è libero solamente grazie alla luce sulla quale veglio costantemente, ed io d'altra parte perderei il senno se lui non esistesse, a riempire le mie giornate, scandite solo dal regolare rombo del mare in tempesta, e dal suono ammorbante della mostruosa sirena antinebbia.

La nostra amicizia è il dono più gradito che potessi ricevere in questa esistenza.
Quando un'onda particolarmente forte rovescia il mio bicchiere di liquore, io rido, ed anche lo scrittore ride, immaginando e descrivendo la scena -comica, grottesca- di un uomo che solleva il bicchiere rovesciato, ed in tutta fretta prova a sfruttare l'istante di pace della risacca.

Tutto questo non durerà in eterno, anche se lo vorrei. 
Perché so che questo è l'unico luogo al mondo dove io possa guadagnarmi il perdono, ed ascoltare la voce furente di Dio, che mi parla tutto il tempo.
Qualche giorno fa, all'ultimo approvvigionamento, il comandante mi ha portato la notizia che entro un mese dovrò rientrare sulla terraferma: il faro verrà automatizzato.

Non mi troveranno.
Proprio in questo istante sento la voce dell'Onnipotente pronunciare il mio nome rombando.
Domattina è giorno di pulizie in casa dello scrittore.
L'anziana signora percorrerà l'angusto corridoio come di consueto, e troverà solo la polvere, a coprire come un sudario gli oggetti della stanza, in un luogo senza vita, senza tempo.
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10 novembre 2011

Verrà la morte, e avrà i tuoi occhi

Il trombettista sta seduto con una coperta sulle gambe.
Fa un freddo terribile, e lui col naso rosso accenna tre note così lunghe e malinconiche da farmi pensare ad una nevicata su un camposanto.

Intorno alle undici iniziano a tremarmi vistosamente le mani. 
Batto le dita nervosamente sulla tastiera, i messaggi email continuano ad arrivare uno dopo l'altro ma non riesco a concentrarmi. 
Soffoco: è il segnale che devo bere, che se non bevo mi butto dalla finestra.
Tiro fino alle dodici, esco borbottando, e mi infilo nel bar della metro. 
Mi sparo la prima birra media aspettando l'insalata, la tracanno avidamente, come un assetato giunto all'oasi.
Questa mi calma un po'.
Poi, mangiando, ne bevo un'altra.
Così torno in ufficio, e posso dedicarmi nuovamente al lavoro, senza che nessuno si accorga di nulla. 
Avranno anch'essi i loro mostri, penso, volgendo lo sguardo oltre le finestre. 
Il trombettista non è più lì. 
Lo spazio è vuoto.

Tiro avanti fino alle sei, svolgo il mio compito egregiamente, poi pedalo fino al supermercato.
Compro due o tre cose inutili e passo dieci minuti buoni nel corridoio degli alcolici.
Prendo un paio di bottiglie dirigendomi verso la cassa automatica, perché mi vergogno dello sguardo accusatorio delle cassiere.
Poi, finalmente, posso chiudermi in casa, ed attaccarmi avidamente alla bottiglia.
Spesso non ceno neanche.
Dopo un'ora ho finito la bottiglia, e, raggiunto l'appannamento di cui ho bisogno, mi butto a letto, sfatto, distrutto. 
Guardo distrattamente la tv, non vedo niente.

Da sempre sono preda di un'orribile malinconia, talmente profonda ed irreversibile da avermi costretto, negli anni, a nasconderla -come una brace che cova sotto la cenere- dietro un'apparente solidità, spensieratezza, e voglia di vivere.
E' un esercizio di difficoltà estrema, che posso sopportare solamente grazie al mio vizio di bere.

Attraverso i vetri offuscati della mia mente, inerme, vestito, vivo sogni appannati che scorrono sul soffitto.
In uno ci sono io. Al tempo in cui pensavo di poter salvare gli altri. Cammino sicuro e lancio dardi di verità per indicare il cammino alle pecorelle smarrite.
In un altro, c'è il tuo volto, tu che finalmente, sorridendomi teneramente, vieni a salvarmi.
Tutto fluttua sospeso nel frattempo, anche quell'unica remota possibilità di felicità che mi resta, come se nell'aria risuonasse un notturno di Chopin.

