31 maggio 2012

Avremmo potuto spostare le montagne

Oggi davanti alla Stazione Centrale mi sono perdutamente innamorato di una violinista, aveva sulla spalla il tatuaggio di un uccello, i capelli arruffati e una canottiera lisa.
Al suo fianco c'era una sua amica cicciottella che cantava sulla melodia, ed a volte incrociavano le voci.
Saranno americane ho pensato.
Qua è bello perché la gente si ferma ad ascoltare chi suona, ed allora io mi sono fermato un po' in disparte, perché così vestito attirerei solo l'attenzione in negativo. Che poi a pensarci, pur apparendo ordinato, io sono decisamente più malmesso di lei, e non certo per l'abito di lino stropicciato o per la barba mal rasata.
Mi piace un sacco quando cantano insieme, sembrano azzittire il trambusto delle ferrovie, dei mendicanti, dei venditori di libri marocchini che ti stringono sempre la mano, dei bancari di fretta, delle donne taccate in tailleur, dei tassisti a caccia di clienti, dei tramvieri con le loro sigarette, degli schermi pubblicitari a rotazione sulle banchine, della voce computerizzata che si scusa per il disturbo, del rollio frusciante delle scale mobili, delle suonerie personalizzate dei telefoni cellulari.
Nonostante le mie ultime fidanzate vorrebbero accendermi una sigaretta con un lanciafiamme ed osservarmi compiaciute morire in mezzo ad atroci dolori ed ustrioni irreparabili mentre la mia pelle si stacca e si fonde con i vestiti, sono un uomo profondamente romantico e mi trattengo lì a guardarla rapito ed innamorato.
Ascolto il suo violino con lo stesso rapimento di un marinaio attirato dal canto di una sirena verso gli scogli, e mi dimentico persino che sono le sette passate e non ho ancora iniziato a bere, e che le mie mani tremano già da un po'.

Un sacco di gente butta monete nella custodia del violino, aperta a terra. 
Loro due sorridono gioiosamente a tutti, mentre le voci si rincorrono in una versione tutta stramba di Suzanne di Leonard Cohen che nessun essere vivente al mondo aveva mai sentito prima in forma così sublime.
Io però i soldi non glieli butto, perché mi sembra offensivo.
Certo, scemo, sono li apposta.
Forse vengono dallo stato più piccolo degli Stati Uniti, dove ci sono un sacco di laghi enormi, e neve venti mesi l'anno, oppure sole bollente e selvaggio dodici ore a notte.
La mia amata si chiama probabilmente Charlotte come il posto, o Lisa come la sua canottiera.
Forse dovrei parlarle perché domani potrebbero lasciare la Piccola Città e trasferirsi in qualche altra Stazione più popolata e meno rumorosa di questa. Dovrei parlarle proprio ora che finisce la canzone e saluta tutti e ringrazia e mette un panno sulle corde e chiacchiera con la sua amica rotondetta.

LisaCharlotte è come un registratore piazzato su un albero, o una telecamera sulla barriera corallina, invade luoghi dove non dovrebbe essere ma li pervade di luce. Non propriamente come me.

Con lei non voglio neanche fare l'amore, lì per lì, ma poi si, magari dopo si.

Dentro di me qualcosa fischietta. E' l'amore! Penso. Ma è solo la fischiettante suoneria del mio cellulare, e mamma lampeggia sul display. Mamma! Si, ho lavorato, tutto bene, ora vado a cena, stasera a letto presto, hai letto il giornale, guarderò un film o la partita con gli amici.
Forse Charlotte mi ha visto estrarre il cellulare, arrossire, imboscarmi per mettermi a parlare.
Meglio battere in ritirata per oggi.

Spero proprio di incontrarla anche domani, nello stesso posto.
Domani le parlerò, magari sparerò una frase ad effetto che ho tutta la notte per preparare.
Ma poi se non dovessi vederla sarò triste perché forse insieme avremmo potuto spostare le montagne.
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