Ed è quel preciso istante in cui sono solo, abbandonato alla mia debolezza, che percepisco le possibilità diminuire, la vita accorciarsi, e la morte farsi sempre più vicina.
Questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. 
Cara Speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

28 luglio 2011

Mezzogiorno di fuoco

Ero lì seduto che pensavo ai cazzi miei con il numerino in mano.
La ragazza di fronte a me avrà ventidue anni ma ha le labbra rosse e lucide, sembra una troia. Pure la vecchia lì a fianco la guarda male, penserà ai suoi tempi forse, o forse è solo invidiosa.
Vorrei avere uno di quei giornali che trovi nelle metropolitane per occupare la lunga attesa.
Teoricamente potrei alzarmi uscire, e poi tornare dopo diverse ore, salvo poi scoprire di aver perso il turno per quarantacinque millesimi di secondo.

Poi entra un tizio che sembra John Wayne, cammina deciso fino ad uno che neanche se ne accorge a due metri da me, e gli scarica due colpi di pistola in pancia, forse tre. Questo come un pupazzo si affloscia senza dire niente.
Rimaniamo tutti in silenzio per qualche istante, paralizzati. La troietta squittisce di paura come un topo di merda, e per un attimo mi intenerisce, poi la guardo di nuovo con disgusto.
La faccenda è seria, John Wayne ha una pistola e si avvia verso l'uscita con una certa disinvoltura, esce e sparisce.

Mi aspettavo più panico, invece niente, quello viene fuori dopo qualche secondo dall'uscita del sicario. Qualche vecchio probabilmente si sarà pisciato addosso perché si sente puzza.
Il tipo colpito tira gli ultimi o forse è già crepato, scomposto come un pupazzo rotto.

Con tutte le telecamere qua dentro non puoi neanche fare che te ne vai prima che arrivino gli sbirri per evitarti le menate, quelli poi ti vengono a cercare. Mi vedo la scena, il maresciallo e il direttore guardando il filmino: "conosce quel coglione con la camicia color frocio che si alza e se ne va?".

Per attimi che sembrano eterni nessuno si avvicina al morto, e comunque nessuno ha la minima intenzione di toccarlo. Metti che ha l'aids. Tanto se ti sparano da un centimetro col cazzo che vivi.
Viene lasciato lì a sbarbattare sangue sul pavimento, ma non tanto a dire il vero, pensavo molto di più.

Mi allontano di qualche metro, i miei muscoli si rilassano e a questo punto aspetto.
Forse non vedo l'ora di dire "era alto ma basso, incazzato o bianco o nero". Potrei anche dirgli, "cazzo somigliava proprio a John Wayne".
Forte però.
Un buon diversivo, non dovrò neanche giustificare l'assenza in ufficio.
Chissà che numero aveva quello nella coda.
Non ho le sigarette.
Ho voglia di scopare.
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17 dicembre 2010

Carne e grasso che muore

Ero schiacciato sul 17 e ad un certo punto inizio a sentire puzza, come di quei formaggi odorosi che dimentichi nel portaformaggi in frigo per settimane.
La gente si apre a capannello con il volto scandalizzato e disgustato. Non sento le voci perché in quel momento ho le cuffie ed ascolto i Godspeed You! Black Emperor a volume molto alto.
Cerco di capire da dove proviene, ed in un istante individuo uno che con un asciugamano o una sciarpa prova maldestramente a pulirsi il culo attraverso i pantaloni.
Il tizio si è cagato addosso, e piange, il volto deformato dalla vergogna, e prova a dire delle parole incomprensibili ma si vede che è down.
L'autobus si ferma, l'autista fa scendere tutti, le persone come automi obbediscono.
Io ed altri tre tizi restiamo lì impietriti a guardare la scena, indecisi, poi scendiamo pure noi.
Restano su solo il mongoloide e l'autista.
Sotto i miei piedi c'é una lercia banchina di cemento di Corso Europa, un vento che gela le orecchie e fa cascare le mani.
Non so che fare, guardo il cellulare nervosamente, guardo l'ora, lo rimetto in tasca, lo ritiro fuori sblocco i tasti e lo rimetto in tasca di nuovo. Ho nelle narici l'odore di marcio, lo sento in bocca.
Rivedo la scena, ed ho una fitta di dolore così forte che scoppierei a piangere.
Mi vergogno profondamente di provare pena.
Il dolore di quella visione mi fa pensare alla morte.
i disegni e i progetti sono la smorfia di umiliazione di un essere umano che si caga addosso su un pullman affollato.
Penso alla morte ed a quanto siamo solamente carne e grasso che muore.
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21 settembre 2010

L’ultima notte della Motonave Fortuna

Atti di Dio, li chiamano.
Quando persino questo colosso di ferro, che sulla terra apparirebbe come il più stupefacente dei prodigi, si manifesta per quello che è: un giocattolo in balia di forze mostruose ed incontenibili.
I più giovani restano agghiacciati, impietriti, negli interminabili attimi in cui la gigantesca prua viene inghiottita dal nero.
Gli altri, noi, distratti, scollegati, consapevoli che questo è l’oceano e che non esiste, né oggi, né mai, alcun portento umano in grado di domarlo inesorabilmente al proprio volere.
Il capitano, dall’alto del suo palazzo, osserva impotente il carico liberarsi agevolmente dal rizzaggio, basculare libero sul ponte, scomparire oltre la poderosa murata.
Il primo ufficiale è in attesa, e con lui il marconista: a breve verrà invocata l’avaria.

L’imprevista tempesta infuria, infausta come il destino, sulla nave lontana da qualunque porto sicuro.
Ed è per questo che la gente di mare non lo chiama mai viaggio, ma avventura marittima.
Persino io, che di libri nella vita ne ho letti pochi, lo so.
So che nel nostro mondo ogni cosa porta il suo giusto nome.

Forse il sole splenderà nuovamente, le onde si faranno docili e silenziose, il cielo apparirà talmente azzurro da sembrare finto, colorato da un bambino con i suoi pastelli a cera.
Forse vedremo apparire un porto, con sollievo, e i ragazzi saranno meno giovani, perché sulla nave la pelle si indurisce più in fretta.
Saranno tante le notti come questa anche per loro.
Salirà a bordo il pilota e ci guiderà all’attracco.

Domani solerti giovani avvocati dai nomi altisonanti, solicitors, adjusters, passeranno ore ed ore a fare conti, a consultare i loro sacri codici, inchiodati a scintillanti scrivanie.
Discuteranno forbitamente citando notevoli precedenti dei secoli passati, per comprendere se si trattasse o meno di un atto di Dio.

Come se Dio lasciasse la firma sulle sue opere.
Sono le persone, coi piedi ben piantati sulla terra, a credere di poter codificare e controllare gli eventi.
Cieche davanti all’anima dei sassi, sorde alla voce dello spirito che pervade il tutto.

A noi resta la certezza del mistero, la facoltà di amare il mare come la vita, consci della nostra impotenza nel fortunale.
A noi resta la luminosa speranza riposta in questa bellissima nave arrugginita e coraggiosa, il cui nome è lo stesso del fato.
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17 settembre 2010

Arrivederci Amore Ciao

Ho deciso che il suo nome è Adele e che io sono una stanza vuota.
Ci sono sempre reti del letto abbandonate sul ciglio delle strade di periferia, e televisori rotti.

Immagino Adele cercare libri sui vecchi scaffali delle biblioteche, e sceglierne uno solamente perché l’ultimo lettore ha un nome che le ricorda qualche uomo stanco osservato in un caffé, o perché è passato troppo tempo, come se anche le pagine avessero un’anima.

La maniglia della porta è svitata e di notte scende, a volte lentamente a volte in fretta, come sotto l’azione di una mano inesistente.
Spaventa, come lo stock! delle bottiglie di plastica durante il dormiveglia.
Ma se non dormo uccido il tempo fissando i cassonetti, in attesa che il fantasma delle cose morte passi a salvarle, a dar loro nuova vita.
Da qualche parte c’è qualcuno che aggiusta le sedie rotte.
Come in un sogno la luce lampeggiante che si stampa sul soffitto alle sei di mattina mi conferma che si, è veramente finita.

Ho deciso che il suo nome è Adele perché è di una bellezza non spigolosa ma dolce, e perché i suoi occhi grandi sembrano sempre tristi, o stanchi.
Che è vero che non si è vivi se non si è qualcosa per qualcuno all’inizio di un nuovo giorno.
Che esistiamo in funzione delle parole sottolineate, della meraviglia di essere importanti.
E che non si può essere felici senza un magnifico progetto a cui dedicarsi.

L’indifferenza è il prezzo da pagare per poter essere invisibili, e comunque è di certo la malattia di tutti i cosmonauti in viaggio.
Io, ad esempio, tanto tempo fa ero a bravo a raccontare storie di persone semplicemente fissandole ad un tavolo del ristorante o nello scompartimento del treno.
Ma non sono un cosmonauta, sono una stanza vuota, fatta della stessa sostanza dell’istante tra l’arrivo dell’ascensore al piano e l’aprirsi delle porte, della stessa ansia di proiettarsi fuori per sfuggire agli sguardi e al silenzio imbarazzato.

Adele apre la porta di casa e ad attenderla c’è un gatto nero ed antichi manuali sull’occulto.
Non ha un soffitto e sa leggere le stelle: puntando il dito su una a caso di esse pianificherà come arrivarci, ed io la amo molto per questo.
Mi dispiace non essere abbastanza, essere troppo poco, dovermi mascherare da lampione o da cassetta delle lettere, quando la incontro in una strada affollata.
Nei giorni buoni, quando vedo i treni passare, aspettando quello dopo che di certo sarà meno affollato, mi dico che, in fondo, è tutta colpa della sfortuna.
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16 luglio 2010

C'era la luna e avevi gli occhi stanchi [parte II]

Abbiamo la vita davanti, e la morte, pensò Giuseppe guardando la strada deserta.
Stella era al suo fianco, silenziosa.
Ammirarono in lontananza gli strani effetti creati dal calore sul bitume bollente.
Il mondo, a distanza di poche decine di metri, diventava incerto e traballante.

Erano le ultime ore insieme, ma avevano deciso di fingere che tutto fosse normale, come nei pomeriggi in cui passeggiavano per le campagne per andare a nuotare nel fiume: giorni d'estate in cui le parole ieri e domani rappresentavano concetti vuoti. Tutto era lì, tangibile, immediato, riflesso nell'acqua freddissima che scorre lentamente, nel guizzare visibile dei pesci, così vicini che a volte sembrava quasi di poterli acchiappare.

Giuseppe vide all'angolo della strada i travestiti, e decise di girare al largo.
Spesso tiravano calci ai passanti quando erano di cattivo umore.
Altre volte erano più gentili, ma non quando faceva così caldo.

Accelerarono un po' il passo, attraversando il cimitero dei camion.
Stella era affascinata da quel posto lugubre ed al tempo stesso magico, dove giacevano, immobili da secoli, le carcasse dei giganti trattori, gli scheletri dei lunghissimi rimorchi che sembravano relitti di navi o balene arenate sulla battigia.
Lui pensò di nuovo, malinconico, "presto sarò come loro, svuotato dell'anima".

"Sei stanco Giuseppe?", disse Stella, preoccupata per il suo amore che respirava visibilmente a fatica.
"No Stella, andiamo avanti, ci siamo quasi dai".

Ed arrivarono al faro.
In lontananza la spiaggia dei turisti, ancora affollata nonostante fosse quasi ora di cena.
Non si capiva dove iniziasse una persona e finisse un'altra, come un tappeto di otarie ammucchiate su uno scoglio.
Giuseppe amava guardare il mare sbattere con forza sulle pietrone alla base del faro, con un'energia tale da consumare lentamente la roccia.

Non c'era più niente da dirsi, sapevano tutto l'uno dell'altra.
Non restava altro da fare che vivere intensamente quegli ultimi momenti insieme, respirare l'aria con ingordigia, nutrire gli occhi con il cielo sereno, abbuffarsi del profumo del mare.
Il sontuoso banchetto dell'universo.

Attesero la sera.
Il fresco, le luci della città in lontananza e le stelle sopra di loro.
Giuseppe sentì il respiro sempre più affannoso, ma volse lo sguardo verso Stella, che si era dolcemente addormentata al suo fianco, e si tranquillizzò.
La luce tremula della luna sul mare la rendeva ancora più bella, e lui nutrì ancora un po' la propria anima di lei, della sua immagine, della sensazione del contatto.
L'avrebbe portata con sé, ovunque sarebbe andato.
Ormai era pronto per il suo viaggio.

Il mattino successivo avrebbe salutato la mamma, che avrebbe pianto di sicuro.
Ma lui sarebbe stato forte, dicendo addio come si conviene.
Con una bella leccata, con l'entusiasmo di quando era un cucciolo, un'infinità di tempo prima.

Poi sarebbe salito in macchina con papà, e nel parcheggio si sarebbero detti "ciao" da amici, da fratelli, da uomini, da compagni di viaggio.

E Giuseppe sarebbe stato sereno, sul lettino immacolato del veterinario.
Pensando alla sua Stella, nell'attimo in cui una piccola puntura avrebbe addormentato per sempre il più bel cane della città.

ps. Parte II, perché c'era la luna e avevi gli occhi stanchi in principio non era un racconto.
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16 giugno 2010

Le tue lettere hanno occhi

Arianna,
Le tue lettere hanno occhi, che sembrano scrutarmi nel profondo.
Hanno mani che mi schiaffeggiano e labbra per sussurrare.
Le tue lettere sono come vergate di fiamma sulla mia schiena nuda.
Le mie invece sono fatte solo di intenzioni.
Di parole che rimangono parole.
Daniel

Daniel,
Io mi sentivo morire dentro.
Al tavolo solo tre argomenti.
Uno. Calcio.
Due. Film brutti e telefilm sul satellite
Tre. Serate degli anni novanta, quando eravamo più giovani e più stupidi
Nessuno dei tre argomenti mi interessava minimamente.
Frullati in maniera uniforme nella serata, ma ehi, la regola era toccare almeno una volta tutti e tre i punti.
Io sapevo perfettamente chi avrebbe detto cosa e quando.
Li aspettavo al varco e puntualmente “bang!” qualcuno cascava in trappola.
A volte malignamente servivo loro assist ad hoc per vedere fino a che punto si rendessero conto di ripetere sempre le stesse cose come automi.
Non se ne rendevano conto però.
Tua.

Ari,
La prevedibilità e la mediocrità sono le malattie della mia generazione.
L’attesa di qualcosa, il deserto dei tartari.
E’ come in quei film di zombie che mi piacciono tanto.
C’è questa donna che vedo ogni sera con gli amici.
Diosanto quanto mi dà fastidio la sua voce.
La sua non femminilità. Le sue locuzioni dialettali.
Come posso anche lontanamente aver pensato di scoparmela?
La nostra morte coinciderà con il momento in cui non ci accorgeremo di essere diventati mediocri, di esserci mischiati con i mediocri di professione.
Ci proviamo almeno? Dimmi di si.
Dormi bene.

Buongiorno a te,
stamattina vestendomi ho pensato che siamo tutti simili ai blocchi di partenza.
E’ lungo la strada che decidiamo in negativo.
Solo questo sappiamo, no?
Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Arianna,
sai forse io sono ciò non voglio e me ne rendo conto.
Non mento a me stesso e agli altri, spacciandomi per uno stabile.
Ho dei continui sbalzi di umore.
Non mi piaccio.
E a volte mi odio.

Daniel,
c’è una linea netta tracciata sulla nostra anima.
Non si può saltellare da una parte all’altra di essa senza pagarne lo scotto.
Bisogna prendere posizione, decidere da che parte stare.
Ciao

Ari,
il tuo nome parla di purezza, contiene un elemento.
Il mio elemento sarebbe il fuoco invece.
Ho sempre voglia di distruggere tutto.
Di strapparmi via gli occhi.
Oggi credo proprio che lo farò.
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15 giugno 2010

Turbinare di insetti

Il giochetto è sempre lo stesso.
Prendono un cane randagio, lo legano con una corda al gancio traino della vecchia station wagon ed iniziano ad andare. Prima piano, poi sempre più forte, finché la povera bestia, stremata, non comincia a sbattere ai bordi della strada come un pupazzo.
All’interno della macchina i due urlano di sadico divertimento, passandosi la bottiglia di amaro del discount.
Matilde, sul sedile di dietro, non ne può più, soprattutto di lui.

Quando le era apparso sul bordo della piscina, mesi prima, nell’estate afosa ed insopportabile della pianura, aveva sentito un brivido che da tempo non provava. Il brivido dell’attrazione fisica, della voglia di posare le mani su quel corpo asciutto e muscoloso, di farsi scopare con impeto da quel pezzo di carne così perfettamente armonioso.
Matilde non provava una sensazione simile da molto tempo, e sebbene tentasse di resisterle, era conscia di quanto questa fosse impetuosa. Lei, sempre considerata così sensibile, sempre trattata con i guanti come fosse qualcosa di fragile, aveva voglia di fare un po' la puttana. La sensazione cresceva giorno dopo giorno, la sentiva nello stomaco, nella vagina, sulla pelle, finché lui non si accorse dei suoi sguardi sempre più intensi e carichi di desiderio.
Non era un grande parlatore, ma in quel momento per Matilde era l’ultima cosa che contava.
Il passo dal bordo della piscina, ai sedili lerci della station wagon fu schifosamente breve.

La passione era diventata incontrollabile, e sebbene si sentisse sporca, laida, Matilde aveva finito per lasciare quello che era stato il suo ragazzo dagli anni del liceo, studente in medicina, per il giovane bagnino.
Il bagnino era un perfetto mediocre. Privo di cultura, di passione per qualunque forma d’arte, di prospettive per il futuro. Incapace di ascoltarla e di comprenderla, con le sue soluzioni semplicistiche a tutto.
Il suo unico motto era tenere l’uccello dritto ed aspettare qualche occasione, e nel frattempo spassarsela e scopare fighette stupide. Non gli sembrava vero di poter infilare il cazzo in quella ragazza così diversa da tutte le altre, complicata ed introversa, intelligente e studiosa.
Da un lato in compagnia di lei si sentiva migliore degli altri, dei suoi amici meccanici, imbianchini, operai alla raffineria, sempre in giro con delle fighe mediocri, commesse di negozi, pescivendole puzzolenti, madri di famiglia in crisi di mezza età. Dall’altro aveva la sensazione che non capiva fino in fondo di appartenere ad una razza inferiore, di non meritarsi quella donna, e finiva per sfogare la sua rabbia scopandola male, nel culo, con rabbia.

L’estate era trascorsa in fretta, tra la piscina e le chiavate sul cofano e sui sedili inzuppati di sudore, nei parcheggi dei tir, tra le zanzare.
Poi l’autunno, e le fredde serate della pianura. L’aut aut del clima, o caldissimo, o freddissimo.
Passavano le serate in compagnia di Billo, un rozzo apprendista idraulico amante delle risse, vagando su e giù per le strade di campagna, bevendo alcolici da quattro soldi ed ascoltando dischi da hit parade.
Ogni tanto partiva il gioco del cane, o la caccia al barbone, poi tappa al solito pub lercio.

Billo scendeva per primo, loro due chiavavano velocemente nel parcheggio, e quando lui finiva accendeva una sigaretta e raggiungeva l’amico, lasciandola a pulirsi di dosso lo sperma con delle salviettine.
Nel pub loro continuavano a bere, insieme ai soliti quattro amici gretti, parlando di poche cose, dei soliti film, facendo le solite battute, quasi senza niente da dirsi, solo per combattere la noia.

Finché una sera al bancone del pub c’é il giovane medico seduto insieme ad un amico, sorseggiando una birra. Matilde prova ad incrociare il suo sguardo, un tempo dolce, diventato ormai terribilmente severo. Lui alza la testa dal bicchiere, e contraccambia il suo sguardo con disgusto, prima di ritornare a conversare affabilmente con il suo interlocutore.
Lei desidererebbe sparire, tornare bambina e chiudersi nella sua cameretta, a strafogarsi di cioccolata.

Il bagnino si è accorto di tutto ciò. E’ stupido e ottuso, ma gli occhi tremanti di lei non lasciano spazio all’interpretazione. Le avrebbe presentato il conto al momento debito.
Dopo l’ennesima birra tiepida propone a Billo di andare a fare un giro.

Poi il cane randagio che nel giro di pochi chilometri si trasforma in un pupazzo inerme e sanguinante.
Matilde ormai ha capito, è stato tutto uno sbaglio.
Avrebbe voglia di rompere la testa sul cruscotto ad entrambi.
ferma la macchina testa di cazzo, voglio scendere”.
Il bagnino e Billo si guardano divertiti e completamente sbronzi.
La station wagon infila uno sterrato e si ferma.
Il bagnino scende, barcollando, e trascina fuori dall’auto Matilde tirandola per i capelli.
cagna schifosa, lurida troia, cos’è vuoi tornare dal tuo dottorino?” e le allunga un ceffone col dorso della mano che la sbatte immediatamente al suolo.
Il cervello di Matilde ha delle fitte, come se questa cosa non stesse accadendo per davvero.
Eppure il sangue che le esce copioso dal naso imbrattandole la maglietta è suo.
adesso ce la spassiamo un po’ ”, dice il bagnino mentre Billo si slaccia i pantaloni.
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